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I meccanismi dell'odio

Eraldo Affinati, Marco Gatto
Mondadori, 2020

Cosa è accaduto, negli ultimi vent’anni, in Europa e nel nostro Paese dove tante storie di violenza, protervia e arroganza sembrano farci tornare indietro rispetto alla difesa dei diritti per tutti, alla solidarietà, all’accoglienza dello straniero? Siamo diventati un Paese nel quale Liliana Segre, colpita dalle leggi razziali e scampata ad Auschwitz, vive sotto scorta. Un Paese nel quale può accadere che un giovane studente africano, con un biglietto in mano per chiedere un’informazione stradale, è evitato e insultato da coloro che avvicina, incapaci di guardarlo in faccia, lasciandolo solo e ferito da tanta indifferenza.

Eraldo Affinati, scrittore, insegnante e fondatore con la moglie Anna Luce Lenzi della scuola Penny Wirton, e Marco Gatto, studioso e ricercatore, hanno cercato di individuare le radici dei meccanismi dell’odio. Entrambi, a partire dall’esperienza di insegnamento gratuito della lingua italiana a ragazzi stranieri, riflettono su questi tempi difficili caratterizzati da un forte senso di fragilità, acuito dalla pandemia. Oggi nessuno può salvarsi pensando solo a se stesso: eppure il “prima noi, poi tutti gli altri” è l’occasione ghiotta di chi cerca il consenso e lo ottiene facilmente. Ma non tutto è perso: nell’incontro e nell’esperienza dell’altro, in carne ed ossa, con il suo sguardo, i suoi bisogni, le sue attese, può scattare quella “molla etica” che, entrando in azione, cambia la realtà, dentro e fuori di noi.

Il testo si compone di cinque parti: le disuguaglianze sociali, la strumentalizzazione, in Italia, del fenomeno migratorio, la ricerca di maestri a cui gli autori si sono ispirati nell’esperienza educativa, i meccanismi dell’odio e la scommessa di una scuola capace di dar vita a processi di rinnovamento sociale.

Educare non è una mera competenza (skills) perché il sapere non deriva da una meccanica della conoscenza ma da un delicato patto tra docente e discente che insieme condividono la complessità della vita. Certificare la “qualità scolastica” è particolarmente difficile: bisogna conoscere il punto di partenza dello studente, verificarne il percorso, tener presenti tempi e modi diversi di apprendimento…E molto, se non tutto, dipende dalla relazione umana.

Nel senso di “orfanezza” che si estende nell’Occidente e che crea disordine, disorientamento, frammentazione dei valori e dei significati, perdersi è molto semplice. La scuola deve ripristinare il principio di umanità. Bisogna “trasformare questo senso di vuoto dell’orfano in pienezza e l’insoddisfazione esistenziale nella ricerca della verità…”: questo è il paradigma antropologico di ogni possibile antirazzismo. Bisogna trovare bussole efficienti per orientarci in una selva in cui tutto sembra uguale. E per farlo bisogna avere in testa un sistema di valori. Passare dal parlare al vivere e agire con responsabilità e libertà. Gli autori ricordano l’invito di un maestro comune, Bonhoeffer che, dal carcere di Tegel , scriveva: “Abbiamo imparato un po’ troppo tardi che l’origine dell’azione non è il pensiero ma la disponibilità alla responsabilità….Voi penserete solo ciò di cui dovrete assumervi la responsabilità agendo.”

In particolare la scuola pubblica deve rinnovare e riscoprire il suo valore democratico (art 34 della Costituzione) consapevole che la globalizzazione economica e la rivoluzione informatica rischiano di lasciare indietro i più fragili e i meno pronti. Insegnare oggi sembra diverso da ieri ma è rimasto centrale il nocciolo pedagogico e la scuola italiana, anche se ha strumenti spuntati a disposizione, riparte ogni anno ed è tra le più inclusive al mondo (la sua legislazione sull’integrazione degli studenti portatori di handicap è la sua spina dorsale).

I giovani studenti vanno presi in carico : ciò significa studio, lavoro, concentrazione, rigore applicativo, gerarchie culturali nel gran mare della Rete. Imparare a pensare per diventare se stessi. Ridurre tale giacimento aureo della civiltà umana a semplice “competenza”…  “bestemmiare il tempo” (espressione di don Milani). Questa è la sua lezione umanistica e il suo contributo alla politica di oggi.

La scuola, di fronte alla crisi etica contemporanea, alla mancanza di valori e gerarchie… dovrebbe diventare una postazione di resistenza dove custodire la sapienza, mantenere le promesse e diffondere lo spirito critico.” “In particolare bisogna esplorare i meccanismi dell’odio. Il razzismo avvelena i pozzi e inaridisce le fonti perché impedisce di riconoscere la fratellanza.”

A scuola si vive quotidianamente l’esperienza diretta dell’altro che permette di cogliere la radice di certi comportamenti sociali: il razzismo scatta quando ti senti minacciato, allora si reagisce rinserrando le fila, aggredendo.

Ogni incontro umano rappresenta un rischio. “Dobbiamo lavorare sulla fragilità: è necessario innanzitutto accettarla, fuggire dall’illusione dell’autonomia, mettersi in testa che da soli non ce la faremo, abbiamo bisogno degli altri”… L’epoca che stiamo vivendo tende a occultare il dolore, nascondere i difetti , mascherare la sconfitta ”.

A scuola, nell’incontro con l’altro, facciamo tutti i conti con noi stessi. Negli occhi degli adolescenti violenti ( a parole o nei fatti) c’è la debolezza dietro la forza, la viltà sotto la protervia, la solitudine dentro il frastuono. “Se lasci da solo il razzista, rischi di esacerbare la sua passione autodistruttiva. E’ necessario favorire il confronto diretto tra lui e il suo potenziale avversario. Se lo fai , possono accadere eventi inaspettati “

Allora può accadere che Giovanni, simpatizzante e frequentatore di Casa Pound, possa prendere sul serio l’invito a conoscere il giovane egiziano minorenne appena arrivato in Italia. Può accadere che Claudio, convinto sostenitore che “ gli stranieri ci rubano il lavoro. Perché non restano a casa loro? Non possiamo ospitarli tutti!”, alla domanda dell’insegnante sul perché non se la prenda con Cosmin, seduto accanto e figlio di rumeni, dica: “ Cosa c’entra. Lui è mio amico!”.

Però gli insegnanti sanno che non ci sono solo i Giovanni e i Claudio ma anche tutti gli altri che girano le spalle , rinunciano alla sfida, si trincerano dietro comportamenti rigidi. Il vero interlocutore è proprio chi non corrisponde alle aspettative. Come diceva don Milani, quello dell’insegnante è “il mestiere dei fiaschi".

Non dovremmo mai essere schiavi del risultato… il vuoto fra ciò in cui crediamo e la solitudine conseguente corrisponde al vero cimento da affrontare: è proprio nella difficile terra di mezzo fra i propositi e le realizzazioni che mettiamo alla prova le nostre convinzioni".  Oggi facciamo fatica a sostenere una dimensione minoritaria, non vincente. Però c’è un’etica del rischio educativo che è un argine alla doppia deriva di chi rinuncia preventivamente ad agire  spesso per nichilismo compiaciuto, scetticismo o cinismo o di chi, in modo efficientista, vuole il risultato a tutti i costi, con calcolato interesse.

E’ urgente invece affrontare la complessità della condizione umana e avviare una discussione sincera e netta sui valori fondanti. L’educatore ha solo bisogno di fare sul serio.

La scuola è un presidio altamente democratico che richiede di adottare uno sguardo diverso sul mondo, è un modo diverso di costruire comunità.

Come insegnanti, concludono gli autori, non siamo migliori di altri, però dovremmo essere “convinti che sia possibile assumersi…una responsabilità civile che miri alla trasformazione individuale e collettiva”  su principi diversi da quelli oggi egemoni.



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