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Quando c'era Stalin

Elena Zubkova
il Mulino, Bologna, 2003

L'autrice presenta una storia sociale della Russia del dopoguerra, attenta non solo alle condizioni di vita materiale ma anche alle speranze, alle paure, in breve agli umori e alle opinioni della gente comune nel decennio successivo a quella che i russi chiamano la grande guerra patriottica. Partendo dalle conseguenze della guerra sul piano psicologico, Zubkova racconta come quell'apocalisse che costò al paese ventisei milioni di morti generò nei russi da un lato un maggior attaccamento al regime staliniano e dall'altro la speranza di una sua liberalizzazione. Sempre facendo ricorso a testimonianze dirette, Zubkova mostra le strategie di sopravvivenza adottate dalla popolazione per superare le ristrettezze economiche del dopoguerra.

Fra i paesi europei che parteciparono alla seconda guerra mondiale, l'Urss fu l'unico a mantenere praticamente inalterate, nel dopoguerra, le strutture economiche e politiche ereditate dal passato. La senescenza di Stalin, le lotte di fazione, gli imperativi della guerra fredda sono le spiegazioni più comunemente avanzate dalla storiografia per spiegare una scelta che condannò il regime sovietico, e gli stati dell'Europa orientale ai quali il modello era stato imposto, a conservare sino alla loro scomparsa tratti assieme inefficienti e brutali. Il lavoro di Elena Zubkova è il primo tentativo di analizzare il problema focalizzando l'attenzione sulla società sovietica, i cui orientamenti sono ricostruiti attraverso le lettere indirizzate alla stampa e ai dirigenti, nonché attraverso sondaggi di opinione e pubblici dibattiti sui principali eventi del periodo. Ne emerge un quadro cupo, dominato dalla volontà dei cittadini sovietici di tenere "speranze e illusioni" a un livello minimo, quasi che le tragedie del passato li avessero resi timorosi soprattutto di nuove, definitive "delusioni".

A prezzo di enormi perdite umane e materiali, la guerra aveva mostrato che anche i vintiki, le viti, come Stalin aveva definito i suoi concittadini, potevano essere responsabili del loro destino. Aveva portato milioni di soldati a diretto contatto con paesi capitalistici sino ad allora noti solo attraverso l'immagine caricaturale della propaganda di regime. Aveva suscitato una fiammata religiosa che il regime non aveva contrastato. Tutti questi fenomeni avevano lacerato la cappa totalitaria che gravava sulla società sovietica, senza tuttavia generare, a giudizio di Zubkova, reazioni politiche tali da imporre una riforma dello stalinismo: "L'abitudine di pensare in termini di noi contro loro persistette"; "Il regime era considerato come un dato di fatto immutabile, irrimediabile e indipendente dalla volontà umana"; "Disperazione, fatalismo o semplicemente rabbia" prevalevano nelle campagne devastate da una nuova carestia.

La società descritta nelle pagine del libro non è una replica di quella dell'anteguerra. Le lettere esprimono una diffusa consapevolezza degli aspetti irrazionali della politica economica del regime e il desiderio di riservare maggiore attenzione ai problemi personali, sebbene questi si riducessero spesso alla lotta per la sopravvivenza quotidiana. Quanto la documentazione utilizzata da Zubkova sia indicativa di orientamenti generali della popolazione sovietica, è questione aperta. Chi scriveva lettere, o rispondeva ai sondaggi di opinione, o partecipava ai tanti, ripetitivi, dibattiti letterari, manifestava un barlume di fiducia nella possibilità di influire sulle scelte dei vertici del regime. Estranei a questi canali di comunicazione rimanevano milioni di persone che questa fiducia non l'avevano e i membri della vasta nomenklatura, interessati alla conservazione delle strutture del potere.

Anche il regime aveva iniziato la propria trasformazione in dittatura che poggiava sulla passività, e sulla mediocrità, delle aspettative della popolazione, piuttosto che sulla sua mobilitazione totalitaria. Un indice inequivocabile del processo in atto è offerto dalle purghe, che colpirono una ristretta sezione dell'élite, e furono condotte senza ricorrere a "processi spettacolo". Solo la campagna anticosmopolita, diretta contro un "nemico" assieme simbolico e reale, gli ebrei, può essere accostata allo stalinismo degli anni trenta.

Seppur non sempre sostenuta da un'analisi convincente delle singole vicende, la chiave di interpretazione generale proposta da Zubkova coglie il tratto dominante del periodo: la diffusione, tanto ai vertici quanto alla base della società, di una cultura politica incapace di concepire una profonda riforma della società. Questo stato di sospensione e di impotenza assieme politica e intellettuale è colto nel passo delle memorie di Sacharov che descrive i sentimenti provati alla morte di Stalin: "Tutti capivano che in breve sarebbe cambiato qualcosa, ma nessuno sapeva in quali termini". Per la maggioranza della popolazione sovietica l'attesa si sarebbe prolungata per l'arco di una generazione.

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