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Lo stalinismo

R. A. Medvedev
Mondadori, Milano, 1971

Con il suo bel libro “Davanti al tribunale della Storia” pubblicato da Mondadori con il titolo “Lo Stalinismo”, Roy A. Medvedev si colloca d'autorità a fianco dei maggiori scrittori dell'era post-staliniana. Dopo gli sdolcinati e caramellosi libri di Ehremhurg, Pasternak, Dudinzef del periodo del disgelo e dopo i più realistici libri di Solgenitsin - pervasi tuttavia di filosofia umanitaria piccolo-borghese - Medvedev si presenta con uno stile che ricorda Engels per chiarezza di esposizione e Trotsky per l'odio contro la classe dirigente russa che tanto danno ha inflitto al movimento proletario mondiale.

Pur facendo l'analisi di quanto è successo in Russia nel periodo staliniano, Medvedev non dimentica mai il movimento operaio internazionale e pur non arrivando ad affermare che dell'avvento di Stalin è responsabile tutto il movimento operaio mondiale e non solo quello russo - come pensiamo noi - tuttavia puntualizza le conseguenze all'estero dei fatti della politica interna russa.

C'è un bel passo del libro in cui dice esplicitamente che la conquista di Varsavia nel 1920-21 avrebbe cambiato la storia d'Europa. E questo è vero.

Roy A. Medvedev è nato a Tbilisi nel 1925. Figlio di un vecchio bolscevico scomparso durante le grandi purghe del 1937 e riabilitato dopo il XX Congresso del PCUS, ha studiato filosofia all'Università di Leningrado e si è laureato a Mosca, dove ha lavorato per l'Accademia delle scienze pedagogiche. Iscritto al Partito, con l'accademico Sacharov e col fisico Turchin ha firmato la lettera programma indirizzata al Comitato Centrale del Partito nota come “Manifesto dei Tre Scienziati” ed è stato uno degli animatori del Comitato Sovietico per i diritti dell'uomo. Nel 1970 si è battuto con successo per la liberazione di suo fratello gemello Zores - il celebre genetista autore tra l'altro di “Ascesa e caduta di Lysenko” pubblicata dalla Mondadori nel 1971, pretestuosamente rinchiuso in un ospedale psichiatrico per l'eterodossia delle sue idee. Sottoposto all'esame del Comitato Centrale del Partito, lo Stalinismo non ha ottenuto il permesso di pubblicazione e Roy A. Medvedev è stato espulso dal Partito. Giunta in occidente per canali non ufficiali, l'opera circola clandestinamente anche in Unione Sovietica.

Origini e cause dello stalinismo

Pur non essendo l'Autore certamente al corrente dell'opera di Robert Conquest “Il Grande Terrore”, il suo giudizio di fondo è uguale a quello dell'inglese: i membri del partito bolscevico non furono in grado di opporsi alle illegalità degli stalinisti in quanto troppo compromessi con le repressioni illegali di massa sia degli altri partiti operai, sia delle varie opposizioni interne del partito, sia dei contadini (requisizioni forzate e deportazioni). Per cui può sembrare valida anche la sua analisi dell'operato di Trotsky quando afferma che la parte migliore del partito bolscevico non aveva alcun capo da contrapporre a Stalin. Si dovette attendere il prodotto della nuova generazione - Kirov - per concentrare su di lui le speranze di un rinnovamento democratico del partito. Ma Stalin fu più svelto ed eliminò con l'assassinio l'unico pericolo reale.

Medvedev non lesina gli aggettivi di assassini, banditi, ruffiani, cortigiani, vigliacchi nei confronti dei membri del Comitato Centrale raccolti attorno a Stalin. E del resto come non farlo nei confronti di chi aveva assassinato i propri genitori, ed i migliori compagni? Come si può sperare e lottare per una società migliore se non si odia a morte la menzogna, la delazione, il ricatto?

La NKDV arrestò ed uccise nel giro di due anni più comunisti di quanti ne siano periti lungo tutti gli anni della lotta clandestina, di tre rivoluzioni e della guerra civile.

Con ogni probabilità Stalin uccise assai più partecipanti sovietici alla guerra di Spagna di quanti ne fossero morti in territorio spagnolo sotto le pallottole fasciste. Medvedev fa osservare che un comunista arrestato dai fascisti o dai nazisti aveva più possibilità di sopravvivere del comunista arrestato in Russia.

La lettura della bibliografia a fondo libro è assai interessante perché fa vedere da una parte la seria preparazione dell'Autore e dall'altra Io sviluppo in Russia del movimento per il ristabilimento della verità storica.

L'Autore ha letto tutte le opere di Marx e di Engels, quelle di Lenin e quelle di Trotsky pubblicate in Russia prima del 1927; quelle dei bolscevichi assassinati come Kamenev, Zinoviev, Bucharin; le raccolte dei giornali Proletarij, Raboci Put, Isvestija, Pravda, Bolshevik, Molot, Zvezda, Moskva; i verbali dei Congressi, i documenti del Gosplan; ha consultato i documenti dell'Archivio Centrale dell'Istituto Marx-Engels; le opere complete di Stalin, nonché quelle di scrittori stalinisti come Welsh, Anna Strong, Allilujeva; le Vite pubblicate tra il 1962 ed il 1967 di Sverdlov, Saumian, Akulov, Kosior, Sotman, Ordzonikidze, Tuchachevsky, Uborevich, Yakir ed altri.

Dalla bibliografia si rileva che tra il 1962 ed il 1966 le riviste sovietiche Novi Mir, Voprosi Istorij, Kommunist hanno pubblicato molti racconti e diarii di comunisti della vecchia guardia sopravissuti ai lager e che - nello stesso periodo - su questi argomenti ci sono stati numerosi dibattiti e conferenze in U.R.S.S.

Si ha l'impressione che il movimento di ristabilimento della verità storica abbia assunto in Russia una proporzione che non può più essere controllata dai Governo e dalla polizia. D'altra parte, se si pensa che 8 milioni furono gli assassinati e 20 milioni le persone private dei diritti civili, si può immaginare quale valanga di ricorsi si è abbattuta sull'apparato giudiziario e come milioni di vedove e di orfani lottino per riacquistare i beni confiscati o per assicurarsi pensioni, indennità, ecc.

Gli intellettuali sovietici sono persuasi che il loro peggiore nemico oggi è il tempo. Sia pure tardivamente prendono sul serio l'avvertimento lanciato da Krusciov al XXII Congresso:

È nostro dovere fare tutto il possibile perché la verità venga ristabilita fin da ora, poiché più il tempo passerà dopo questi avvenimenti e più difficile sarà ricostruire la verità.

Stalin ed i suoi collaboratori hanno cercato di cancellare le tracce dei loro delitti con tutti i mezzi; libri, giornali, documenti, archivi vennero distrutti senza risparmio. Di intatto oggi resta solo la memoria ed i ricordi dei sopravvissuti. La storia rischia di scomparire con loro. C'è il fatto però che la società sovietica non conosce se stessa e ne è intensamente consapevole. La storia di questo mezzo secolo è un libro chiuso perfino per l' "intellighenzia" sovietica. Come chi fosse stato lungamente colpito da amnesia e stesse appena riprendendosi, la nazione, non conoscendo il suo recente passato, non capisce il suo presente.

Il culto staliniano

Esso non fiorì nel corso di una sola notte. Cominciò vivente Lenin. Gli organismi di partito cominciarono a chiudersi in se stessi, la distinzione tra i membri del partito ed i non membri venne tracciata in modo più netto ed all'interno del partito cominciò a dilagare il gusto per la militarizzazione ed il comando.

Per quanto il culto di una sola persona non fosse ancora apparso, si poteva egualmente assistere al nascere cli un culto per determinate entità quali il Partito, Io Stato Sovietico, la rivoluzione, il proletariato. Agli iscritti veniva inculcata la convinzione che il partito nel suo insieme non poteva commettere errori, che il partito sapeva tutto. Non dovevano esserci segreti per il partito, neppure quelli di natura più intima; gli si doveva rivelare tutto come a Dio in confessione. Un comunista doveva essere pronto a compiere qualsiasi cosa al servizio del Partito e dello Stato; la rivoluzione giustificava ogni crudeltà.

Gradualmente questo culto del partito fu trasferito sui suoi leaders, in primo luogo i membri del Politburo. Strade, industrie, fattorie collettive, perfino città furono battezzate con il loro nome: la fabbrica RYKOV, il centro di riparazione d'auto BUCHARIN, le città di Leningrad, Stalingrad, Trock e Zinovievsk. Per la fine degli anni venti quasi ogni regione aveva il proprio culto cli un leader locale.

Nel 1929 - cinquantesimo anniversario della nascita di Stalin - la stampa superò ogni limite nel parlare di lui come di un Capo, di un maestro ricorrendo ad espressioni quali “grande” “unico” e perfino “genio”. Da ricordare che tutta la stampa allora era sotto il controllo e la direzione dei vecchi bolscevichi che facevano a gara nelle esagerazioni e nelle distorsioni della verità. Tra d: essi si distinguevano Kalinin, Kuybiscev, Voroscilov, Ordzonikidze, Zinoviev, Kamenev, Bucharin, Molotov, Kaganovich e perfino membri dell'opposizione trotskista come Raclek che scriveva: “Stalin... il miglior allievo di Lenin, carne della sua carne, sangue del suo sangue”.

Nel 1934 molti dirigenti di partito avevano subito profonde modifiche personali. Stalin era riuscito non soltanto a legarli al proprio carro, ma anche a corrompere una parte importante di essi. Inoltre molti dei dirigenti erano stati parte in causa dei delitti commessi tra il 20 ed il 30 contro le opposizioni di sinistra e contro i contadini ed assai difficilmente potevano assumere un'energica posizione critica nei confronti di Stalin.

Stalin si legò sempre più a dei giovani quadri di partito, molti dei quali erano stati promossi da Stalin stesso alle cariche che attualmente detenevano, trascurando invece i veterani della rivoluzione che, come egli diceva, avevano fatto il loro tempo.

I delitti di Stalin ed il sistema del lavoro forzato

Gli storici sovietici hanno dedicato parecchi studi al significato internazionale della rivoluzione di ottobre e della vittoria dell'URSS nella seconda Guerra mondiale. Ma non hanno mai esaminato le ripercussioni dell'attività criminosa che si identifica con il nome di Stalin, sul movimento rivoluzionario mondiale. Già negli anni Venti la stampa socialdemocratica e borghese ebbe modo di utilizzare tali delitti per la propaganda anticomunista e antisovietica. Taluni “eccessi” come l'ondata di violenza nelle campagne sul finire degli anni Venti ed all'inizio dei Trenta, la campagna dell'oro o lo scatenarsi del terrore contro gli specialisti ed i tecnici, indebolirono i movimenti rivoluzionari in Occidente. Ci si è mai chiesti perché la crisi senza precedenti che colpì il mondo capitalista nel 1929-32 non abbia creato in alcun paese una situazione rivoluzionaria ed abbia servito così poco a rafforzare il movimento comunista? E perché in quegli anni di crisi la piccola borghesia, i contadini, perfino una parte della classe operaia non abbiano compiuto una svolta a sinistra, quanto piuttosto a destra, offrendo in taluni paesi, e specialmente in Germania, una base di massa al fascismo? Senza dubbio questa tendenza fu rafforzata dalle notizie che uscivano dall'Unione Sovietica e che vennero accortamente sfruttate dalla propaganda anticomunista.

La verità sui crimini di Stalin era così orribile, che molti idealisti fra gli intellettuali progressisti occidentali rifiutarono di crederci. Bernard Shaw ad esempio, continuò fino al termine della vita a riporre la propria fiducia in Stalin, identificando le azioni staliniane con le idee del socialismo. Ma in tal modo Shaw non avrebbe dovuto credere nemmeno ai lager nazisti; non avrebbe dovuto accettare il fatto che i nazisti uccisero quasi tutti gli ebrei nell'Europa occupata.

Dopo l'uccisione di Kirov e specialmente dopo il primo processo “pubblico” del 1936, una purga severa condusse avventurieri e carrieristi in molte delle posizioni dirigenti della NKDV. È anche importante notare che nel 1937 gli stipendi dei funzionari della NKDV vennero quasi quadruplicati. Ad essi venivano anche assegnate le case migliori, case di riposo e ospedali. E nella tarda metà degli anni Trenta gli organismi della NKDV divennero così numerosi da costituire un'intera armata, con divisioni, reggimenti e centinaia di migliaia di agenti e decine di migliaia di dirigenti. Sezioni della NKDV vennero create in ogni grande fabbrica, in molte di quelle a medio livello, nelle stazioni ferroviarie, nelle maggiori istituzioni ed organizzazioni educative. Un'enorme rete di informatori e provocatori venne creata all'incirca in ogni istituzione, incluse le prigioni ed i lager.

Laddove Stalin sceglieva di persona la sua guardia del corpo, mantenendone il controllo, la protezione degli altri leader venne assegnata alla NKDV; non potevano recarsi dove volevano senza il permesso dei loro guardiani, non potevano ricevere visitatori Senza un preventivo controllo e così via.

Ma perché Stalin avvertì il bisogno di un così enorme apparato punitivo quale la storia non aveva mai visto prima? Non era il pericolo esterno a giustificare la sua esistenza. Tale apparato infatti fu diretto in primo luogo contro i “nemici interni” ed era costretto a reperire questi nemici fosse solo per giustificare la propria esistenza. Questi organismi punitivi in continuo sviluppo, che del resto erano le sicure fondamenta del regime staliniano diventarono una fonte di repressione senza fine. Bisogna anche accennare alla domanda crescente di forza lavoro da parte dei lager. Secondo un vecchio militante comunista Ju F... agli inizi degli anni Trenta Stalin ricevette un rapporto da parte di un ex prigioniero politico che in seguito fece carriera nei ranghi della NKDV. Il rapporto diceva assai poco circa la redenzione dei criminali attraverso il lavoro; ma faceva presente che chiudere i detenuti nei campi di lavoro forzato era assai più economico che tenerli in prigione. Affermava anche che i campi di lavoro avrebbero facilitato lo sviluppo industriale in regioni dove poteva essere difficile attrarre dei liberi lavoratori, specialmente nella parte nord-europea del paese, negli Urali, in Siberia ed in Estremo Oriente. Questa idea venne fatta propria da Stalin ed approvata dal Politburo. Venne creata un'amministrazione centrale dei campi GULAG ed apparvero i primi lager di rayon. Col crescere dell'industria, si accompagnò il continuo aumento dei campi di lavoro forzato. La pianificazione statale assegnò ai Gulag un ruolo sempre più importante. Per la fine degli anni Trenta il Gulag era responsabile della maggior parte della produzione di legname e per l'estrazione di rame, oro e carbone. Inoltre costruì grandi canali, strade di importanza militare e molte industrie nelle più remote regioni. Questo ampio ricorso all'uso del lavoro forzato ebbe conseguenze pericolose. In primo luogo il durissimo regime fissato nel 1937 decimava assai rapidamente la forza lavoro dei lager con un conseguente bisogno di immediati rincalzi. Secondariamente, nella misura in cui Stalin non trovò una soluzione razionale al problema di come sviluppare le più remote regioni del paese, finì con l'aumentare di continuo i compiti affidati al Gulag. Gli organi di pianificazione statale esercitavano di frequente pressioni sulla NKDV perché la realizzazione di taluni processi venisse accelerata. Rientravano nel piano non soltanto i progetti di costruzione affidati alla NKDV, ma anche la crescita della forza lavoro nei lager. Venne pianificata perfino la percentuale di mortalità nei lager; ed in questo settore i risultati superarono di molto gli obbiettivi del piano. Prima che i determinati grandi progetti di costruzione avessero inizio, molte sezioni di oblast della NKDV ricevevano l'ordine di provvedere la necessaria forza lavoro. Da qui un altro circolo vizioso; il sistema del lavoro forzato divenne una causa, oltre che un effetto, della repressione di massa.

Le origini di classe dello stalinismo

L'ideologia marxista include nella piccola borghesia non soltanto i contadini, gli artigiani, i piccoli commercianti ed i settori inferiori degli impiegati e dei professionisti, ma anche gli elementi declassati ai gradini inferiori della società, un largo gruppo dei quali viveva in Russia ed in molti altri paesi capitalisti arretrati. Questa è gente che ha perso o che non ha mai posseduto una piccola proprietà; che non è cresciuta abituata a lavorare nell'industria capitalistica e vive di guadagni occasionali. Malgrado una grande diversità, questi strati piccolo borghesi hanno talune caratteristiche comuni, inclusa l'incertezza e l'instabilità politica, un certo grado di anarchismo ed un individualismo da piccoli proprietari. A motivo della loro instabilità politica, possono rappresentare la riserva di una rivoluzione o cli un momento di reazione, a seconda delle circostanze. Sradicati e disorientati dalla prima guerra mondiale, in molti paesi europei appoggiarono la dittatura fascista. La disintegrazione del regime zarista in Russia fece di questa gente dei rivoluzionari, ed il partito bolscevico ne raccolse molti dalla sua parte. Alcuni milioni di proletari russi vinsero soltanto perché vennero appoggiati anche da decine di milioni di elementi semi-proletari e piccolo-borghesi.

Sarebbe stato ingenuo ritenere che questi elementi piccolo-borghesi potessero venir trasformati da alcuni anni di lotta rivoluzionaria. Così come sarebbe sbagliato idealizzare il proletariato, dipingendolo soltanto come la fonte di tutte le virtù. Non solo in Russia, ma in molti paesi industrialmente sviluppati, una buona parte del proletariato era negativamente influenzata dai modi di pensare piccolo-borghesi. Gli elementi piccolo-borghesi si infiltrarono nei partiti operai dovunque ed assai prima della rivoluzione di ottobre. Il fenomeno verificatosi addirittura in anticipo sullo scoppiare della prima guerra mondiale, offrì le basi per la degenerazione burocratica dei funzionari nei partiti della Seconda Internazionale, e specie di quei funzionari che si trovavano al vertice. Il partito bolscevico, naturalmente, non fu immune da tale processo.

Molti rivoluzionari di professione, che costituivano l'ossatura del partito, provenivano dai ranghi dell' "intellighenzia", della piccola nobiltà o dei funzionari statali. Tali origini non impedirono a molte di queste persone di identificarsi anima e corpo col proletariato, di mettersi alla sua direzione, e per tale motivo divenire dei rivoluzionari proletari nel pieno senso della parola. Ma non tutti i leader del partito subirono lo stesso processo di trasformazione. Al contrario la rivoluzione e la guerra civile produssero parecchi nuovi leader che non erano passati attraverso una rigorosa scuola di lotta politica ed ideologica. Il fatto che molti individui, che non erano dei veri rivoluzionari proletari, divennero leader del partito dopo la morte di Lenin, non fu pertanto accidentale o il risultato di insufficiente discernimento. Era il risultato naturale cli una rivoluzione proletaria in un paese a scarso sviluppo capitalistico quale la Russia. Lenin si rendeva perfettamente conto che il problema più difficile per una rivoluzione proletaria era quello di preservare i quadri di partito dalla degenerazione burocratica. La trasformazione del partito bolscevico da un'organizzazione clandestina in partito di potere avrebbe aumentato di molto le tendenze piccolo-borghesi ed il carrierismo tra i membri del partito ed altresì avrebbe attratto nel partito un gran numero di elementi negativi che prima ne erano fuori.

La situazione sta gradualmente diventando tale -- diceva una risoluzione adottata nel 1921 su proposta di Lenin -- che uno può salire "i gradini del successo" fare carriera ed impadronirsi di un po' di potere, soltanto entrando al servizio dello Stato sovietico. (Pravda, 27 luglio 1921)

Nei suoi ultimi scritti Lenin concentrò tutta la sua attenzione su questo stesso problema: le relazioni fra gli elementi piccolo-borghesi e proletari dello Stato sovietico e la burocratizzazione dell'apparato.

Noi chiamiamo nostro -- scriveva Lenin nel 1922 -- un apparato che ci è in effetti completamente estraneo e rappresenta un confuso assieme borghese e zarista. Non c'è dubbio che solo una percentuale insignificante di sovietici e di operai sovietizzati nuota in questo mare di immondizia chauvinista Grande Russa, come una mosca nel latte.

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Ogni rivoluzione ha la sua feccia -- affermò Lenin -- perché proprio noi dovremmo rappresentare un'eccezione?

Tale degenerazione colpì anche una parte notevole della vecchia guardia leninista. L'enorme potere che si era concentrato nelle mani di questi uomini finì per dare loro alla testa. Con il loro tenore di vita si allontanarono dal popolo. Michaijl Razumov ci fornisce un esempio tipico di tale processo. Membro del partito dal 1912, segretario del partito tartaro e quindi della provincia di Irkutsk divenne una sorta di magnate. Sul finire del 1930 occupava una sola stanza di un appartamento statale. Un anno dopo si era costruito un palazzo tartaro, incluso un cottage separato per se stesso.

I complici

È facile capire come mai Viscinsky, transfuga menscevico, perseguitasse dapprima i suoi ex compagni del partito menscevico e poi i nuovi compagni bolscevichi. Era un uomo privo di principi, politicamente vigliacco, affamato di potere.

Il culto della personalità non era solo un fenomeno religioso e ideologico; aveva anche un preciso contenuto di classe. Si basava sulla degenerazione burocratica e piccolo borghese dei quadri e sull'infiltrazione di elementi carrieristi e piccolo borghesi nell'apparato. Stalin non era semplicemente un dittatore; egli stava al vertice di un intero sistema di piccoli dittatori. Era un capo burocrate sopra centinaia cli migliaia di piccoli burocrati.

Il cerchio ristretto degli alti dirigenti veniva protetto con la creazione di un sistema di negozi speciali, centri di distribuzione e ristoranti dove determinati beni potevano venir acquistati a prezzi stabiliti. Gradualmente essi ottennero altri privilegi: propri ospedali, accesso gratuito alle case di riposo, case di campagna, e così via. Il migliorare della situazione economica, che nel 1935, a esempio, permise di abolire il razionamento e di aumentare le paghe, non si tradusse nemmeno allora in un'abolizione di privilegi degli alti dirigenti. Al contrario, tali privilegi vennero accresciuti. Un sistema di assegni di rappresentanza venne fissato per tutti i dirigenti. Molti dirigenti aumentarono ancor di più i loro stipendi mediante il sistema del cosiddetto “pluralismo” ovvero assumendo più di un incarico, per ciascuno dei quali ricevevano un salario completo.

Negli anni del dopoguerra infine, lo stacco tra il salario reale di un operaio e quello dei più alti funzionari assunse aspetti scandalosi. Il rapporto diventò per taluni dirigenti da 1 a 100. E per ciò che riguarda i membri del Politburo e lo stesso Stalin il loro costo non è neppure calcolabile. Mantenere Stalin costò allo Stato sovietico assai più di quanto il popolo americano paga per il proprio presidente e non doveva certo esser più costoso mantenere Nicola II.

Nel nucleo proletario del partito esistevano delle tendenze conservatrici che facilitarono il salire e l'estendersi dell'egemonia staliniana. Il proletariato rappresenta la classe più avanzata della società borghese, ma sarebbe un errore idealizzarlo. Al suo interno, come in ogni classe c'è gente incapace di pensare. Costoro non sono attratti dall'aspetto creativo, che è l'essenza del marxismo leninismo. Preferiscono al contrario il dogmatismo, che li libera dal bisogno di pensare.

Stalin godette dell'appoggio della maggioranza del popolo sovietico non soltanto perché fu intelligente abbastanza per ingannarlo, ma anche perché questo popolo era abbastanza arretrato da poter essere ingannato.

La facilità con cui riuscite a indurre le masse popolari a seguirvi, sta ad indicare non tanto che siamo pronti per un sistema socialista, ma al contrario, l'immaturità del nostro popolo. (Korolenko)

Se noi ci rifiutiamo di definire questo periodo come quello del culto di Stalin e parliamo soltanto del periodo di costruzione del socialismo, potrebbe sembrare che le repressioni di massa contro il popolo sovietico siano state uno degli elementi di successo in questo periodo di intensa costruzione del socialismo. Ma in realtà non è affatto così. In realtà le repressioni di massa furono soltanto di ostacolo alla costruzione del socialismo.

Guerra

La cecità di Stalin e dei suoi consiglieri (pochi giorni prima della guerra) è semplicemente incredibile. La responsabilità di questa sistematica inazione non può venir attribuita al solo Stalin.

È generalmente ammesso dagli storici che Stalin sia stato direttamente responsabile del vantaggio della sorpresa offerto ai tedeschi e dell'impreparazione delle truppe sovietiche. Si ammette anche che l'Unione Sovietica sia entrata nella peggior guerra della storia coi suoi migliori leader civili e militari da poco annientati.

Alcuni anni prima il Soviet militare-rivoluzionario dell'URSS, prevedendo la possibilità di una ritirata temporanea agli inizi della guerra, aveva cominciato a organizzare unità partigiane nei distretti di frontiera; i principali ideatori dei piano erano Iakir, Uborevich, Bljucher e Ja.K. Berzin, tutti scomparsi nel vortice del 1937-38. I loro piani per l'organizzazione di basi militari segrete furono tacciati di “mancanza di fiducia nel potere dello Stato sovietico” e perfino di “preparazione di azioni ostili nelle retrovie dell'Armata Rossa”. Molti dei comandanti incaricati di queste future unità partigiane, che erano dei civili in tempo di pace, furono arrestati e fucilati quali “nemici del popolo” e “sovvertitori”.

Stalin e gli altri partiti

Il desiderio jugoslavo di autonomia, in politica interna che in politica estera finì per portare ad una completa rottura fra Jugoslavia cd Unione Sovietica. I capi jugoslavi vennero bollati come una banda di assassini trotskisti-bukariniani e di agenti dell'imperialismo. La stampa comunista mondiale si unì a quella sovietica in una campagna di accuse irragionevoli dipingendo lo stato jugoslavo come una dittatura fascista. La stampa sovietica fomentava la guerra civile in Jugoslavia.

Stalin ed i suoi servi obbedienti, come Matias Rakosi in Ungheria, Boleslav Bierut in Polonia, Viko Cervenkov in Bulgaria ed Enver Hoxha in Albania costruirono le più fantasiose invenzioni riguardanti l'attività di centrali titoiste controrivoluzionarie e clandestine dirette da Belgrado, Washington e Londra.

In tutti i paesi socialisti si tennero dei processi politici pubblici che chiaramente imitavano quelli sovietici del 1937-38.

Politica interna

Negli ultimi anni di vita Stalin rivelò una delle caratteristiche di molti monarchi: l'indifferenza per gli affari di Stato. Un episodio rivelatore venne riferito alla riunione plenaria del Comitato Centrale del giugno 1963. Poco prima della morte di Stalin, ci fu una riunione del Consiglio dei Ministri per la ratifica del Piano di sviluppo annuale. Di solito Stalin non presiedeva il consiglio dei Ministri, ma questa volta prese il suo posto, afferrò con la mano tutti i documenti e chiese: “Questo è il Piano. Chi è contro?” I ministri rimasero seduti, stupefatti e silenziosi. “Allora è accettato” dichiarò Stalin. Con questo, la riunione ebbe fine. Quando tutti si furono alzati, Stalin esclamò “E adesso andiamo a vedere un film”. Ed appena raggiunto l'Auditorium del Cremlino, affermò: “Abbiamo sciupato troppo tempo con i Piani ed i ministri”.

Stalin i cui pregiudizi da “Grande Russo” erano particolarmente marcati, rimpiazzò l'internazionalismo con uno spirito nazionalista. Un sintomo dei tempi fu l'assenza a Mosca di un monumento a Marx, a Engels, perfino a Lenin, laddove la statua di Yurii Dolgorukij, un principe illetterato e crudele del XII secolo, rimpiazzò l'obelisco alla libertà che era stato eretto dietro suggerimento di Lenin. (Il primo monumento a Marx venne eretto a Mosca solo dopo il XXII congresso).

Tutte le scienze naturali furono ostacolate nel loro sviluppo dallo stalinismo e dal culto della personalità; in molti casi attraverso un intervento personale di Stalin ed in altri casi, indirettamente, a causa del sistema burocratico in cui l'URSS era stata ingabbiata. Stalin di frequente si trasformò in un arbitro non richiesto, dando giudizi ed istruzioni agli scienziati sui problemi di fronte ai quali, di regola, era del tutto incompetente. Spiegò ai geologi dove e come cercare il petrolio, diede consigli ai medici su quella che doveva essere la loro specializzazione, istruì i biologi su problemi di ereditarietà. Un certo scienziato veniva proclamato la sola fonte di verità, immune da critiche. Queste condizioni permisero l'avvento di avventurieri e carrieristi dr ogni genere, che sfruttavano l'aiuto di potenti, ma troppo ignoranti come amministratori per assoggettare alle loro idee gli scienziati di livello e di valore. La biologia ne soffrì più di tutti. La tragica storia della guerra trentennale che infuriò nel campo della biologia e dell'agronomia è stata descritta in dettaglio nel libro di Zores A. Medvedev, al quale si rimanda il lettore.

Conclusioni

La scuola staliniana fu una dura scuola - ha affermato A.V. Snegov alla Conferenza pansovietica degli storici nel 1962 - oltre a distruggere la gente di onore, corruppe i viventi. Obbligò la gente a compiere i più sporchi compiti e la costrinse alla menzogna.

La peggior tragedia del socialismo proletario, forse la peggiore della sua storia, fu il discredito gettato sul socialismo sotto la bandiera ed in nome del socialismo, in un'epoca in cui il genere umano aveva imboccato questa strada e che doveva servire da esempio agli altri popoli, nel nome di Lenin, un nome ovunque legato agli ideali della rivoluzione socialista. Senza dubbio questo è il peggior crimine di Stalin, la sua pagina più negativa, il suo tradimento della causa del socialismo rivoluzionario, il socialismo di Marx e di Lenin. Fu un servizio reso al capitalismo mondiale, quale nessun altro nemico del socialismo riuscì mai a condurre a termine (El'konin).

Il processo purificatore del movimento comunista, mirante a cancellare da esso ogni traccia di sozzura staliniana, non si è ancora concluso.

La tesi di fondo dell'Autore è che in Russia c'è stato e c'è tuttora un “dualismo di potere” tra una parte della sovrastruttura creatasi e sviluppatasi con lo stalinismo ed un'altra parte della sovrastruttura che rappresenta le grandi organizzazioni di massa (partito e sindacati) che sono soggetti ad un'educazione leninista grazie alla tradizione della Rivoluzione di Ottobre e che premono con sempre più forza per un rinnovamento democratico della loro società.

In questo vasto e obiettivo panorama della Russia staliniana non vanno sottaciute, sotto il profilo più strettamente ideologico e politico, alcune considerazioni critiche di fondo. L'autore non ha esaminato con la stessa cura ed obiettività e soprattutto secondo il metodo marxista che, per la verità, non gli è congeniale, la natura di classe della economia russa e dello Stato che ne è l'espressione politico-amministrativa.

È questo l'errore d'impostazione che vizia, secondo noi, tutto il tessuto di questo grande dramma della storia russa posteriore alla rivoluzione d'ottobre, e porta l'autore a non vedere e neppure a chiedersi se, ad esempio la nuova politica economica (NEP), su cui tutti erano d'accordo, fosse soltanto un momento tattico, un momento d'attesa per riprendere la marcia della costruzione del socialismo (Lenin) oppure fosse l'inizio di un nuovo indirizzo socio-economico e politico diametralmente diverso ed opposto a quello verso il socialismo cui era teso, pur nella sua complessità, immaturità e inevitabili contraddizioni, lo sforzo di Lenin e della sua politica rivoluzionaria.

Nessuno sforzo viene compiuto dall'autore per scavare le ragioni obiettive che hanno fatto del partito (il partito di Lenin) un partito della democrazia progressiva a salvaguardia del capitalismo di Stato; non diversamente affronta il problema, d'importanza fondamentale, del “socialismo in un solo paese”; per salvare la faccia a Stalin, l'antistalinista Medvedev, ne attribuisce la paternità a Lenin, con quanta obiettività e acume critico lo lasciamo giudicare a quanti sono capaci di leggere, senza mal di fegato, oggi stranamente diffuso tra i riformatori di dottrina, nel patrimonio teorico e politico di Lenin.

La partecipazione, infine, alla seconda guerra mondiale dopo la parentesi degli illeciti autori con il nazismo (i battaglioni sovietici marceranno spalla a spalla con i battaglioni hitleriani verso... il socialismo) non appanna neanche un po' la coscienza dello storico Medvedev neppure quando a Yalta Stalin farà pesare sulla bilancia delle decisioni il ruolo di “grande potenza” della Russia nella spartizione del mondo in zone d'influenza, la cui fetta maggiore sarà proprio assegnata alla Russia, “patria del socialismo”.)

Per di più la conclusione prospettica che traccia l'autore, della esistenza di un “dualismo di potere” quello della sovrastruttura creatasi con lo stalinismo e quello delle grandi organizzazioni di massa, è formulata troppo palesemente sulla falsariga del patriottismo russo nella misura che considera sindacati e partito come la forza marciante del socialismo. Errore d'ottica storico-politico che porta l'autore a non vedere nella stessa Russia d'oggi, anche se non aperta-niente, le forze reali del proletariato e dell'opposizione rivoluzionaria sulla linea della tradizione marxista. Forse che l'episodio della rivolta di Vorkuta non è, in questo senso, la più drammatica manifestazione di una situazione di fatto ribollente sotto la crosta della pace sociale imposta con la violenza?

Recensione tratta dal sito leftcom.org

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