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I buoni

Luca Rastello
Ed. Chiarelettere, 2014

C’è un bellissimo romanzo del quale si parla molto, nelle ultime settimane, ma se ne parla spesso in modo sbagliato. Lo ha notato Adriano Sofri in un amaro intervento, La disputa sui buoni.

Il libro del giornalista e scrittore torinese Luca Rastello (autore di alcuni pregevoli libri, tra i quali, il reportage sulla guerra nella ex Jugoslavia La guerra in casa, Einaudi e il romanzo Piove all’insù, Bollati Boringhieri), è uno dei romanzi italiani più significativi degli ultimi anni. Invece di valutarlo per i suoi meriti letterari è stato ridotto, nelle polemiche, a una sorta di pamphlet appena mascherato contro Don Ciotti. Eppure l’autore, forse immaginando che il suo passato lavoro nella rivista Narcomafie potesse suscitare delle improprie identificazioni, si è premurato di scrivere nella prima pagine che la storia è tutta inventata.

Il romanzo di Rastello è una potente macchina narrativa e una profonda riflessione filosofica sulla confusione tra bene e male. Racconta di una giovane rumena Aza che è stata salvata da un caritatevole clown francese dall’inferno dei sotteranei di Bucarest dove, dopo la caduta del regime comunista, molti bambini abbandonati (simili ai “bambini perduti” di Peter Pan) si rifugiarono in una condizione di degrado umano (sporchi, affamati, dediti alla continua aspirazione di colle per ottundersi il cervello) e di violenza. Aza abita fuori, in una casa sua e continua l’opera di assistenza di questi bambini. Due italiani, Andrea e Mauro, una sorta di Cirillo e Metodio del volontariato, appartenenti all’organizzazione “In Punta di Piedi”, fondata e guidata da un malinconico e carismatico Don Silvano, si invaghiscono di lei e la convincono a cambiare vita, tentando la fortuna altrove. Così Aza si trasferirà clandestinamente in una città del Nord Italia (con una periferia altrettanto spettrale: costellata da lugubri capannoni industriali abbandonati e scheletri di edifici non finiti), e inizierà una nuova vita, lavorando per la comunità di Don Silvano. Il carisma e il successo di questo ambiguo sacerdote viene così spiegato da uno dei due volontari, in un monologo lucido e spietato, che fa affiorare tutte le contraddizioni del sacerdote:

Perché tutti lo accolgono, perché lo amano? «Perché abbiamo bisogno di lui, Adrian. Tutti. Abbiamo bisogno di convivere con il male, fingendo di combatterlo, abbiamo bisogno di accettare un mondo inaccettabile che ci stritola, e abbiamo bisogno di abitarlo sotto anestesia. «Cosa anestesia?» «La medicina che ti fa dormire mentre il chirurgo ti taglia. Abbiamo bisogno di rimandare la lotta, Adrian, ma abbiamo bisogno anche di fingere di combattere, e di amare la lotta. Abbiamo bisogno di concedere a noi stessi ancora un brandello di questa vita che in fondo non ci impegna, di tenere un francobollo di orizzonte al fondo delle nostre giornate senza cuore. Ed è don Silvano che ce lo permette: lui garantisce che farà il lavoro al posto nostro. Tutti lo amano, i potenti, i belli, i celebri, e la suora che trema sotto il suo sguardo. Tutti sono orgogliosi di essere suoi amici. Perché lui cavalca con le insegne del bene. La sua mano concede a tutti ancora un “Io ho da fare”. È l’eroe di questo tempo, è la consolazione. Combatte lui la battaglia che noi non abbiamo tempo di combattere: non vincerai mai con lui, e neppure gli toglierai la maschera. Ci sarà una suora a impedirtelo, un politico, un cantante famoso e un ragazzo pieno di ideali. Lui è il polmone artificiale che li fa respirare anche quando l’aria è carica di acido e gas velenoso, lui è la vita che ti ha catturato e mostra la sua onnipotenza e misericordia lasciandoti andare ancora per un po’, che ti permette di conti- nuare a occuparti del lavoro, dei figli, del partito, di una guerra che scoppia o un amore che ti lascia, del tuo mestiere di rockstar o del potere che devi ancora accumulare. Noi siamo l’acqua in cui cresce la pianta, amico mio: lo difenderemo fino alla morte, pieni di gratitudine per il velo che mette fra noi e il mondo. Lascialo stare, don Silvano. Lui si nutre del disperato bisogno di conciliazione che nasce dalle nostre vite in cattività. Lui è la forma del mondo com’è.»

Don Silvano predica il fatto che per fare il bene bisogna “sporcarsi le mani”. La sua azione, fatta di maneggi e salvataggi, seduzioni e sopraffazioni, violenze e carità, cattura Aza (che “ha un senso di giustizia che non risparmia neppure lei stessa”) rendendola sua complice. Lui intuisce nella storia e nella determinazione del carattere della ragazza, un utile strumento per la sua azione sociale. Ma poi le cose precipiteranno e, dall’inferno di Bucarest, partirà una sorta di “angelo vendicatore” che sconvolgerà tutto. La terza parte del libro, infarcita di citazioni bibliche, è una sorta di apocalisse postmoderna: una piccola resa dei conti dai confini incerti ma dal dolore bruciante.

L’azione per il Bene finisce così in una farsa con i contorni della tragedia, perché tutti ne rimarranno scottati e sconfitti. Il romanzo di Rastello obbliga il lettore a chiedersi come si possa fare il bene, e come non farlo troppo male. Perché la Storia è piena di figure che si sono autoproclamate paladini del Bene procurando molto male e di “salvatori” che si son fatti prendere la mano, anche in buona fede, procurando guasti umani enormi. Questo romanzo mostra, con coraggio e anticonformismo, come a volte le figure carismatiche e caritatevoli, i “buoni” che sacrificano tutti se stessi per gli altri, con la loro azione sconfinano nell’opposto delle loro dichiarate intenzioni. E anche la guerra santa, senza quartiere, per la Legalità può sfociare nell’illegalità. Come aveva osservato Nietzsche: se guardi troppo a lungo un burrone, prima o poi il burrone guarderà te; se lotti troppo a lungo col drago, rischi di diventare il drago. Il vero Bene non può essere fatto col Male. Bisogna imparare a distinguere, raccomandava lo scrittore russo Vasilij Grossman, la differenza tra Bene e Bontà, perché, in nome del Bene, si sono commesse troppe nefandezze.

Francesco M. Cataluccio

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