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Aleksandr Men', pastore e martire

Yves Hamant
La Casa di Matriona, Milano, 1993

Il 9 settembre 1990, un prete ortodosso è stato ucciso a colpi d’ascia nei pressi di Mosca. Questo assassinio ha rivelato al mondo la personalità di Alexander Men’, l’uomo che, per la propria influenza spirituale, stava occupando il posto lasciato vuoto nella società sovietica dalla morte di Sacharov. Forse è stata proprio questa la causa del suo assassinio. Battezzato da un prete della chiesa catacombale nel pieno delle persecuzioni staliniane, incoraggiato nella sua vocazione dal sacerdote che aveva battezzato la figlia di Stalin, legato a padre Jakunin e a padre Dudko, amico di Solzenicyn, bersaglio costante del KGB, ha vissuto in presa diretta gli avvenimenti cruciali del suo paese negli ultimi cinquant’anni. Il libro rievoca la vita e l’azione di questa figura eccezionale, autentico testimone della fede e grande pastore. Una sera fredda di autunno, illuminata e riscaldata da un incontro. 

 Padre Men’ nasce nel 1935 quando lo stalinismo celebra i suoi fasti: la collettivizzazione compiuta con milioni di contadini deportati, i processi contro i nemici del partito avviati, il Gulag sempre più ricco di abitanti; l’ateismo sempre più convinto che solo poche vecchiette ignoranti potessero credere in Dio; la chiesa Ortodossa annientata, il 95% delle chiese chiuse, vescovi e preti inviati a soggiornare nelle "accoglienti" isole Solovki. Il padre di Aleksandr è agnostico, la madre Elena invece nutre un sentimento religioso molto profondo ma è restia a farsi battezzare, sia per le condizioni oggettive (ogni gesto religioso doveva avvenire clandestinamente), sia perché la famiglia è di origine ebrea e lei sente come un tradimento l’avvicinamento al cristianesimo. Tuttavia già madre chiede il battesimo per sé e il suo bimbo. Il terzo capitolo del libro racconta nei particolari l’avventura del battesimo, un atto di coraggio in un’epoca tragica; sempre Alek sarà riconoscente alla madre per aver conservato la fede e per avergli fatto scoprire il Vangelo. Mantenere la fede, tenere un contatto con un prete, era in quella situazione un’impresa molto difficile; ricorda Alek: ‘Padre Serafim, che aveva battezzato mia madre e me, per molti anni ha assicurato la direzione spirituale di tutta la nostra famiglia. Dopo la sua morte sono stati i suoi successori ad incaricarsene, gente di grande forza spirituale, con la saggezza e l’illuminazione degli starcy. La mia infanzia e la mia adolescenza sono trascorse al loro fianco, e all’ombra di san Sergio’ (pag.43). Il giovane Alek a tredici anni legge Kant, si appassiona alla astronomia e alle scienze naturali, legge la Bibbia e pensa al sacerdozio. Trova per caso i libri di Berdjaev e Bulgakov e, a un mercatino delle pulci, i volumi di Solov’ëv. In pochi anni studia le materie dei programmi del seminario, e finiti gli studi secondari vorrebbe iscriversi all’università, ma le sue origini ebree non glielo permettono; si orienta verso l’istituto faunistico di Mosca: studia biologia e insieme teologia. Nel 1958 è ordinato diacono, due anni dopo sacerdote, è parroco ad Alabino, una località vicino a Mosca. La sua parrocchia diventa una piccola comunità nonostante la nuova offensiva antireligiosa dell’era Crusceviana. 

La vicenda di padre Men’ attraversa la storia della Russia dagli anni Sessanta alla caduta del muro di Berlino: la condanna di Daniel e Sinjavkij, il fenomeno politico/religioso del dissenso, la vicenda complessa di Solženicjn. Alla fine degli anni Settanta si assiste a una ripresa della religiosità popolare: la gente riprende a frequentare i cimiteri il giorno di Pasqua, si festeggia il Natale, magari senza andare a messa ma con la consapevolezza che quel giorno è una festa ortodossa; molti si convertono e chiedono il battesimo. Ma per i credenti vecchi e nuovi non c’è tregua, la repressione durante gli anni Ottanta continua con metodi molto sofisticati; qui si manifesta la grande passione e intelligenza di padre Men’. Controllato dal KGB (un prete che celebra con lui è una spia), la sua chiesa di Novaja Derevnja è meta continua di credenti che chiedono aiuto e direzione spirituale; la porta è sempre aperta. Libertà, luce e calore sono le esperienze che si vivono incontrandolo. I rapporti con le autorità ortodosse non sono sempre lineari, ma in questo prete prevale sempre il desiderio di una comunione autentica con i superiori. L’attività di padre Alek è intensissima, ma in lui non c’è attivismo, anche se sostiene che il cristianesimo ‘non è un posto al caldo’ (pag.121). Alcuni incontri con personalità famose in tutta la Russia, come quello con la pianista Judina, suscitano scalpore, altrettanto sono decisivi i rapporti con i cattolici dell’Occidente (i suoi libri sono pubblicati in Belgio e poi diffusi in Russia) e con gli ebrei. Scrive molti libri e articoli che, dopo l’89, lo fanno conoscere in patria e in Europa; negli ultimi due anni della sua vita tiene più di duecento conferenze. Chi ha voluto ucciderlo? E’ morto nel giardino di casa per un colpo di ascia alla testa: all’ascia ponevano mano i contadini russi per cacciare gli invasori stranieri, essa è simbolo della vendetta popolare e della punizione dei traditori. L’assemblea del Soviet Supremo ha dedicato a padre Men’ un minuto di silenzio per commemorarlo. Anche noi non dobbiamo dimenticarlo.

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