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La conta dei salvati. Dalla Grande Guerra al Tibet: storie di sangue risparmiato

Anna Bravo
Editori Laterza, 2013

Sono un’insegnante di storia e filosofia, in pensione da due anni: ero ancora in servizio quando il Covid ha stravolto le nostre vite. Poi il 24 febbraio di quest’anno lo shock della guerra in Ucraina: chissà come l’avremmo affrontata in classe… 

Ripensando alla mia esperienza di docente e leggendo ogni giorno cronache di guerra, previsioni di analisti, articoli di giornalisti che oscillano tra l’angoscia per un futuro apocalittico e qualche timidissima speranza per un “cessate il fuoco”, ho ripreso tra le mani il testo della storica Anna Bravo che con i miei studenti avevamo letto e discusso. Resistenza non violenta, sangue risparmiato: forse nell’attuale dibattito, spesso confuso, a volte ipocrita, converrebbe approfondire il discorso. La guerra non è mai stata così vicina ai nostri ragazzi e a noi nati del secondo dopoguerra. I giovani europei tra i venti e i quarant’anni, come i miei figli, educati nelle nostre scuole e università, con tanti amici collezionati in giro per l’Europa e il mondo, impegnati per la tutela della nostra casa comune, la Terra, hanno cancellato la guerra dal loro immaginario collettivo. Quando ci si conosce, si lavora insieme, si fa lo stesso tipo di vita democratica, la guerra non ha senso. È anacronistica, roba di secoli passati. E questa è una gran bella notizia. Ma alla luce dei fatti non basta: ecco perché ho ripreso le riflessioni di Anna Bravo.

Nel capitolo iniziale del testo la storica esplicita il suo percorso: non intende fare una genealogia della non violenza ma del sangue risparmiato. Da chi? Da alcuni leader come Gandhi, Mandela, Tutu, King, Dalai Lama, Rugova… ma anche da tantissima “gente comune”, da organizzazioni di donne cilene, argentine, cinesi, russe, cecene, algerine, cubane per ribadire “due preziose ovvietà: che <<fare qualcosa>> o non farlo dipende dai rapporti di forza, ma quasi altrettanto dalla forza interiore; e che il sangue risparmiato fa storia come il sangue versato”(p. 17). Nei crocevia della storia, come quello che stiamo drammaticamente vivendo, emergono semplificazioni spesso a-critiche che accompagnano il nostro dire e il nostro pensare come la convinzione diffusa che gli esseri umani hanno un’innata tendenza distruttiva che periodicamente deve “scaricarsi”, una sorta di “teoria idraulica della violenza”.

Ha scritto Lidia Menapace: <>. Vero, e vale per ciascuno di noi. Usiamo ogni giorno parole di origine guerresca, mobilitazione, tattica, strategia, schieramenti, militanti - una koiné già pronta - e fatichiamo a trovarne di nuove, efficaci. Guerra e violenza, vissute o raccontate, poggiano su ingredienti collaudatissimi: il Potere, la Forza, gli Eroi, il male contro il bene, il sangue e la morte” (p. 6). Il crollo dei regimi sovietici fra l’89 e il ’91 sull’onda di grandi manifestazioni popolari largamente spontanee e inermi aveva, alla fine del Novecento, fatto sperare in una fase storica diversa, un nuovo inizio di secolo all’insegna di un linguaggio e una pratica nonviolenti più diffusi e ascoltati. Poi i conflitti in Kosovo, ex Jugoslavia, Rwanda, l’attentato alle torri gemelle, le guerre in Afghanistan, Iraq, gli interventi in Libia, in Mali, l’avvento del terrorismo islamico… solo per citare qualche esempio, ci hanno irretiti con il loro culto della morte. Anna Bravo ricorda però che sebbene la nonviolenza sia giudicata utopica, tra il 1900 e il 2006 le resistenze civili hanno ottenuto più successi delle armi (cfr.studi di Erica Chenoweth e Maria J. Stephan, Why Civil Resistance Works) nelle lotte contro l’apartheid e per i diritti civili e offrono più opportunità per una transazione pacifica. Questo è l’effetto di più fattori: in primis la capacità dell’azione nonviolenta di coinvolgere le popolazioni (il “fai come me” si può estendere senza limiti, anche al nemico), di essere praticabile in molti luoghi e forme, di avere fisionomia più ricca in termini di genere, età, religione, etnia, condizione economica, abilità operative, risorse fisiche, inventiva nell’ideare nuove forme di lotta. Inoltre la nonviolenza pesa meno sulla popolazione (sia materialmente che nei rapporti di convivenza) e attira simpatia. Evitando di criminalizzare la controparte, può incrinare la fedeltà ai regimi fra quanti li sostengono istituzionalmente (polizia, esercito, amministrazione). Anna Bravo ricorda che la non violenza ha una storia complessa: ha una parentela con il socialismo utopistico, con Thoreau, Tolstoj, non è sinonimo di pacifismo (che né è un’espressione), nell’Ottocento e Novecento ha lavorato per il disarmo, l’arbitrato internazionale, ha combattuto la logica dei due blocchi durante la guerra fredda. Piuttosto che un pacifista, il nonviolento è un “facitore di pace”. Sulla nonviolenza però si addensano equivoci, quindi è più facile dire cosa essa non sia e non faccia.

La nonviolenza non si limita a rigettare le armi, sa rifiutare l’odio, non rinuncia ai conflitti ma li apre per affrontarli in modo evoluto con soluzioni “win-win” in cui nessuno sia danneggiato, umiliato, battuto. Non vive negli interstizi del potere ma lo sfida, non dipende dalla sua benevolenza ma lo costringe ad essere più benevolo. La nonviolenza non è solo una pratica politica ma è un modello per le relazioni tra gruppi e tra singoli. Non è un dogma: il suo obiettivo è limitare il più possibile la violenza nel mondo (lo stesso principio del non uccidere prevede delle eccezioni se uccidere è l’unico modo per salvare indifesi da un pericolo mortale). Non è pavidità né remissività: richiede pazienza, mitezza, coraggio davanti alla ferocia altrui (esiste una combattività nonviolenta molto temuta da chi è al potere). Non è spontaneismo ma inventa tattiche nuove. Non è una pratica per anime belle, non è esclusiva delle religioni, anche se ne trae forza straordinaria, non è “cosa da donne” ma è universale, valorizzando la compassione negli uomini, nelle donne la fiducia in se stesse. Ma è vero che tra femminismo e nonviolenza c’è affinità: entrambe riscrivono la storia, implicano una rivoluzione interiore, valorizzano le mediazioni, invitano alla pazienza, al senso del limite, alla sobrietà, alla cura delle cose piccole e gracili, usano forme di lotta poco militarizzate.

In molti studi storici però, prosegue Bravo, le azioni di salvataggio non compaiono come realtà autonoma e non c’è attenzione alle iniziative personali di cui ogni resistenza civile è intessuta. Abbiamo così bisogno di storie positive che quando le incontriamo non ci sembrano vere: ma non possiamo perderle per due motivi.

Primo: di fronte al collasso delle norme morali, in certi momenti bui della storia, per distinguere il bene dal male possiamo e dobbiamo “aggrapparci a dei casi particolari che sono diventati altrettanti esempi” (p. 14) e che “sono in effetti i principali cartelli stradali in campo morale” (H. Arendt). Le storie dei Giusti di tutto il mondo insegnano.

Secondo: confrontati con quegli esempi, molti concetti slittano verso altri significati. La bontà non è solo un moto del cuore ma il punto d’arrivo di un cammino (chi nasconde un ebreo, uno zingaro, un disertore nell’Europa occupata lo fa perché ha deciso che non sono nemici né alieni e che la propaganda mente!). La bontà , dice Bravo (ricordando il libro di Nissim “La bontà insensata”) è gratuita ma non è insensata per niente: distingue, fa previsioni, si organizza, giudica autonomamente, esprime un “cuore informato" (come disse Bettelheim), un cuore che sa. Anche il concetto di onore si “smilitarizza”: indica (per es. per i contadini italiani del ’43-’45) proteggere un prigioniero alleato, salvare in modo “ben fatto”, o, per un serbo bosniaco, che ha difeso i musulmani suoi vicini, il poter dire che “ha salvato il suo onore”. L’onore si estende a chiunque abbia il senso della sua responsabilità che è una passione personale diretta ad altre persone e a se stessi, non amor di patria. Il testo di Bravo approfondisce nel terzo cap. la figura di Gandhi, il padre della nonviolenza moderna. Poi analizza storie molto differenti “perché mostrano che esistono modi per risparmiare il sangue praticabili anche da chi non ha potere o ha un potere minimo” (p.16). Per esempio le operazioni di salvataggio su larga scala nell’Italia cattolica, semirurale e fascistizzata dopo l’8 settembre 1943 (cap. 4) e la protezione degli ebrei in Danimarca (cap.5) durante il secondo conflitto mondiale: in entrambi i casi non ci sono leader politici universalmente riconosciuti ma l’azione di una parte della popolazione (in Danimarca decisamente consistente, in un contesto di solida democrazia laica: anche Arendt ne parla nel decimo capitolo de “La banalità del male”). I cap. 6 e 7 sono dedicati al Kosovo e al Tibet. Il testo di Anna Bravo può essere un utile strumento di lavoro con gli studenti per una serie di motivi che ritengo importanti. Ne elenco alcuni. Innanzitutto può essere un modo diverso di fare storia: “per fortuna le buone storie in tempi bui…non fanno preferenze, si materializzano dove vogliono e dove possono, dove capita; e predispongono un terreno di unità che attraversa le dottrine per arrivare a noi con la forza dei fatti"(p. 230).

Se la narrazione della storia tradizionale nei manuali che utilizziamo nelle scuole è storia di conflitti, dobbiamo avere il coraggio di introdurre un’altra prospettiva: scorgere e valorizzare ciò che umanizza il mondo. Freud, nel carteggio con Einstein “Perché la guerra?” (Ed. Biblioteca Bollati Boringhieri, 2006), dopo aver tentato di tratteggiare le caratteristiche dell’essere umano, guidato sia da Eros che Thanatos, conclude così: Non si tratta di abolire completamente l’aggressività umana; si può cercare di deviarla al punto che non debba trovare espressione nella guerra" (p. 78). Le vie indirette di lotta alla guerra ricorrono alla pulsione di Eros che fa sorgere legami emotivi tra gli uomini che si riconoscono come prossimi e si identificano con l’altro. Ma ciò non basta: poiché tra gli uomini c’è un’ineliminabile distinzione tra capi e seguaci (la maggioranza) e questi hanno bisogno di un’autorità che prenda decisioni per loro, allora è necessario dedicare maggior cura all’educazione…di persone dotate di indipendenza di pensiero, inaccessibili alle intimidazioni e cultrici della verità” (p.77). E allora, si chiede Freud, perché ci indigniamo tanto contro la guerra… perché non la prendiamo come una delle molte e penose calamità della vita?…. La risposta è: perché ogni uomo ha diritto alla propria vita, perché la guerra annienta vite umane piene di promesse, pone i singoli individui in condizioni che li disonorano, li costringe, contro la propria volontà, a uccidere altri individui, distrugge preziosi valori materiali, prodotto del lavoro umano…. la ragione principale per cui ci indigniamo contro la guerra è che non possiamo fare a meno di farlo…(p. 78-79). L’uomo è progredito, anche psichicamente, e attraverso la promozione dell’evoluzione civile è in grado di arginare sempre più la guerra: ecco perché dobbiamo ribellarci alla guerra, perché “semplicemente non la sopportiamo più; non si tratta di un rifiuto intellettuale e affettivo… si tratta di un’intolleranza costituzionale che, con il suo carico distruttivo, riporta indietro le lancette della storia. Se la guerra è un evento e non uno stato di cose, la resistenza ad essa va costruita. Raccontare storie di giusti è lasciarci interrogare e orientare dal meglio della nostra precaria e contraddittoria umanità: dobbiamo scegliere se essere “sapiens” o demens, come direbbe Morin. Un secondo motivo . In un articolo del 21 settembre 2022 (Avvenire,“La proposta. Sette passi per una pace giusta e duratura (non solo) in Ucraina, Stefano Zamagni ricorda un’affermazione di Quncy Wright: “mai due democrazie si sono fatte la guerra”. E’ proprio così, come la storia ci conferma. Se dunque si vuole veramente la pace, occorre operare per estendere ovunque la cultura e la prassi del principio democratico”. Forse noi insegnanti, educatori, genitori, adulti non ci rendiamo conto della forza di una cultura democratica, conosciuta, approfondita, vissuta. A partire dalla nostra Costituzione che si legge e si conosce così poco a scuola!

Come ha sottolineato il presidente tedesco Joachim Gauck nella commemorazione della Rosa Bianca all’Università di Monaco nel 2013, richiamandosi al novantesimo anniversario della fine della Repubblica di Weimar, quella fragile democrazia tedesca non si è frantumata a causa dei suoi nemici a margine della società ma perché i suoi amici non si sono impegnati a sufficienza per la sua difesa. La dittatura e il populismo non tollerano le opinioni e non incoraggiano il pensiero. I regimi autoritari non chiedono partecipazione critica, esigono obbedienza e conformismo intellettuale. Pensare con la propria testa è un atto rivoluzionario. E allora chiediamoci con onestà: l’ambiente scolastico allena a riconoscere i problemi, ad affrontarli con il dialogo, a ipotizzare soluzioni possibili e condivise, a superare i pregiudizi, a contrastare l’odio? Partecipazione e corresponsabilità sono le parole della democrazia: ascoltiamo e incoraggiamo i nostri giovani a essere protagonisti, farsi sentire, andare a votare? Infine per noi adulti l’assunzione della nostra responsabilità educativa: è questo il momento delle grandi virtù, come raccomandava Natalia Ginzburg. Per quanto riguarda l’educazione dei figli, penso che si debbano insegnar loro non le piccole virtù, ma le grandi. Non il risparmio ma la generosità e l’indifferenza al denaro; non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non l’astuzia, ma la schiettezza e l’amore alla verità; non la diplomazia ma l’amore per il prossimo e l’abnegazione; non il desiderio del successo, ma il desiderio di essere e di sapere.” (Natalia Ginzburg, “Le piccole virtù”, Einaudi pag. 99). Educazione scolastica, cultura democratica, arte politica: è la resistenza nonviolenta dei facitori di pace!

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