Gariwo
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La lezione

di Gustavo Zagrebelsky Einaudi, 2022

"Una lezione non è un tram che vi porta da un posto all’altro, ma è una passeggiata con gli amici" 

(Pavel Florenskij)

Quando in libreria ho letto questa citazione sul retro della copertina, ancor prima di guardare l’indice (come faccio di solito prima di acquistare un testo), ho comprato il breve saggio di Zagrebelsky mossa dal desiderio di leggere cose belle sulla scuola, l’ora di lezione, lo stare in classe con gli studenti.

Sì, ne abbiamo bisogno! E ancor più convintamente lo dico dopo aver letto il libro, nato dall’intervento dell’autore tenuto a Torino il 7 ottobre 2021 in occasione della Biennale Democrazia con il titolo “Lezione sulla lezione”.

Credo che gli spunti offerti siano fondamentali per riflessioni sulla scuola che di solito non facciamo, tutti presi dal "fare", dalla rincorsa al programma o, ancor peggio alla burocrazia, che snerva tanti docenti e dirigenti. Con la mortifera conseguenza, per studenti ed insegnanti, che l’ultimo dei pensieri è dedicare alla "lezione" il meglio delle nostre energie intellettuali, emotive e creative: rimangono sul campo la noia, la frustrazione, l’alienazione.

Un allievo di Florenskij descrive come il suo maestro, fucilato nel 1937 perché non irregimentato, educava a “pensare diversamente”: “…dipingeva con le parole… risvegliava una sorta di risonanza… Mi sentivo pieno di voglia di vivere, ragionare, pensare, creare con lui. Egli ci spalancava gli occhi sui dettagli più minuti del mondo che ci circondava, sulla natura e sull’umanità; la bellezza acquistava sempre maggiore luminosità… il male ci appariva come l’ombra, l’assenza di bellezza. Il male cessava di essere così minaccioso…” (p. 39).

Ho pensato che dopo due anni di pandemia, la scuola ridotta a DAD per troppo tempo, una guerra in corso (una delle tante purtroppo!) ai confini dell’Europa, la rinascita dei nostri bambini e giovani non può che ripartire da lì, da quel luogo complesso, difficile, contraddittorio ma bellissimo che è la classe. Da quel momento, la lezione, che può diventare “fermentativo” (come diceva Florenskij) se il docente non si pensa come un manovratore di tram ma come guida di persone vive in cammino, spiritualmente prossime nel colloquio e nella scoperta di ciò che condividono.

L’alternativa tra sola istruzione come trasmissione di nozioni ed educazione come ammaestramento morale contrario alla libertà di coscienza sta proprio nella scuola come luogo di autoformazione di insegnanti e studenti dove trovano spazio, come diceva Norberto Bobbio, “l’inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura del giudizio, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose” (p. 65).

Mi sembra già di sentire che una scuola così, pur affascinante e desiderabile, è un’utopia lontana dalla scuola reale, dal mondo invadente e urlante dei social, dalla velocità del nostro tempo senza memoria che ingoia ogni momento in un eterno istante destinato a scomparire in un batter d’occhio. E’ una lotta ad armi impari.

Ma alcuni passi si possono fare perché “dove ci sono difficoltà, ci sono possibilità di superarle. È difficile ma l’esperienza, anche qui, dimostra che non è affatto impossibile” (p. 103).

Per prima cosa quel chiedere ai ragazzi di “fare silenzio” “è quasi un simbolo della distanza dalle ovvietà e dalle banalità, necessaria perché possa esserci cultura… siamo qui e ora e ci occupiamo, ci vogliamo occupare, di cose diverse da quelle che, fuori, ci assordano. Questo momento, se consapevole, è il primo ed essenziale atto di resistenza” (p. 74).

Per i nostri ragazzi e per noi, immersi costantemente in un vortice di immagini, la scuola, come “casa delle parole”, è il luogo dove, durante la lezione, “nominando le cose del mondo esteriore le facciamo esistere nel nostro mondo interiore…” così “la nostra vita diventa comunicabile, entra a far parte della realtà esterna, si socializza” (p. 11). Certo in classe si usano anche immagini, suoni, movimenti, azioni che tuttavia non possono mai sostituirsi alle parole. Dare nomi con le parole e imparare a farlo è un atto creativo e libero: “nel branco, nel gregge, nella folla non ci sono nomi” (p. 10). Come diceva don Milani in “Lettera a una professoressa”: “è solo la lingua che fa uguali. Uguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui.” Senza dimenticare che poche parole, poche idee; e quando scarseggiano i pensieri si restringono le possibilità, la libertà e alla fine la democrazia. Se il nostro linguaggio si limitasse a un “sì” o un “no”, al "mi piace" (dei social!) saremmo il gregge muto che obbedisce al padrone di turno.

I regimi hanno sempre temuto la lezione libera degli insegnanti: preoccupati di conservare l’uomo vecchio della tradizione o costruire l’uomo nuovo politicamente adeguato, hanno sempre controllato ideologicamente i docenti, imposto programmi dall’alto e testi approvati dal “ministero”, effettuato ispezioni, erogato titoli di studio come avvenuta omologazione (cfr. p. 30). Pensiamo a quanto accade anche oggi in tante parti del mondo dove neppure ad un’istruzione così controllata è concessa la possibilità alle donne di studiare. O dove la scuola, invece di essere “casa delle parole”, attraverso le parole manipola, distorce, violenta la realtà dei fatti e delle cose. Come afferma Zagrebelsky, basta guardare come sono fatte le lezioni impartite nelle scuole per constatare la vitalità o la sclerosi di una società. La sua tolleranza o la sua oppressione.

Un altro passo che possiamo fare è considerare la classe, la nostra classe concreta (con risorse e problemi) come unica: è la sua ricchezza di opportunità che la scuola autoritaria teme. Perché ciò che unico (studente, docente, classe) non è omologabile. La classe può essere un piccolo ambiente democratico o un “ambiente violento di umiliazioni e fanatismo” (p.79), dove le discriminazioni fanno stare malissimo chi le subisce. Allora, come adulti, dobbiamo essere consapevoli che "la costruzione di una classe può essere vista come una prefigurazione, una promessa, un’immagine della società che vogliamo costruire, competitiva, discriminatoria, violenta, oppure cooperativa, ugualitaria, amichevole." (p.82). La classe non vive separata dalla realtà, non è immune dalle influenze esterne (famiglie, politica e cultura, religione) ma “nel bene e nel male è un contributo all’opera di edificazione sociale” (p.82). Quali sono i criteri della formazione delle classi? Separazioni o mescolamenti? Ghettizzazioni o integrazioni? Sono queste scelte concrete, sono gli atteggiamenti che come docenti promuoviamo che fanno molto di più di circolari e linee guida. Cosa promuoviamo: “meritocrazia o solidarietà? Vocazione al successo egoistico o alla crescita comune?… i pierini - per usare il termine della scuola di Barbiana - fanno il bene o il male della scuola?” (p. 84). Anche se inconsapevoli, i docenti quando entrano in classe, esprimono nel loro modo di relazionarsi agli studenti ciò che ritengono sia il bene della società, ciò che si pensa debba essere la società. “Ma la questione è: che cosa è meglio? L’egoismo o la solidarietà; la competitività o la crescita comune; lo stress del carrierista o la costanza e la serenità del costruttore di se stesso?”. Al termine delle nostre lezioni e del ciclo di studi quale studente vorremmo aver formato: “il disciplinato o il creativo, il represso o il liberato, l’attivo o il passivo, lo speculativo o il pratico, l’egoista o l’altruista, il dominante o il sottomesso…? a ciascuno di questi obiettivi corrispondono altrettanti metodi” (p. 87). Come docenti non si può agire a buon senso oppure secondo tradizioni e abitudini, né si può solo teorizzare: “c’è uno scarto, sempre possibile e anzi desiderabile, tra ciò che è stabilito in astratto e in generale, e ciò che succede nel contatto tra gli studenti e i loro professori. In questo scarto è il miracolo della scuola, non riproducibile se non nel contatto fisico e non sostituibile da alcun rapporto mediato dalla tecnologia. L’esperienza… è ciò che importa primariamente.” (p. 89)

Queste riflessioni sono molto utili anche per la didattica della Memoria e dei Giusti in cui siamo impegnati come Gariwo: gli interventi nelle scuole non possono ridursi a “pacchetti preconfezionati” che ignorano il clima di classe che gli studenti vivono con i loro insegnanti e compagni. Se il Giorno della Memoria o quella dei Giusti è solo un rito dovuto, allora, come diceva don Lorenzo Milani “essere fedeli a un morto è la peggiore infedeltà”. C’è un lavoro di preparazione e uno che continua dopo gli interventi in classe. C’è da condividere quella visione di società democratica a cui tendiamo. C’è da condividere l’idea che abbiamo di noi stessi, come docenti in funzione di studenti che stanno lavorando ad arricchire la loro umanità delle caratteristiche migliori per diventare degli adulti maturi e dei cittadini consapevoli, responsabili e liberi.

Se questo accade, anche solo in un anno scolastico, in un solo corso, con un solo insegnante, quella lezione “è un dono di lunga durata. Un’ora sola, un’oretta di amore che la scuola ti ha dato e che tu hai ricevuto può essere tenuta a mente e valere per tutta la vita che resta”. (p.103) Perché è autentica, dà speranza e il male cessa “di essere così minaccioso”.

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