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Una voce dal coro

Andrej Sinjavskij
Garzanti, Milano, 1982

L'era brežneviana inaugura la repressione del dissenso con la condanna ai lavori forzati nel mondo concentrazionario dei lager sovietici, i noti Gulag, dei giovani scrittori sovietici J. Daniel e Andrej Sinjavskij, alias Abram Terz, nome con cui pubblica le sue opere e viene conosciuto in Occidente.

Una Voce dal Coro è un'opera che nasce nel sistema degli arcipelaghi Gulag, così efficacemente storicizzati e descritti in anni recenti dalla trilogia Solženicyniana. Sinjavskij e Solženicyn, scrittori sovietici dissidenti che vivono in Occidente, entrambi portatori di terribili esperienze vissute nei lager, esprimono due concezioni differenti sul ruolo della cultura russo-sovietica e fanno capo a due campi in cui, grosso modo, è attualmente diviso il mondo del dissenso. Data la peculiarità dei due scrittori è opportuno chiarire e mettere in luce queste loro visioni, frutto delle rispettive diverse esperienze, per meglio intendere il significato dell'opera di Sinjavskij Una Voce dal Coro. Afferma lo stesso Sinjavskij: "I dissidenti in esilio sono divisi grosso modo in due campi. Il primo campo è autoritario, nazionalista. È il dominio di Solženicyn. Il secondo - il mio - raggruppa i liberal democratici. È un dissidio, questo, non nuovo nella cultura russa, e si collega sui due versanti dello Slavofilismo e dell'Occidentalismo. Chi si interessa di letteratura russa sa che questa non è una differenza da poco; tanto più se tale diversità di visione emerge, con rinnovata forza polemica sul destino della Russia, dopo sessant'anni dalla rivoluzione bolscevica, attraverso le posizioni espresse da due eminenti scrittori come Sinjavskij e Solženicyn. Non a caso - afferma ancora Sinjavskij - discuto tanto con Solženicyn, e considero le sue tesi dannose. Con ciò non voglio dire che io sono filo-occidentale e lui è slavofilo. Anch'io lo sono. Con l'unica variante che la Russia, per me, è parte dell'Europa. Tutta la nostra letteratura è costruita sui legami con quella europea. Solženicyn vive in un suo mondo molto chiuso e disprezza l'intelligencija. Ha scommesso tutto sull'anima russa, sulla terra russa, persino sugli ufficiali sovietici. Per tre anni sono stato soldato e li conosco bene."

Ovviamente queste differenti concezioni si riscontrano anche nelle loro creazioni artistico-letterarie, oltre che storiche. Dal punto di vista storico abbiamo due dimensioni in cui si svolge la vita dei condannati nei lager: il periodo staliniano e quello post-staliniano. Dal piano storico-geografico di Solženicyn si passa a quello fonico e musicale di Una voce dal coro di Sinjavskij. La metafora a cui ricorre Sinjavskij non è causale, ma riflette il modo personale di vivere la devastante esperienza della prigionia nei lager. L'opera di Sinjavskij non è un'opera sui lager, ma su se stesso nei lager. Tuttavia, il mutamento operato da Sinjavskij non riguarda solo la forma. Condividiamo, a questo proposito, l'analisi condotta dal prof. Vittorio Strada, secondo cui il mutamento è di sostanza e riguarda, ancor prima dello scrittore e della sua scrittura, la situazione storica generale. «Sinjavskij, rinchiuso in un lager dal 1966 al 1971, a differenza di Solženicyn è un deportato della nuova leva post-staliniana, quando i campi di concentramento, pur senza perdere in obbrobrio e in orrore, hanno cessato di avere un carattere di massa: in una società ormai omogeneizzata e soggiogata i dissidenti sono un numero relativamente esiguo e la classe dirigente sovietica, che ora gode i frutti della propria vittoria, è essa stessa interessata a non ripetere un terrore troppo esteso che di nuovo la coinvolgerebbe. La reclusione nel lager perde, in un certo senso, quella dimensione epico infernale (da inferno dantesco) che aveva nel periodo staliniano, quando essa era direttamente parte di una tragedia nazionale e diventa fatto privato di chi, per un coraggioso amore della libertà, la deve subire come legittima punizione

Si delinea così più chiaramente il significato dell'opera di Sinjavskij Una Voce dal Coro. Non è il coro, questa volta, a essere in primo piano, ma l'io dello scrittore che cerca, nella disperazione del lager, e la trova, la materia artistica che per lui è condizione di vita. Dalla tragedia nazionale, corale, di Solženicyn si passa alla tragedia lirico-individuale della voce. È anche per quest'ultimo motivo che tentare di raccontare l'opera vuol dire impoverirla e non riuscire, quasi certamente, a trasmettere il vero senso di quell'esperienza personale.

L'opera stessa, Una voce dal coro, in primo luogo, non si lascia definire come genere. Essa è allo stesso tempo diario, confessione, biografia, saggio letterario, filosofico e religioso. Può essere descritta la struttura esterna consistente in sette capitoli entro cui si svolge un flusso continuo di pensieri che si succedono, si rincorrono e si intersecano. Tutto ciò avviene mentre l'autore è rinchiuso in un'isola senza libertà racchiusa a sua volta in un'altra immensa distesa recintata che si chiama Urss. In questa realtà inumana lo scrittore cerca un proprio spazio. L'artista capisce l'importanza che può avere la natura viva, per la sua creazione, quando non sia soltanto oggetto di rappresentazione, ma metafora e pulsazione vitale del suo mondo interiore. È una grande cosa per un artista trovare la sua, trovare quella realtà che in altre condizioni è costretto a inventare.È la vita stessa che acquista la forza e la pienezza dell'arte. Basta soltanto osservare quella realtà e sentire propria la scoperta fatta. «È sempre interessante vedere come l'uomo cerca uno spiraglio per vivere. Si domanda: e se provassi a vivere per assurdo? Quando non è più possibile? Quando anche la facoltà di pensare è soffocata dalla stanchezza e dall'indifferenza per tutto e per tutti? E qui su questo punto nudo, alzarsi e ricominciare!». Sinjavskij stesso così si confessa e spiega la genesi del suo libro nella prefazione: «Ho pensato e scritto una Voce dal Coro senza un soggetto né dei personaggi, e neppure una lingua ben determinata. È andato formandosi per conto suo, quasi a mia insaputa, da certi brevi appunti che redigevo nei lager, senza nessuna particolare attenzione di farne un libro. Tornato poi a casa, colmo e traboccante dell'esperienza vissuta, presi a recuperare, selezionare e ricomporre gli appunti che nel corso di sei anni avevo inviato a mia moglie, celati, come unica forma possibile della loro esistenza, nelle mie lettere a lei». Per questo motivo il libro si presenta come un racconto documentario di come lo scrittore viveva e pensava allora, mosso da un unico istinto:«Quello di conservarmi artista». Ciò che di più gli premeva era di conservarsi artista e scrittore ai suoi propri occhi e agli occhi del suo primo lettore, unico lettore, sua moglie Marija: di salvare cioè Abram Terz. E solo grazie a quello di sopravvivere. D'altra parte egli era stato condannato in quanto scrittore. Il suo crimine era lo scrivere. In prigione, totale e sterminatrice, come quella sovietica, doveva cercare di non morire, non tanto e necessariamente nel senso della morte fisica, sebbene importantissimo nella realtà quotidiana dei lager, ma della morte del proprio volto umano, delle aspirazioni, della propria vocazione e d'ogni superiore significato riposto nell'esistenza. Ne conseguiva che, dato il suo crimine il suo nome di scrittore era oltraggiato, il contatto con la letteratura reciso. La raccomandazione era:«Impiegare solo in lavori fisici pesanti».


In Una voce dal Coro Sinjavskij, invece di descrivere la realtà che lo circonda e i lavori forzati, si occupa di tutt'altro, di arte. Infatti, il tema centrale dell'opera è l'arte, indispensabile per l'autore come la salvezza, l'estremo balbettio in punto di morte. Tutto viene calato nel contesto epistolare. «A tutto quello che mi succede d'interessante, in me e intorno a me, s'accompagna una segreta riserva; raccontarlo a te; e mi sono così abituato a riferirti tutto, che è questo tendere a te delle cose e a dar loro senso».
Come se fosse in un caffè letterario, non pressato dalle esigenze dei lager, Sinjavskij si intrattiene con l'arte. A qualcuno potrebbe venire spontaneo domandarsi:«Ma cosa sono, insomma, questi vostri lager?, musei o biblioteche?» E Sinjavskij risponde che questo, per lui, nella realtà dei lager era questione di vita o di morte: Per lui non ha interesse descrivere la vita normale della gente. L'essere un detenuto, una delle migliaia e milioni di voci dell'enorme mondo concentrazionario passato e presente è, dal punto di vista estetico, e non sotto l'aspetto fisico e psicologico, il più felice. «Una voce dal coro» nasce dal tentativo, riuscito di trasferire sulla carta quel miracolo, un po' alla volta, a strappi, a brani, nascondendomi e nascondendo». L'artista si arricchisce nel contatto con gli altri detenuti in cui riesce a leggere la storia della Russia. Sul piano personale nei rapporti con gli altri detenuti, egli si sente rispettato, è lo scrittore, quello che non ha ritrattato, quindi un eroe.

Ma vediamo brevemente e più da vicino lo svolgersi delle sue riflessioni su: «Che cos'è l'arte?». «Quando mi chiedono che cos'è l'arte, mi metto a ridere tra me meravigliandomi di come l'arte sia sconfinata, e al tempo stesso della mia incapacità d'esprimere i contenuti, sempre mutevoli, che attirano come la luce. Dio mio, ho passato tutta la vita a cercare di cogliere il senso dell'arte». «L'arte ê sempre, in misura minore o maggiore, una preghiera improvvisata. Provate un po' a chiudere nelle mani questo fumo».«L'uomo si trova proiettato in una situazione d'arte proprio come nascendo ci si trova proiettati in una situazione di vita. In quel momento tutto, per lui, è arte: ogni fogliolina nasconde casa e tavolo. Dicono: "Lui vede qualcosa" /perché è un artista). Na che cosa vede? Una sola cosa: che è tutto pieno d'arte».

Normale, quindi, che, per Sinjavskij, l'arte, quando non ha niente altro sotto mano, comincia a raccontare di sé, e su questo argomento si scioglie la lingua.«Vi sono poeti che hanno scritto unicamente del fatto di essere poeti. L'arte, come una donna davanti allo specchio, si rigira e si osserva in attesa dell'ospite. Succede anche che resti così per tutta la vita, come una ragazza in attesa di marito». «Di quali trucchi non è capace l'arte; ha un bel parlare di ogni cosa al mondo, in realtà parla soltanto di sé, estasiandosi del proprio autoritratto. Ma è tutto qui? In ultima analisi, effettivamente l'arte si limita ad affermare, la sua inspiegabile presenza, il suo fiorire, il suo nascere, e smarrendosi in una realtà con cui non ha nulla a che vedere, non teme di fare passare una qualsiasi sciocchezza per una prova della sua cittadinanza nel mondo, e per farlo non ha che da muovere un dito. In ogni parola c'è una potenzialità artistica». «Ed ecco che l'arte non è più bagattella, ma il sigillo dell'esistenza, l'epifania dell'essere». Affermazioni, quest'ultime, che ci spiegano ancora una volta la scelta estetica di Sinjavskij. Il percorso delle riflessioni sull'arte da parte dell'autore è contrassegnata da brevi analisi critiche di questo o quello scrittore, pittore, etc. Dalle lettere sull'esistenza di Čechov e di A. K. Tolstoj, passa alla religione, ad Avvakum, ai Vecchi Credenti, alle sette religiose. E quindi a Swift e a Defoe. L'osservazione su Robinson Crusoe ci sembra illuminante per la stessa esperienza vissuta da Sinjavskij. La salvezza dell'eroe di Defoe, dalla mediocrità e dalla noia, è l'alternativa tra la vita e la morte, tra la produttività e l'inselvatichimento, i poli fra cui oscilla di continuo il destino di Robinson. Le azioni quotidiane e gli oggetti sono la sfera entro cui opera Robinson e su cui si gioca la sua stessa vita.

La vita di Sinjavskij si conserva attraverso una sia pur minima dimensione di libertà d'azione, un proprio spazio intimo entro cui tutte le fasi dell'esperienza della prigionia dei lager diventano esperienze creative, quindi anche di libertà. È imperativo non morire, dice Sinjavskij, in un luogo dove l'uomo si conserva e non invecchia, mantenendo fino alla vecchiaia nell'aspetto e nei modi qualcosa di adolescenziale. Nel lager la condanna fa comunque il suo corso, le giornate passano e hanno una loro finalità, in un certo senso lavorano per te e per il futuro. A questo proposito soccorre PuŠkin:«Taci: se sciocco e giovinetto:/Non sarai tu a prendermi in castagna/Noi non giochiamo per denaro,/Ma solo per passare all'eternità!».

L'arte è il piumaggio nuziale della vita, che si agghinda e si fa bella passando al futuro; è la cosa più vitale tra tutte quelle create dalla mani umane, trasforma persino la morte, sua nemica, in un'alleata. E le sue riflessioni si spingono nel mondo delle leggende popolari, delle fiabe e dei sogni, sul senso della vita, sulla religione e sull'Apocalisse nascosta negli stivali. Né la poesia è trascurata:è quella di Anna Achmatova. Doestoevskij, Turgenev, Rembrandt e Leonardo, Saltykov-Šedrin, Gogol¹, Leskov sono altri compagni di viaggio per Sinjavskij.

Concludiamo con l'autocitazione dello stesso Abram Terz: «Tutto quello che ha scritto su se stesso e da se stesso, cavandolo fuori dalla propria - così insignificante - persona, come un prestigiatore estrae dal cilindro vuoto ora un'anatra, ora un fucile, meravigliandosi della propria abilità».

Recensione di Domenico Furci dal sito digilander.libero.it

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