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Gas in Etiopia. I crimini rimossi dell’Italia coloniale

Simone Belladonna
Neri Pozza Editore

In questo caso il sottotitolo è fondamentale per capire di cosa tratta quest’opera: le guerre coloniali italiane sono così sconosciute e ignorate dalla maggior parte degli Italiani, che il solo titolo “Gas in Etiopia” avrebbe probabilmente fatto pensare a uno slogan promozionale dell’ENI, piuttosto che a un massacro.

L’autore è molto chiaro su questo punto: la guerra in Etiopia non è stata una “semplice” avventura coloniale, bensì una vera e propria guerra nazionale, che ha impegnato più di mezzo milione di soldati, ha visto l’impiego di armi chimiche, il genocidio dell’etnia amhara e che ha prodotto squilibri internazionali tali da portare dritti alla seconda guerra mondiale. E un altro punto è ugualmente chiaro: questa guerra c’è stata, ma è stata volutamente dimenticata, minimizzata e distorta fino ai giorni nostri.

Simone Belladonna in questo suo saggio assolve a questo duplice intento, raccontare una guerra dimenticata e spiegare i perché di questa cancellazione della memoria.

Il conflitto è descritto minuziosamente, partendo dall’analisi del contesto, il Ventennio, e le cause che l’hanno generato: il risentimento verso una classe politica incapace di fare gli interessi del Paese, la percezione di essere un Paese in secondo piano nel panorama internazionale (ogni riferimento all’attualità, che sorge spontaneo, è puramente casuale) e l’idea di trasformare l’Italietta in un Impero, idea che fa subito breccia su una popolazione piuttosto ignorante, abituata a credere a tutto ciò che scrivono i giornali.

Le battaglie, le rivolte, le rappresaglie, i bombardamenti aerei con il disinvolto utilizzo delle armi chimiche vengono descritti e documentati con estrema precisione, grazie a un approfondito lavoro di raccolta e analisi delle fonti, non solo degli studi dei due storici Angelo Del Boca e Giorgio Rochat, ma anche dei documenti governativi del periodo, desecretati solo negli anni ’90. Il racconto della guerra d’Abissinia procede con un ritmo serrato e un tono concitato, come se si trattasse di una partita di Risiko: e questo era proprio il modo in cui la guerra doveva essere percepita in Italia, un conflitto disumanizzato perché lontano e soprattutto perché diretto contro i “negri incivili”, un popolo considerato inferiore, che dovevamo civilizzare.

Segue una sorta di cronistoria particolareggiata delle armi chimiche in Etiopia: lo stoccaggio, il trasporto, l’impiego, grazie al grande sviluppo dell’aviazione proprio nel Ventennio, gli effetti dei gas sulla popolazione, il tutto aggirando il Protocollo di Ginevra del 1925 e badando bene a sganciare le bombe chimiche lontano dall’esercito italiano, per non compromettere la salute degli Italiani e per tenerli all’oscuro di quanto accadeva in realtà. Qui l’autore non esprime giudizi: si limita a dare un freddo resoconto storico dei fatti, correlato da note tecniche, lasciando al lettore la facoltà di rendersi conto delle implicazioni etiche e umane, di come, con l’uso delle armi chimiche, le guerre escano dalla dimensione “cavalleresca” e militare e diventino atti politici, decisi a tavolino, in cui gli esseri umani sono mere pedine.

Ma perché ci sono voluti sessant’anni per ammettere l’impiego dei gas in questa guerra? E perché la guerra d'Etiopia è stata rimossa dalla memoria collettiva?

Per rispondere a questi interrogativi l’analisi esce dal terreno storico estendendosi alla sfera sociale, politica ed etica, dalla propaganda fascista alla memorialistica successiva, fino alla creazione e alla diffusione del mito “Italiani brava gente”, ancora oggi più vitale che mai.

Molto interessante la storia di Del Boca, che per oltre trent’anni cerca di far luce sulla guerra abissina, andando contro il “sistema”, sfidando l’opinione pubblica e l’oblio imposto dalle istituzioni a scapito del proprio nome e della propria credibilità, a conferma che anche il lavoro dello storico e del giornalista, se svolto con imparzialità come dovrebbe essere, senza piegarsi a esigenze politiche e propagandistiche, può diventare simile a un’impresa eroica, da Giusto, perfino in un contesto democratico come il nostro.

Per finire, una delle conseguenze più peculiari e durature della guerra in Etiopia è stata proprio la nascita del mito “Italiani brava gente”, poi ulteriormente sviluppatosi dopo la seconda guerra mondiale e le successive missioni di pace, unico mito collettivo possibile dopo la frantumazione della memoria nel dopoguerra, il persistente rifiuto dell’Italia a fare i conti con il proprio passato, africano, balcanico, fascista, e la rimozione dalla coscienza nazionale di tutte le aggressioni perpetrate dal ‘36 al ‘43.

Il libro si chiude quindi con il tacito appello a prendere coscienza del nostro passato africano, a riconoscere di aver sfruttato i possedimenti coloniali e di avervi commesso dei crimini efferati, in modo da smettere di banalizzare i fatti e autoassolverci per tutti i nostri misfatti, abbandonare questo schema mentale che continuiamo a portarci dietro, e guardare finalmente al futuro in modo più onesto.

Tea Camporesi

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