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Il segreto

Antonio Ferrari
Chiarelettere, 2017

Il Segreto è un libro necessario: per due motivi.

Innanzitutto perché è un romanzo intrigante, scritto con mano leggera ma sicura, nel solco della grande narrazione del Novecento, “alla Hemingway” per intenderci, con colloqui serrati e descrizioni fulminanti di ambienti, personaggi, asciutte riflessioni interiori.
Storie personali, inclinazioni, caratteri che si intrecciano alla grande Storia, che si intravedono sotto l’agire dei protagonisti, tutti coinvolti in un gioco incredibile e tragico, in un crescendo di tensione e dramma, fino all’esito stupefacente, inatteso e spiazzante, eppure perfettamente logico e coerente.
Un giallo o meglio un noir a tutto tondo, dominato con maestria e piglio sapiente.

Il secondo motivo riguarda tutti noi, la storia del nostro Paese e i destini del mondo negli anni cruciali della “guerra fredda”. Riguarda i giovani che non conoscono pressoché nulla di quelle vicende. E riguarda chi giovane non lo è più, ma ha continuato a interrogarsi su tremendi episodi vissuti in diretta. Non a caso Il Segreto ha subito raggiunto la vetta delle classifiche di vendita e in pochi giorni ha moltiplicato le edizioni.

L’autore è un giornalista di grande spessore, che ha affrontato con estrema serietà professionale, curiosità e umanità gli interrogativi sulle trame oscure che hanno insanguinato quegli anni, in particolare a Milano, a partire dalla strage di piazza Fontana.
Nella città simbolo della contestazione sessantottina e delle successive derive estremiste della “lotta armata”, Ferrari aveva mosso i primi passi, dopo una breve esperienza a Genova, come redattore al Corriere della Sera, mai più abbandonato e divenuto negli anni il suo più grande amore - in seria concorrenza con le belle donne e l’intelligenza femminile che ha sempre molto apprezzato.
Conduceva le sue inchieste come cronista insieme al collega e amico Walter Tobagi, ammazzato da una sedicente Brigata di ultrasinistra. Per due anni ha girato con la scorta per le minacce di morte più volte ricevute.
Gran coraggio e schiena dritta per affrontare uno dei momenti più bui della Repubblica, fino all’assassinio di Aldo Moro e allo scandalo P2, che aveva coinvolto i vertici del quotidiano.
Per questo la RCS gli aveva chiesto di stendere un testo che riabilitasse l’immagine del giornale, senza alcuna censura: poteva scrivere quello che gli pareva, l’importante era dimostrare che non c’erano condizionamenti e l’aria al Corsera era cambiata.

Il cronista scelse quindi di mettere nero su bianco tutto ciò che aveva raccolto sulla vicenda legata al rapimento del presidente della Democrazia Cristiana. Un piano realizzato brillantemente, con un romanzo in cui ogni cosa veniva descritta in modo formalmente fantasioso, ma in realtà con un’adesione pressoché perfetta alla verità, seppure allora solo supposta con acume e perspicacia. 
La sorpresa fu che, una volta pronto il manoscritto, la Rizzoli si dileguò e la pubblicazione fu rimandata sine die. Ferrari se ne fece presto una ragione, consapevole di quanto fosse scottante il contenuto, ma proprio per questo ancora più deluso dell’intreccio tra potere e informazione.
Visti i pericoli che correva, fu spostato agli esteri come inviato speciale in Medio Oriente, Nord Africa, Est Europa e Balcani, iniziando la seconda parte della sua esperienza professionale, che lo ha portato a intervistare i più influenti e potenti leader del tempo. Su questi incontri ci ha regalato negli ultimi anni due libri di ricordi preziosi e coinvolgenti, Sgretolamento e Altalena.

Solo ora, dopo 35 anni, il romanzo è stato “ritrovato” e pubblicato dal volenteroso editore Chiarelettere. Possiamo senz’altro dire: meglio tardi che mai!
Lo stesso Ferrari così conclude la postfazione, con la solita sagacia e allegria: “Finirà che dovrò ringraziare chi, trentacinque anni fa, rifiutò di pubblicarlo. Oggi il mio romanzo quasi combacia con la realtà”. Possiamo aggiungere: come hanno esplicitamente ammesso le varie commissioni d’indagine parlamentari.

“Guastafeste della memoria” lo ha definito Sergio Romano.
Premesso che all’autore questa definizione calza a pennello e ne va fiero, alla presentazione del libro alla Fondazione Corriere della Sera l’ex diplomatico non ha nascosto la sua avversione per l’iniziativa della pubblicazione, ritenendola fuorviante sia ieri che oggi.
La motivazione è quantomeno bizzarra, visto che Romano, oltre che ambasciatore, è anche uomo di informazione. Ma come sempre prevale la realpolitik in chi è stato abituato a sgusciare tra i meandri della diplomazia ai più alti livelli: parlare degli intrighi internazionali che hanno determinato le sorti di Moro rischiava di passare per “complottismo" e di far dimenticare - o perlomeno di far passare in secondo piano - il ruolo delle Brigate Rosse, che invece in quei frangenti rappresentava il pericolo maggiore per la democrazia in Italia. Come se il mondo della comunicazione non fosse in grado di dirigere quel dibattito, di generare gli anticorpi necessari a neutralizzarne i pericoli.

Forse Romano intendeva dire qualcosa d’altro, forse si riferiva agli stretti legami tra il mondo della carta stampata e i poteri imperanti in quegli anni?
E oggi? Vuol dire che abbiamo gli stessi problemi di asservimento, almeno in parte?
Ma se è così bisognerebbe dirlo, a chiarelettere appunto…

Ulianova Radice, direttore di Gariwo

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