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Immaturità

Francesco M. Cataluccio
Einaudi, 2014

È uscita in libreria, nei Tascabili Einaudi, la nuova edizione, riveduta e ampliata, di Immaturità. La malattia del nostro tempo di Francesco M. Cataluccio. Anticipiamo alcuni passi della nuova postfazione.
Nel box approfondimenti il brano completo


Il Novecento è stato il secolo dell’immaturità, ma anche quello dell’inizio della guerra alla vecchiaia. Lo scrittore argentino Adolfo Bioy Casares immagina, nel romanzo Diario della guerra al maiale (1969), che un bel giorno, all’improvviso, i giovani di Buenos Aires decidano che chi abbia piú di cinquant’anni è inutile alla società. Si scatena cosí una strana e misteriosa guerra: la «guerra al maiale», e per una settimana intera i giovani si impegnano a dare la caccia ai vecchi e sterminarli. La confusione tra maturità e immaturità, il prolungarsi della «giovinezza» fino all’età adulta avanzata, il disprezzo della vecchiaia, minacciano di portare oggi, esacerbati da una crisi economica che riduce sempre di piú i posti di lavoro e lo spazio di realizzazione per i giovani, all’emergere di un conflitto violento tra generazioni sempre piú agli antipodi per interessi e cultura.

Il Ventesimo secolo si è aperto con Peter Pan (1904) e si è concluso con la saga del maghetto Harry Potter (1997-2007). Come ha notato Isabelle Cani (nel libro Harry Potter o l’anti Peter Pan, 2007), Harry Potter costituisce la risposta alla questione dell’immaturità rappresentata da Peter Pan. Ne è, anzi, l’antidoto. Peter Pan non vuole crescere, fugge spaventato dal brutto e difficile mondo degli adulti; Harry Potter invece, frequentando la scuola dei maghi di Hogwarts, compie un percorso di crescita e di maturazione che lo porterà a lottare e sconfiggere il male. Attraverso una serie di «passaggi iniziatici» Harry Potter diventa adulto e rinuncia alla spensieratezza, che è ebrezza del presente, oblio del passato e disinteresse nei confronti del futuro. Egli abbandona l’innocenza infantile, mostrando che l’adulto è colui che smette di credersi innocente e si assume la propria parte di responsabilità nella vita.

(…) Oggi, l’aspetto piú dolente del dilagare dell’immaturità sta proprio nel conflitto tra vecchi e giovani. E la vecchiaia (e soprattutto il modo in cui è trattata) è diventata la cartina di tornasole del cambiamento dei costumi e della mentalità. Che cos’è oggi la vecchiaia? «How Terribly Strange To Be Seventy» (Com’è terribilmente strano avere settant’anni), cantavano Simon e Garfunkel in Old Friends. Proprio nell’anno della rivolta giovanile, pubblicarono il disco Bookends (1968), un «concept album» sul ciclo della vita che, oltre alla canzone citata, conteneva Voices of Old People, che era costituita interamente da conversazioni di persone anziane registrate personalmente, e con grande rispetto, da Art Garfunkel in varie case di cura e ospizi degli Stati Uniti. (…) La vecchiaia è in sé una guerra. Lo ha scritto molto bene Mauro Portello, in un saggio intitolato Che vecchio potrei essere?: «Di fronte alle prove estreme che la vecchiaia chiede a un individuo, fatte di resistenza fisica e psichica, di capacità di sopravvivenza in terreno ostile, la vita sembra essere (stata) solo un lungo addestramento per affrontare questa ultima guerra. C’è chi si arrende, chi lotta eroicamente, chi passa al nemico, chi muore in battaglia, chi nelle retrovie mentre netta cessi. Ma è una guerra, ed è una guerra pura, per cosí dire, svincolata dalla possibilità di un esito felice, il finale è imposto. Ci si batte non per “vincere”, ma, semplicemente, in quanto esseri appartenenti alla vita».

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