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La tirannia dei valori

Carl Schmitt
Adelphi, Milano, 2008

La presente traduzione del saggio di Schmitt si basa su una edizione del 1967. Il libro di 107 pagine è costituito da tre parti di equivalente estensione: il saggio originario, la prefazione, scritta più di un decennio dopo, e l’utile postfazione di Franco Volpi. Il testo centrale è la versione scritta di un intervento di Schmitt ad una discussione sorta a margine di uno dei seminari organizzati nel 1959 dal suo allievo Ernst Forsthoff sul tema "Il passaggio dal XIX al XX secolo".
Si può considerare questo saggio un contributo postumo all’attuale dibattito sullo “scontro di civiltà”.
La questione che si pone è se la pluralità, per non dire la contraddittorietà, dei punti di riferimento (etici, religiosi, politici) di individui, società, culture e Stati nel mondo attuale, che è lo stesso mondo uscito dalla seconda guerra mondiale in cui viveva Schmitt cinquanta o sessant’anni fa, possa essere ricompresa in una superiore sintesi, magari sotto il denominatore comune dei “valori universali”.
Il tema è di quelli che si pongono all’intersezione fra politica, sociologia, filosofia, diritto e altro ancora. Ma è soprattutto un tema che, se ne sia o meno consapevoli, si colloca nel cuore stesso (sotto forma di problema) della cosiddetta società multiculturale post-moderna. Nello stesso modo di affrontarlo si rende manifesto se e come sia possibile indirizzare e governare le differenze che si confrontano nel mondo odierno.
Schmitt affronta questo problema a partire da una netta presa di distanza dalla filosofia dei valori elaborata in Germania fra la fine dell’Ottocento e il primo dopoguerra. Lasciamo al lettore le sue interessanti considerazioni sullo slittamento semantico del termine “valore” nel corso della storia del pensiero occidentale, e soffermiamoci su alcune affermazioni che hanno il sapore sconcertante dell’attualità.
“… I valori ancorché possano essere ritenuti alti e sacri, in quanto valori valgono sempre per qualcosa e per qualcuno”(p.52).
“Max Scheler ha detto: la negazione di un valore negativo è un valore positivo … La frase di Scheler consente di ripagare il Male con il Male, trasformando così la nostra terra in un inferno, ma l’inferno in un paradiso di valori”(p.64).
Il riferimento ai valori influenza naturalmente anche il concetto di guerra giusta. 

Da giurista e teorico del diritto Schmitt aveva già affrontato in modo approfondito la questione. In questa sede, egli pone l’accento su un concetto di diritto bellico che riattualizzi, dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, le norme che devono disciplinare qualunque guerra. Il richiamo ai valori supremi, invece, secondo Schmitt, rende impossibile l’uso di norme nella conduzione della guerra e legittima l’annientamento del nemico in virtù della loro forza esclusiva. 
Nella guerra giusta “ogni riguardo nei confronti del nemico viene a cadere, anzi diventa un non-valore non appena la battaglia contro il nemico diventa una battaglia per i valori supremi. Il non-valore non gode di alcun diritto di fronte al valore, e quando si tratta di imporre il valore supremo nessun prezzo è troppo alto”. 
Se il nemico rappresenta un non-valore, allora tutto è permesso. Non è più necessario rispettare quelle che nella guerra d’impostazione tradizionale erano le condizioni che in una certa misura mitigavano l’arbitrio dei contendenti: la corretta individuazione del nemico (“giusto nemico”), la motivazione che legittima la guerra (“giusto motivo”), l’adozione di mezzi proporzionati al torto subito (“giusta misura”) e l’assunzione di una condotta adeguata alla gravità della situazione (“adeguatezza della condotta”). 
In ultima analisi, Schmitt fa notare come un concetto apparentemente “alto” come quello di valore, celi in sé un tasso di aggressività inevitabile che rende impossibile qualsiasi mediazione. La politica deve rivendicare la sua autonomia dalla “tirannia dei valori” e conservare il ruolo che le compete di mediatrice dei conflitti. Mette dunque in guardia i sistemi costituzionali-democratici dal fondare su scale di valori il proprio ordinamento giuridico, in caso contrario il prezzo che si deve pagare è il perenne “bellum omnium contra omnes”. 
Nella sua brevità, il saggio sfiora, pur non approfondendoli, punti sensibili presenti ancora oggi nel dibattito sui valori: oggettività o soggettività, relativismo culturale o assolutezza dei principi, gerarchia dei valori o loro pari dignità. Sappiamo che le posizioni degli addetti ai lavori in proposito non sono univoche, ma Carl Schmitt ha dato un contributo importante, se non un input, al dibattito contemporaneo.

Salvatore Pennisi

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