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Il crimine e la menzogna: il massacro di Katyn

Victor Zaslavsky
Ideazione, Roma, 1998

Si deve a Victor Zaslavsky, esule in Occidente dall’Unione Sovietica brezneviana dalla metà degli anni settanta, la pubblicazione di questo stringato saggio, rigorosamente documentato dalle recenti fonti archivistiche dell’ex-Urss, sul massacro noto anche come quello delle "fosse di Katyn".

Si tratta della strage di 22.000 ufficiali polacchi, prigionieri di guerra dei sovietici dal settembre 1939, i cui corpi erano stati trovati dalle truppe tedesche di occupazione in territorio sovietico nell’aprile del 1943. I tedeschi promossero una commissione d’inchiesta internazionale che affermò che il massacro era avvenuto nella primavera del 1940, ovviamente da parte sovietica. I sovietici per contro rigettarono sugli stessi tedeschi la responsabilità dell’eccidio, postdatandolo necessariamente alla seconda metà del 1941; e questa tesi, pur contrastata da più parti nel corso degli anni, ha retto a lungo, per quasi mezzo secolo, nell’opinione pubblica anche occidentale, disposta a ritenerla almeno plausibile quanto quella opposta.

Soltanto il 13 ottobre 1990 Gorbacëv porse le scuse ufficiali dell’Unione Sovietica al popolo polacco per il massacro compiuto. Nel 1992 El’cin autorizzò l’apertura di una parte riservata degli archivi ex-sovietici e furono così rinvenuti i documenti cruciali relativi a Katyn.

Diverse riflessioni scaturiscono dalla lettura del saggio di Zaslavsky. Innanzitutto le dimensioni del crimine che, giuridicamente parlando, appartiene alla categoria sia di quelli di guerra (uccisione di prigionieri), sia di quelli contro l’umanità (furono deportate nel Kazakistan tutte le famiglie delle vittime, circa 61.000 persone, una gran parte delle quali morì di stenti e per le brutalità subite durante il trasferimento o nel periodo successivo). In verità, tra la primavera del 1940 e l’estate del 1941 (quando avvenne l’invasione tedesca) le popolazioni della Polonia orientale subirono da parte sovietica una serie di fucilazioni e deportazioni che – attuate nell’ottica di una "pulizia di classe", ma di fatto con forti tratti anche di "pulizia etnica" – fa stimare il numero complessivo delle vittime in circa 430-440.000 su di un totale di 12 milioni di abitanti.

Ma il libro di Zaslavsky ha il pregio di sottolineare anche gli aspetti, per così dire, qualitativi del massacro di Katyn. Esso non fu un "incidente" occasionale, il frutto di un "eccesso" di qualche autorità locale o fuori controllo. Al contrario, esso fu preparato, pianificato e avallato dal massimo livello politico del luogo e del tempo, cioè il Politburo del Pcus. Accanto a quella di Stalin stanno le firme di Molotov, Berija, Kaganovic, Vorosilov, Kalinin, Mikojan. Sono loro che dettero agli organi della polizia segreta Nkvd l’ordine di "esaminare" i casi degli ufficiali polacchi prigionieri secondo la seguente procedura speciale: "senza citare in giudizio i detenuti e senza presentare imputazione, senza documentare la conclusione dell’istruttoria né l’atto di accusa, applicando nei loro confronti la più alta misura punitiva: la fucilazione". Né va dimenticato un altro nome illustre, quello di Chruscëv, il quale ebbe la responsabilità di organizzare le deportazioni delle famiglie.

Zaslavsky ritiene che vi sia una continuità ideale e pratica fra questo massacro e gli altri che caratterizzarono l’età staliniana, ma che in verità cominciarono anche prima ed ebbero una giustificazione etico-politica e formale a partire addirittura dalle direttive date da Lenin alla Ceka sin dal 1918, nell’ambito di quella che viene definita come "l’essenza e la logica del funzionamento dello Stato totalitario".

Due aspetti particolari, in proposito, vengono messi in luce. Il primo è l’evidente affinità di tecniche di repressione e di sterminio che caratterizzò tanto i sovietici quanto i nazisti nel tentare di estirpare ogni possibile resistenza polacca, secondo quanto sancito in una clausola segreta del secondo accordo russo-tedesco del 28 settembre 1939 e nei numerosi incontri che si tennero fra rappresentanti del Nkvd sovietico e della Gestapo tedesca, culminati in una conferenza a Cracovia nel marzo 1940.

Il secondo è la più che quarantennale opera di occultamento e manipolazione della verità operata dai sovietici, che trovò una sorprendente accondiscendenza anche in Occidente. Se poteva essere comprensibile tale condotta negli anni della guerra e della alleanza antinazista, essa lo appare assai meno negli anni successivi. Già nel 1951 la speciale commissione d’inchiesta istituita dal Congresso Usa aveva stabilito che "esistevano prove definitive ed inequivocabili" sulla responsabilità sovietica per Katyn. Undici anni dopo, nel 1962, usciva un’ampia e documentata monografia di Janus Zawodny, Death in the Forest. The Story of the Katyn Forest Massacre, cui seguirono decine di libri, testimonianze, memorie che, anche in assenza della documentazione sovietica, la confermavano. Ciononostante, non pochi governi occidentali (valga per tutti il caso inglese), così come molta parte dell’opinione pubblica e della storiografia più sensibile alle ragioni dell’Urss mostrarono sempre una certa cautela, preferendo lasciare aperte le opposte ipotesi sulle effettive responsabilità del crimine. Ancora nel 1990, lo stesso anno del pubblico riconoscimento di Gorba∞ëv, in occasione della riedizione della sua Storia dell’Unione Sovietica Giuseppe Boffa ripeteva che "la verità sulla tragedia di Katyn non poté mai essere stabilita in modo oggettivo".

Sembra evidente come abbia operato a lungo una sorta di doppia pregiudiziale: quella antinazista, che rendeva del tutto plausibile attribuire a Hitler un misfatto pienamente coerente con il suo pensiero e le sue azioni; e quella filosovietica, che riteneva incompatibile con la dottrina e le finalità ideali del comunismo questa e altre abiezioni, al massimo ipotizzabili come deviazioni pratiche, come degenerazioni da addebitare a Stalin e al suo "personale" regime.

A distanza ormai di oltre sei anni dall’apertura degli archivi sovietici in materia si potrebbe auspicare una maggiore attenzione della storiografia occidentale sulla natura di quei troppo lunghi silenzi e di quelle troppe, imbarazzate, reticenze. Varrebbe forse la pena, per esempio, approfondire la vicenda delle iniziative dei partiti comunisti occidentali sollecitati dai sovietici a screditare i superstiti membri della Commissione internazionale d’inchiesta tedesca su Katyn. Con che tristezza ci tocca oggi leggere che persino un uomo come Eugenio Reale, nel gennaio 1948, si premurava di segnalare all’ambasciatore sovietico a Roma le attività antisovietiche del "collaborazionista e servo della propaganda di Göbbels Vincenzo Palmieri", professore di medicina all’Università di Napoli, reo di essere stato uno degli esperti che nel 1943 esaminarono i macabri resti rinvenuti nelle fosse di Katyn e di averne correttamente attribuita la datazione al tempo dell’occupazione sovietica.

Recensione di Brunazzi, M. L'Indice del 1999, n. 06

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