Gariwo: la foresta dei Giusti GariwoNetwork

English version | Cerca nel sito:

Eretica

Ayaan Hirsi Ali
Rizzoli, 2015

Per ammissione dell’autrice stessa, questo è un libro scomodo, scritto proprio con l’intenzione di destabilizzare non solo i musulmani, ma soprattutto gli islamofili occidentali, ai quali specificamente si rivolge. Infatti “Eretica” va ad analizzare le radici dell’Islam, la sua storia e la dottrina, presentando un punto di vista nuovo, che può essere considerato eretico, illuminato, utopistico a seconda dei casi e degli interlocutori, ma che offre comunque molti spunti di riflessione e di discussione.

La tesi dell’autrice, che educata nella fede islamica se ne è poi staccata gradualmente nel corso degli anni ’90, parte dal presupposto che l’Islam non sia una religione di pace, e che pertanto sia insensato separare le azioni violente dei terroristi islamici dagli ideali religiosi che le ispirano, come puntualmente fanno gli occidentali ad ogni attentato terroristico. L’appello alla violenza e la sua giustificazione sono esplicitamente presenti nei testi sacri dell’Islam, pertanto per combattere il terrorismo e il fondamentalismo islamici è assolutamente necessaria una riforma radicale di alcuni fondamenti dell’Islam stesso.

Dopo un’introduzione di forte impatto, ma con un tono eccessivamente polemico e arrogante, che purtroppo penalizza l’opera nel suo complesso, conferendole paradossalmente un estremismo simile a quello che intende combattere, l’autrice presenta i cinque precetti della religione islamica che ritiene vadano cambiati, descrivendone in modo esauriente le implicazioni e le degenerazioni, con esempi e riferimenti a fatti storici, di cronaca e di vita personale.

L’obiettivo è duplice: da un lato stimolare la riflessione e il dibattito tra i musulmani, all’interno di una fede che è solita ostacolarlo fermamente, dall’altro sensibilizzare gli occidentali sul fatto che l’estremismo islamico deriva dalla religione stessa, quindi è inutile spendere risorse economiche e umane in missioni di guerra, senza dare supporto, visibilità e voce ai dissidenti musulmani, che auspicano una riforma religiosa.

Veniamo dunque ai cinque punti dell’auspicata riforma:

1. Abolizione dello status semidivino e infallibile di Maometto, per permettere e garantire che i suoi precetti e il Corano siano aperti all’interpretazione e alla critica.

La cultura tribale araba del VII secolo, in seno a cui è nato l’Islam, ha influenzato fortemente la religione e l’atteggiamento dei suoi fedeli verso i non-musulmani: l’Islam ha riunito le tribù arabe preislamiche perennemente in guerra tra loro, rivolgendo la loro consuetudine alla lotta al nemico esterno infedele. E come nel clan tribale vigevano regole ferree e il comportamento fuori dalla norma era considerato disonorevole e un tradimento della discendenza, così nell’Islam il Corano è considerato la definitiva rivelazione, l’ultima parola di Dio, e metterlo in discussione è un’eresia, che va combattuta strenuamente.
Poiché le violenze commesse in nome dell’Islam vengono sempre giustificate facendo ricorso al Corano, solo riconoscendo la componente umana della sua stesura e le numerose incongruenze interne sarà possibile avviare un dibattito e sviluppare lo spirito critico all’interno del mondo islamico. I musulmani devono pertanto, secondo l’autrice, assumersi la responsabilità di ridefinire attivamente la propria fede, e per farlo devono ammettere l’umanità di Maometto e il ruolo umano nella redazione dei testi sacri.

2. Dare priorità alla vita terrena, anziché a quella dopo la morte.

Mentre gli Occidentali sono educati a credere nella vita, nella libertà e nella felicità, i musulmani danno maggiore importanza e valore alla promessa di un’esistenza nell’aldilà rispetto che alla vita terrena. Questo atteggiamento, per cui tutto è transitorio e solo Allah permane, dà origine al cosiddetto fatalismo islamico: tutto ciò che accade è per volere di Allah, ed è inutile darsi da fare su questa terra, perché la vita terrena non conta. La conseguenza di ciò è la totale mancanza di innovazione nel mondo islamico: gli imam pertanto dovrebbero iniziare a predicare su come rendere questo mondo un paradiso e spronare a valorizzare la vita terrena per poter cominciare ad adattarsi al mondo moderno.

3. Spezzare le catene della sharia e impedirne la supremazia sulla vita laica.

La sharia codifica tutte le norme dell’Islam, regolando non solo il culto, ma anche la vita sociale ed economica: la legge religiosa è il pilastro del mondo islamico civile e politico.
Mentre le leggi occidentali si evolvono, le leggi dell’Islam, considerate di natura sacra, perché rivelate a Maometto, sono rimaste immutate dal VII secolo. Nel Corano religione e giurisprudenza sono sovrapposte, a scapito dei più deboli, come nella società tribale: e i comportamenti giudicati riprovevoli e le punizioni previste sono quelli del VII secolo.
L’adozione della sharia è in crescita esponenziale dagli anni ’80, anche tra i musulmani residenti in occidente, ma – come denuncia la Hirsi – “oggigiorno le autorità occidentali si fanno in quattro per non urtare la sensibilità dei musulmani e spesso giustificano, o fingono di non vedere, le violazioni dei diritti umani universali da essi perpetrate, anche se avvengono nei paesi occidentali”. Almeno in Occidente invece si dovrebbe insistere affinché gli islamici residenti si attengano alle leggi del Paese che li ospita e che vengano respinte le pratiche e le pene della sharia che confliggono con i diritti umani basilari e la giurisprudenza occidentale; bisogna assolutamente vietare che in Occidente si costituiscano delle enclave autogovernate, regolate da leggi del VII secolo.

4. Cessare la pratica dell’ordinare il bene e proibire il male.

Questo precetto è una forma di controllo sociale, che nega qualsiasi dubbio o dibattito: comincia tra le pareti domestiche, per poi diffondersi a tutta la comunità. È un sistema di vigilanza dal basso, per imporre agli altri con la forza il comportamento adeguato.
Mentre il pensiero liberale occidentale spinge gli individui, entro certi limiti, a scegliere da soli in cosa credere e come vivere, l’Islam impartisce regole molto precise e definite su come bisogna vivere. Questo precetto quindi, poiché contraddice il principio occidentale della libertà del singolo, va, secondo l’autrice, eliminato dai fondamenti del credo islamico.

5. Abbandonare l’appello al jihad.

Per spiegare il fenomeno dell’aumento impressionante di reclute convertite al jihad tra gli islamici in Occidente, i commentatori occidentali parlano di difficoltà economiche, famiglie disfunzionali, mancata integrazione, fallimento della politica estera. In realtà, “l’imperativo del jihad è radicato nell’Islam: è un vero e proprio obbligo religioso”.
Oggigiorno i social media permettono il reclutamento di massa di jihadisti, e per i giovani che hanno scarse possibilità di ottenere fama e visibilità, il jihad è un “selfie gigante” che rende i giovani insoddisfatti celebrity dei social media.
L’autrice sottolinea che i jihadisti sono ribelli con una causa, saldamente ancorati alla tradizione islamica della missione sacra, analoga a quella di Maometto a Medina: non sono slegati dall’Islam, come l’Occidente dichiara per “difendere” i musulmani moderati, ma ne riflettono la dottrina. Come il Cristianesimo ha abbandonato le Crociate, così è giunto il momento che l’Islam abbandoni il Jihad.

Il capitolo conclusivo del saggio riassume il “j’accuse” che percorre tutta l’opera: un’aspra critica all’Occidente che rifiuta di vedere terrorismo e fondamentalismo islamici come diretta emanazione del credo religioso, continuando a concentrarsi sulla violenza e non sulle idee che la generano.

Come premesso, gli spunti di riflessione sono numerosi, sia sui temi affrontati, dai contenuti della riforma proposta all’atteggiamento occidentale, sia su quelli taciuti (assenti le motivazioni economiche che spesso spingono gli occidentali a giustificare, tacere o minimizzare le atrocità descritte, così come le motivazioni psicologiche più generali che sottostanno a certi comportamenti, non esclusivamente islamici), quindi l’obiettivo dell’opera di accendere un nuovo dibattito, almeno in Occidente, su un tema tanto caldo è stato senz’altro centrato: se la soluzione proposta sia attuabile, è una questione più complessa.

Tea Camporesi

Non perderti le storie dei Giusti e della memoria del Bene

Una volta al mese riceverai una selezione a cura della redazione di Gariwo degli articoli ed iniziative più interessanti. Per iscriverti compila i campi sottostanti e clicca su iscrizione.




Libri - Opere varie

per approfondire

segnalate da Gariwo