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Il cancello

François Bizot
Ponte alle grazie, 2001

Questo non è un resoconto giornalistico, né tanto meno una rievocazione storica. È invece la rivisitazione di una esperienza vissuta in prima persona. Una rivisitazione tanto più coinvolgente quanto più lascia trasparire l’impronta indelebile lasciata sulla psiche dell’autore. La semplice narrazione “oggettiva” degli eventi sarebbe di per sé sufficiente a provocare un forte turbamento, ma una narrazione connotata dalle emozioni vissute da chi scrive provoca un impatto ben più forte sul lettore.

La sceneggiatura è quella di un dramma in due tempi a cui si aggiunge un malinconico e sorprendente epilogo.

Il primo tempo si apre sulla cattura del giovane etnologo Bizot e di due suoi collaboratori da parte dei khmer rossi nel 1971. Lo studioso sta conducendo ricerche sulle tradizioni popolari nella cultura khmer. Anche se solo trentenne è già un esperto in tale materia. Viene condotto dapprima in una prigione improvvisata e successivamente trasferito in un piccolo villaggio adibito a campo di contenzione nel cuore della giungla. Rimarrà in quel posto per tre mesi, separato dai suoi collaboratori compagni di sventura. Trascorre molto tempo prima di saper che pende su di lui l’accusa di essere una spia della CIA.

Sono mesi di angoscia indicibile e di sofferenze fisiche costanti, trascorsi letteralmente in catene e senza possibilità alcuna di avere il minimo contatto con l’esterno. Ma sono anche tre mesi durante i quali Bizot, da persona politicamente sensibile alle ragioni dei diseredati e degli oppressi, come dice lui stesso, perde la sua “ingenuità”.

Ciò avviene in conseguenza di riflessioni scaturite dall’ultimo confronto col suo aguzzino prima della liberazione. Superata la fase iniziale degli interrogatori, anche grazie al fatto che Bizot possiede una perfetta conoscenza della lingua khmer, i suoi incontri con il carceriere si trasformano poco alla volta in confronti fra due visioni del mondo antitetiche. Ta Duch, questo il nome dell’aguzzino, si rivela essere un intellettuale che agisce motivato da principi morali e sentimenti umanitari portati all’estremo.

Si instaura fra i due un rapporto di reciproca stima grazie al quale Ta Duch si schiererà a favore di Bizot quando i vertici del partito devono decidere sulla sua libertà.

Nel secondo tempo del dramma ritroviamo Bizot a Phnom Penh. Il 17 aprile 1975, il giorno dell’occupazione della città, assiste sgomento ai saccheggi e alle devastazioni compiute dai khmer rossi, che annota con puntigliosa meticolosità.

Nei giorni successivi, suo malgrado, diventa protagonista degli eventi che si susseguono intorno all’ambasciata francese. Gli viene affidato quasi per caso l’incarico di portavoce presso i Khmer rossi costretto ad assumersi anche la responsabilità di decisioni autonome.

Nei venti giorni della sua attività deve assolvere al compito di affrontare problemi e situazioni di rischio di vario genere. Compito che gli viene per sua fortuna facilitato dall’intesa e dai compromessi che riesce a stabilire col comandante khmer a capo della zona e sua controparte. Ciò non toglie che tali compromessi richiedano un costo e che la coscienza dello studioso ne rimanga definitivamente marchiata.

Lo sgombero definitivo dell’ambasciata, in due fasi, avviene fra tensioni e apprensioni derivate paradossalmente non solo dall’atteggiamento indecifrabile dei vincitori ma soprattutto dai comportamenti da moralmente riprovevoli di una parte dei compatrioti.

L’epilogo si presenta sotto forma di ritorno. Nel 2000 Bizot ripercorre il cammino che lo aveva portato alla prigionia. Riesce a ritrovare alcuni degli uomini che avevano contribuito alla sua cattura, ma si sente legato a loro più da una strana forma di solidarietà che dal rancore. Farà anche visita alla famigerata scuola di studi superiori di Phnom Penh, Tuol Sleng, in cui avvenivano gli interrogatori e le torture, la S-21. La visita come turista e, oltre agli strumenti di tortura e ai letti di contenzione, vede appese alle pareti le foto dei torturatori. Riconosce Ta Duch, il suo carceriere, divenuto capo degli aguzzini della scuola. La distanza dagli eventi di allora è talmente grande che Bizot confessa “un’assoluta incapacità, davanti agli strumenti di tortura di Tuol Sleng, di far coincidere l’immagine dell’infame boia del luogo con quella del mio liberatore, che continuo a ricordare nelle sembianze di un giovane rivoluzionario”.

Il cancello del titolo, quello dell’ambasciata francese davanti al quale succedevano gli eventi narrati, può essere simbolicamente e definitivamente chiuso.

“Mondato dalle mie ombre, svuotato della mia memoria, posso infine richiudermi il cancello alle spalle. Nella luce crepuscolare si dondola una folla di marionette dedite alla ferocia dei lupi”.

Salvatore Pennisi, Commissione didattica Gariwo

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