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K. O la figlia desaparecida

Bernardo Kucinski
Giuntina, 2016

Scrittore, poeta e insegnante di yiddish, ebreo di origine polacca, K., a seguito della sparizione della figlia, intraprende la sua ricerca. Siamo in Brasile nel periodo del regime militare instauratosi negli anni '60 del secolo scorso. Non vi sono inizialmente spiegazioni per questa sparizione. La donna è un tranquilla insegnante di chimica all'università di San Paolo e non ha mai mostrato al padre nessun segnale di militanza politica clandestina. Tanto più forte è lo shock da lui subito quando deve prendere atto che lei è una delle tante persone fatte sparire dai militari al potere. Da un giorno all'altro la vita dell'uomo subisce un radicale sovvertimento. La sua ricerca si instrada sul duplice binario di un'indagine: da un lato sul luogo di detenzione della figlia e dall'altro sul passato di lei, di cui K è stato fino a quel momento all'oscuro. È così che egli si rende conto di essere stato un padre assente, troppo assorto nel suo lavoro e nei suoi interessi culturali e poco sensibile alle pur timide richieste di attenzione che gli arrivavano dalla figlia.

A partire dal momento di questa presa di coscienza, K. non finirà più di barcamenarsi fra le indagini esteriori, la ricerca di contatti, la richiesta di aiuto a chiunque possa dargliene, addirittura il pagamento ingenuo di somme di danaro a millantatori che gli fanno credere di potergli dare notizie sul luogo di detenzione della figlia, da un lato, e dall'altro, un'indagine altrettanto sofferta sul passato proprio e della figlia, sulla memoria personale e famigliare, sui propri errori e su quella che lui sarà costretto a riconoscere come la propria insensibilità. Sarà per lui causa di forte turbamento lo scoprire che la figlia si è sposata a sua insaputa e che ha convissuto con un uomo che lui non ha mai conosciuto. Sarà una forma di risarcimento sentimentale postumo la ricerca della famiglia del marito della figlia, e quando sarà informato della sparizione anche di quest'ultimo, avrà la certezza che essa ha fatto una scelta di clandestinità. La sofferenza di K. si acuisce tanto più quanto più si fa strada nel suo intimo, aggiungendosi al dubbio sul destino della figlia, l'interrogativo sull'autenticità del rapporto con lei. Il suo cruccio diventa insopportabile quando si rende conto che non solo non è in grado di scoprire la verità sul corpo della figlia, ma che questa assenza gli preclude anche la possibilità di recuperare la vera dimensione del suo vissuto interiore. Gli assassini lo hanno privato del corpo di sua figlia, ma, quel che è più grave, lo hanno definitivamente escluso dalla sua anima. Deve prendere atto che sua figlia gli è stata sottratta due volte, sia nella dimensione fisica sia nella dimensione sentimentale.

Facendo sparire i corpi, la dittatura mira a distruggere qualcosa di più di un organismo, vuole annientare un modo di essere e un modo di pensare, e vuole farlo in modo che esso non trovi residui nei sopravvissuti che in qualche modo potrebbero prendere il testimone dalle vittime. Il raggio d'azione della repressione va ben al di là delle vittime dirette, si spinge a inglobare anche i futuri potenziali nemici di una mentalità totalitaria. I soggetti deboli, per quanto non direttamente coinvolti nel dissenso, verranno messi in condizione di non nuocere facendoli sentire in qualche modo complici per il semplice fatto di essere stati ammessi alla condivisione del male.

È probabilmente questo il motivo per cui l'autore introduce nel racconto due episodi che sembrano interrompere la continuità della narrazione e mette in scena il dramma di due donne che si sono rese complici involontarie ma sottomesse delle nefandezze degli aguzzini. Entrambe vittime di un complesso di colpa che non tarderà a sfociare in una nevrosi acuta.

La prima, un'avvocata emancipata, rispondendo ad una donna che cerca notizie sul figlio scomparso, fa una sorta di confessione nel corso della quale viene ricostruita la dinamica che l'ha indotta a diventare l'amante di uno dei più efferati aguzzini del regime, l'infame commissario Fleury. Allo scopo di ottenere un passaporto per suo fratello, sospettato di attività sovversiva, non esita a utilizzare tutti i contatti che ha a disposizione per avvicinare Fleury. L'aguzzino è l'unica persona che può farle concedere il documento. Dopo il primo incontro, fra i due scatta una passione reciproca da cui la donna rimane travolta. Finirà con il rimanere indifferente alle nefandezze che vede compiere davanti ai propri occhi.

Incontriamo la seconda giovane donna nel corso di un colloquio con una psicologa che deve prenderla in cura. È stata addetta alle pulizie nella "casa della morte" di Petrópolis, testimone impotente degli orrori che in quel luogo avvenivano e che sono all'origine della sua nevrosi.

Due donne, strumentalizzate, anche sessualmente, che rappresentano il potere corruttore della dittatura, la sua diabolica capacità di svuotare di umanità anche le anime più semplici portandole alla perdita della salute mentale. I loro sentimenti sono piegati al servizio della connivenza e della delazione. Questo, sembra dirci l'autore, è il risultato di un mondo dominato dai carnefici.

Ma il vero nucleo del romanzo non è la denuncia delle efferatezze del regime militare, non è la mera documentazione storica. Questo è solo un aspetto, anche se tutt'altro che secondario, del romanzo.

Per dirla con una frase dell'autore del post scriptum, "se la scomparsa della sorella Ana Rosa costituisce il materiale originario del libro di Kucinski, è l'esperienza di questa sparizione vissuta (nella finzione letteraria) dal padre - kafkianamente identificato come - a comporre il nucleo dell'opera". Ciò significa che la rielaborazione letteraria rappresenta un modo per dare dimensione universale al mero fatto di cronaca, per quanto orrendo esso possa essere. A partire dalla scomparsa della figlia, evento imprescindibile di contestualizzazione storica, K. deve fare i conti con la perdita di significato connessa con quella scomparsa, costretto ad aggrapparsi ad una speranza che lo porterà ad abbracciare il vuoto e alla fine a cadervi dentro. È quindi attraverso una strada introspettiva che Kucinski riesce a portare alla luce gli effetti nefasti di un regime tirannico, mostrando come le torture inferte all'anima sono non meno devastanti di quelle inferte ai corpi. Con la differenza non secondaria che i corpi sottomessi a tortura sono quelli dei nemici diretti del regime, mentre le vite distrutte psicologicamente da esso travalicano di gran lunga il numero delle vittime annientate fisicamente.

Salvatore Pennisi

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