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Libia

Francesca Mannocchi e Gianluca Costantini
Mondadori, 2019

Questa è la Libia dai molti volti, quelli scrutati da Francesca Mannocchi e tracciati da Gianluca Costantini, che raccontano insieme cosa sta succedendo a poca distanza da noi; qualcosa di complesso, difficile da comprendere ma non per questo impossibile da indagare, nel tentativo di riportare un po’ di verità.

“La Libia è opaca. Se penso alla Libia, oggi penso questo. Penso all’opacità, quella delle mattine di nebbia in cui tutto si confonde. Ma se non ti stanchi di guardare, piano piano ciò che era opaco diventa chiarissimo, opalescente. Quando la nebbia si dirada, questa è la Libia che vedo[...] dove chiaro e scuro si confondono[…] dove il bene e il male si accavallano[…] dove i ruoli e le alleanze si ribaltano con la velocità di un battito d’ali.”

Sei capitoli di un reportage in tutta la Libia, che inizia nella capitale Tripoli con l’incontro di Hussein, sopravvissuto al massacro di Abu Salim del 1996. “Per anni i parenti delle vittime giungevano in pellegrinaggio senza sapere delle sorti dei loro cari, dei più di 1200 morti a seguito della rivolta”, si legge. Liberato nella rivoluzione del 2011 nelle logiche delle primavere arabe, Hussein fa emergere tutto il rammarico per i princìpi traditi della rivoluzione che rappresentava la speranza di libertà del dopo Gheddafi. Una speranza purtroppo tramontata.

La visita al centro di detenzione di Zawiya ci porta alla riflessione sui migranti e sul concetto di “scafista” tanto usato come capro espiatorio da giornali e opinione pubblica, che molto spesso non esiste ma è "[…] solo un disgraziato a cui sono stati affidati una bussola, un gps e un satellitare”. Perché lo scafista degli ultimi anni molto spesso non è altro che un migrante. Al confronto con la vita dentro un centro di detenzione come quello di Zawiya - dove vivono persone spesso malate e stipate come animali, con scarsità di igiene, cibo e acqua -, la speranza di una vita migliore rende poco significativo il pericolo della morte o l’amoralità dei compromessi da accettare. “Meglio morire annegato che consumato dalla malaria qui dentro”, sentenzia Amir, ragazzo eritreo intervistato nel centro.

Tanti, i tasselli che compongono il mosaico del fenomeno dell’immigrazione e del traffico degli esseri umani: chi si procura barche e ruba i motori, chi corrompe le guardie, chi raduna i migranti e chi porta loro il cibo. “Nessuno singolarmente si sente un criminale, ma tutti lo sono. O meglio, tutti lo siamo.”, dice Isaa, guardia costiera di Garabulli che salva migranti con la sua barca personale a causa della scarsità dei mezzi a disposizione per salvare le persone che annegano - portando a riva persino i cadaveri.

Tanti, quelli che fanno parte di questa catena gerarchica di business e diritti violati, alimentata indirettamente dai governi europei che stringono patti con istituzioni fragili o inesistenti - in un Paese dove l’unica linea percorribile appare approfittarsi della speranza delle persone. Persone, esseri umani, vittime di questo business come Wered, ragazza eritrea spinta a partire dalla famiglia in cerca di una vita migliore. Arrivata in Libia è stata rapita dall’ISIS, torturata e stuprata. Un sogno rotto in mille pezzi. Liberata dall’inferno è ora intrappolata in un limbo: in Libia non può stare e in Eritrea non può tornare. “Un giorno forse si imbarcherà, sperando di non annegare”, scrive la Mannocchi.

Le ultime pagine rappresentano una riflessione sulla potenza del denaro, sulla corruzione costante, sulle due linee che collegano Libia e Italia indissolubilmente: il gasdotto che collega Mellitah a Gela e la rotta dei migranti che attraversano il Mediterraneo dalla Tripolitania. Linee collegate da interessi economici e caos politico, nelle dinamiche di questa guerra civile tra Al Sarraj a Tripoli e Haftar a Tobruk. Dove piccoli signori della guerra – e capi tribali - collegati alle istituzioni, gestiscono le banche e sono stati promossi a interlocutori. La lapidaria conclusione è che tutto questo sembra avere pochi comuni denominatori: il denaro, il potere, la paura.

“Libia” è un dossier a fumetti che indaga una nazione nel caos. È la descrizione di un quadro unitario ma complesso, dove cause ed effetti si mescolano, dove man mano che l’indagine continua e ci offre risposte, sorgono altre domande. In cui si arriva a preferire il passato dittatoriale a un presente di anarchia. Perché, si dice, almeno con Gheddafi alla mancanza di libertà faceva da contraltare un senso di sicurezza e c’era tutto l’interesse a far giungere i migranti in Europa vivi. Ecco, l’eterno dilemma del male minore.

È, questo, un libro che si legge in poco tempo nonostante il peso di ciò che raccoglie, un gioiello del graphic journalism che ci fa immergere in Libia e ci fa riemergere coperti dalla sabbia che tutto confonde, macchiati del nero del petrolio e della corruzione che aleggia nel Paese, del rosso del sangue delle tante vittime. La penna di Francesca Mannocchi – giornalista freelance – e i volti disegnati da Gianluca Costantini – attivista e fumettista - ci permettono di avvicinarci a questa realtà raffigurandone le sfumature con tratto inquisitore ma sensibile, ci permettono di informarci veramente.

Al termine di queste pagine si resta con la consapevolezza di non potersi lasciare andare a facili giudizi su fenomeni che dobbiamo imparare a trattare con senso di responsabilità, soprattutto perché in questo caso quello che succede in un Paese che ci sembra “esotico” è a poche centinaia di chilometri da noi. Nell’indifferenza generale, un giorno guardandoci allo specchio dovremo chiederci perché non si è fatto abbastanza. Perché il fatto che tanti siano nati nella parte sfortunata del mondo non è una colpa di per sé, ma non riconoscerlo lo è. Perché - come diceva un grande cantautore - anche se noi ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti.

Daniele Molteni

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