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Datemi libri

Ludovica Iaccino
Ensemble, 2021

Datemi libri è il grido disperato di Eva, profuga ferma a Bidi Bidi, Uganda, dove vivono poco meno di 300 mila rifugiati del Sud Sudan e che, insieme al Kutapalong in Bangladesh, è il campo profughi più grande del mondo. In fuga dalla guerra civile, dalle violenze sessuali e dalla morte, Eva ha 16 anni e aspetta un bambino da uno dei suoi aguzzini. Quando la giornalista Ludovica Iaccino la intervista e le chiede cosa abbia bisogno oltre ai beni di prima necessità, Eva chiede “libri per tenere al sicuro la mia mente”.

Come Eva, milioni di donne e bambini vittime di violenze e repressione non chiedono solo giustizia ma dignità e la possibilità di decidere del proprio futuro. E per chi ha la fortuna di non trovarsi in queste situazioni “diventa un obbligo morale raccontare le storie di chi non può parlare, ampliare le loro voci, trasmetterle al mondo e far sì che quel velo di ignoranza, a poco a poco, si laceri e scompaia”, come scrive l’autrice nella prefazione.

Dopo Il silenzio di Nyamata, un romanzo storico sul genocidio in Ruanda, la giornalista Ludovica Iaccino torna in libreria con un volume snello eppure denso di storie in cui raccoglie interviste e incontri - principalmente con bambini e bambine - avvenuti nell’arco di cinque anni da invita speciale per “International Business Times”, “Newsweek” e altre testate internazionali.

Dal Medio Oriente al Ruanda, dalle comunità di migranti bloccate nei Balcani ai bambini sieropositivi dell’Etiopia, tutti i protagonisti e le protagoniste delle storie raccolte da Iaccino possono raccontarsi e, almeno per una volta, essere il soggetto e non l’oggetto della narrazione giornalistica.

Non più quindi numeri all’interno di questioni globali (genocidi, guerre, migrazioni, matrimoni precoci) ma persone con i propri drammi e le proprie aspirazioni. E le loro storie, che diventano un’irrinunciabile punto di partenza per riflettere su come comportarci nei confronti delle violazioni dei diritti umani e quali possono essere i bisogni inascoltati di chi ne è vittima. Come, ad esempio, il diritto alla salute mentale, quasi mai percepito come fondamentale quando si ha a che fare con i migranti.

Se Eva vuole fare la giornalista e chiede libri, Mary - una 17enne del Malawi - ha smesso di andare a scuola, è incinta e spera che almeno le sue amiche possano continuare a studiare. Mentre la piccola siriana Aya, bloccata al confine tra Croazia e Serbia, sogna un paio di scarpe: le sue le ha perse in Turchia e per dodici ore ha camminato senza niente ai piedi, ammalandosi. Del resto la fame e la povertà sono il contesto perfetto per la violazione dei diritti umani. "Le bambine dovrebbero studiare" spiegano attivisti intervistati in Mozambico. E invece tante bambine vengono date a uomini adulti che, pensano i genitori, per lo meno possono permettersi di dar loro un pasto nutriente in un Paese gravemente colpito dalla siccità.  

I racconti si susseguono uno dopo l’altro, senza dare spazio alla retorica o alla tentazione dello sconforto. Né all’astrazione della singola vicenda rispetto a uno sguardo d’insieme. Perché dietro ogni tragedia personale c’è un intreccio collettivo, fatto di scelte (o non scelte) politiche e di consuetudini di ingiustizia stratificate nelle società. E dietro a quel Datemi libri di Eva non c’è solo la sua storia di violenza e sopraffazione, ma una richiesta collettiva di accesso all’istruzione e, quindi, all’autodeterminazione. “In un mondo in cui le fake news spadroneggiano”, scrive Iaccino, “è dovere raccontare la verità. E’ dovere urlarla, questa verità”.

Joshua Evangelista

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