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Le Terze tavole. La Shoah alla luce del Sinai

Massimo Giuliani
Conifere, Edizioni Dehoniane, 2019

L’Autore è docente di Pensiero ebraico nelle Università di Trento e di Urbino e di Filosofia ebraica nel Diploma dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (Roma). Sul tema della Shoah sì è già misurato con la tesi di dottorato Theological implication of the Shoah. Caesura and continuum an Hermeneutic Paradigms of a Jewish Theodicy (2002). Il suo ultimo libro, “Le terze tavole”, sottotitolo fondamentale “La Shoah alla luce del Sinai”, è un libro importante; i 4 capitoli che lo compongono formano un chiasmo e così va affrontata la lettura impegnativa, densa di rimandi e testi nelle note a piè di pagina, mentre solo una ventina sono i titoli in bibliografia. Si tratta di titoli recenti e quasi tutti pubblicati nell’ultimo decennio; il percorso in cui l’A. ci conduce infatti, in uno scenario culturale e dottrinale che pochi saprebbero oggi tracciare, è anche una riflessione sulle politiche della memoria della Shoah, dall’introduzione del Giorno della Memoria. Mentre nella prefazione si espongono i riferimenti costanti dell’attuale didattica della Shoah, con autori, temi, letteratura, l’A. organizza le sue riflessioni per superare questo paradigma e i suoi riti. Le strategie della memoria, messe in atto negli ultimi decenni in Europa, “non stanno funzionando come metodi di prevenzione contro il re-diffondersi delle idee razziste, antisemite, xenofobiche, e in generale contro le folate di nostalgia per le retoriche strutturalmente manichee e ipersemplificatrici della realtà” (p. 32).

A partire da un primo capitolo senza titolo (il lettore è sfidato a colmare quel vuoto), gli altri capitoli hanno per titolo Sistole, Diastole e il sinaitico “Faremo e Ascolteremo”. Se uno studioso e commentatore di testi biblici sceglie quelle parole per titolo sarà opportuno comprendere. Il cuore si muove continuamente secondo un percorso definito: quando una cavità cardiaca si riempie, quella sottostante si rilassa e viceversa. L'alternanza tra diastole e sistole, che si accavallano nel tempo, iniziando una quando ha già avuto parziale svolgimento l’altra, è il ciclo cardiaco. Se fossero due eventi separati il cuore non riuscirebbe a garantire ai tessuti le giuste quantità di sangue di cui hanno bisogno. E come un ciclo l’A. analizza il riflesso della Shoah nella filosofia, nella teologia, nella storia, nel midrash contemporaneo, nelle haggadot che ricordano i martiri, su come Auschwitz abbia cambiato l’idea della morte, della sacralità della specie umana. Un ciclo/conflitto di interpretazioni fino alla richiesta di nuove Tavole nel quadro della medesima universale Alleanza.

L’A. affronta la questione della unicità o meno della Shoah aderendo (in riferimento agli scritti di Emil L. Fackenheim) alla non meno impegnativa definizione di evento ‘senza precedenti’ che si riferisce ai medesimi fatti ma evita il concetto di unicità storica che implica il rischio di estrapolare l’evento dalla storia stessa e, come sta accadendo, di mistificarlo. Un evento senza precedenti, piuttosto che unico, sta invece nella storia.

Non possiamo elevare a “stella fissa” una non speranza universale, e (citando Wyschogrod) si riporta come blasfemo che si sostituisca Dio, quale fondamento della fede ebraica, con un evento negativo. Se per assurdo la Shoah non fosse accaduta non potremmo trovare un argomento altrettanto forte per giustificare la sopravvivenza del popolo ebraico?. Al centro va posta la sua fede in Dio, la Torah del Sinai; l’A. affronta le “teologie dell’Olocausto” per affermare che la voce di Auschwitz non può andare contro la voce del Sinai.

Altri termini forti e simbolicamente disponibili per definire la Shoah sono proposti nell’opera di Arthur A. Cohen (mysterium tremendum) che riporta la Shoah alla sfera del religioso. La rivelazione del Sinai deve essere letta in modo diverso dopo il tremendum (di cui si deve tremare) che non ha parlato solo agli ebrei; il resto dell’umanità non è esentata infatti dall’indagare il suo significato. Il Sinai rivela la presenza di Dio, la Shoah è l’assenza di Dio; un nuovo rapporto tra Dio e il creato deve chiedere riparazione dopo che la Shoah ha mostrato a quali mali estremi può arrivare il mondo quando Dio lo abbandona a se stesso.

Le strategie della memoria pubblica, sulla Shoah hanno investito sulla dimensione conoscitiva degli eventi (si veda il ruolo dei testimoni, l’istituzionalizzazione estrema del 27 gennaio, la presentazione antagonistica delle vittime) e poco su una dimensione tesa alla retta interpretazione come lezione etica valida qui e ora, per noi.

Ma a chi appartiene allora la memoria di Auschwitz; ai sopravvissuti ebrei o alle vittime non ebree? ai resistenti comunisti, alle minoranze religiose (così la politica memoriale sovietica) o ai polacchi vittime della storia? La risposta è: fare prima di capire e indipendentemente dal capire. Ricostruire la vita è stata la risposta più ebraicamente significativa, la stessa risposta data ai piedi del Sinai quando fu rinnovata l’alleanza dei patriarchi ai figli di Israele. Non leggere il Sinai nel cono d’ombra della Shoah ma la Shoah alla luce del Sinai. Il ritorno a Sion è poi l’atto di autoredenzione più alto del popolo di Israele dopo la distruzione del Tempio da parte dei romani anche se al cuore del giudaismo bastano il Sinai e l’impegno a continuare l’Alleanza. E però Israele non è la redenzione dall’Olocausto; i sei milioni non sono morti perchè Israele esistesse (Claude Lanzmann). In questo ‘circolo vitale’ è segnata l’esistenza storica degli ebrei nel Novecento.

L’A. fonda una didattica e un percorso memoriale rinnovati quando afferma che da Auschwitz “si impara non in quanto luogo dell’odio antisemita e razziale ma in quanto luogo testimoniale nel quale alcuni, in condizione avverse e a rischio della vita, hanno resistito moralmente e spiritualmente alle sirene di quell’odio e hanno messo la voce della loro coscienza sopra e contro le leggi dello stato totalitario” (p.131). La tradizione talmudica chiama giusti gli ebrei o cristiani o i cultori della ragione che non hanno ceduto alla deformazione morale ispirata dall’odio. Il percorso memoriale di Israele, con il riconoscimento dato da Yad Wa-Shem ai Giusti tra le Nazioni, esplicita che la Shoah è stata una prova morale per l’umanità. La sapienza dell’umanesimo e gli insegnamenti della Torah, il senso istintivo della giustizia e della solidarietà, in alcuni prevalsero sui timori e le prevaricazioni legalmente giustificati. E forse è vero che “ogni generazione ha la sua Auschwitz" (rav Eliezer Berkovits); che sia gulag o scuola di rieducazione cambogiana, persecuzione di minoranza etnica in Bosnia, Cina o Africa. L’imperativo per i “Giusti dell’Umanità” dopo la Shoah è stato di sottrarsi alle logiche razziste di cui l’antisemitismo resta il più tragico paradigma. “Far rivivere le sofferenze di chi ha vissuto la persecuzione nazista serve a prevenire altre e simili tragedie?” si chiede l’A., che riporta il pensiero di chi, anche in ambito ebraico, vede il rischio di banalizzare, rendere retorico, insincero. E se la memoria può essere fallace, come da sempre ha argomentato Primo Levi, la proposta di più sobrietà e discrezione nelle strategie del ricordo viene affidata alla ricostruzione storica.

L’immagine di Mosè che riscrive le tavole che aveva appena distrutto, irato dal culto del vitello d’oro, è il monito a scegliere la vita e rifiutare la morte. L’insegnamento più forte non è di scegliere il Bene in nome del quale tanti errori sono stati commessi ma di scegliere la Vita che è valore in sé. Le terze tavole illuminano un rinnovato senso di responsabilità verso il mondo e con l’Autore invocano un diritto e una giustizia non ancora operanti.

Giovanna Grenga, docente

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