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Mordere la nebbia

Alessio Boni
Solferino, 2021

In questa opera si narra giovane vita con forte desiderio di realizzazione nel mondo, quello spazio molto vasto incrociato con il tempo della storia che deve vivere oltre la lacustre e nebbiosa, bergamasca, valle natìa. Bisogna mordere la nebbia per solcare quell’orizzonte affettivamente caro, ma angusto.

Certamente il desiderio non basta a trovare le relazioni, a creare le opportunità, ma si allena con la crescita a scrutare l’orizzonte per annusare i varchi che il destino e la prudenza offrono al percorso individuale.

Alessio Boni è uscito e riuscito dalla sua valle del Sebino a scovare i pertugi, a praticarli con passione, per la stoica e spinoziana cupiditas, e darsi idee chiare sul proprio compito. “Perché non c’è niente di più umano che voler conoscere e andare oltre, aggredendo gli ostacoli che si interpongono sul nostro cammino. Mordendo la nebbia. (p. 12) “Negli anni mi sono più volte interrogato su come certi luoghi siano refrattari alla diversità, a ciò che devia dalla consuetudine. Per me è sempre stato esattamente il contrario: da quanto è diverso e più lontano da me mi aspetto il meglio, le conoscenze più preziose, ciò che dà sapore alla vita, (p. 23)

Allora gli incontri possono divenire capacità, competenze e relazioni che creano, una successione positiva di eventi, un successo personale che matura una persona di valore fino alla scelta di dar vita ad un inizio nuovo, la vita nuova di un figlio nella maternità e paternità. Con Nina e Lorenzo cui questa impensabile biografia è dedicata. Impensabile perché non tutti gli attori sanno scrivere e all’attore il tempo della scrittura meditata è sottratto dalle mille occasioni, occupazioni, appuntamenti che sono amministrati dai gestori di un’immagine che deve coltivare la fama.

Qui il Covid 19 ha sviluppato il contesto che ha interrotto l’impegno da decenni frenetico e appassionato ed ha posto Alessio di fronte agli occhi suo figlio Lorenzo, “una finestra aperta sull’Infinito”. Così l’attore ha trovato l’occasione per compiere quanto è pienamente umano: narrare, narrare ai figli il mestiere di vivere come esige la pratica dell’esercizio di pensiero. Forse la moglie Nina, laureata in filosofia gli ha suggerito che il sapere “non consiste nell’insegnamento di una teoria astratta e meno ancora in un’esegesi di testi, ma in un’arte di vivere, in un atteggiamento concreto, in uno stile di vita determinato, che impegna tutta l’esistenza. L’atto filosofico non si situa solo nell’ordine della conoscenza, ma nell’ordine del «Sé» e dell’essere: è un progresso che ci fa essere più pienamente, che ci rende migliori. È una conversione che sconvolge la vita intera e che cambia l’essere di colui che la compie. Lo fa passare da uno stato di vita inautentica, oscurata dall’incoscienza, rosa dalla cura, dalle preoccupazioni, allo stato di vita autentica, dove l’uomo conosce la conoscenza di sé, la visione esatta del mondo, la pace e la libertà interiori” (Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, 1981, Torino, Einaudi, 1998, pp. 31-32).

La narrazione segue le tappe di una ricerca che coglie nel servizio militare l’opportunità di fare il poliziotto, tra i compagni di lavoro la spericolatezza di affrontare il viaggio negli States, una sbronza di libertà, ma anche senza qualificazione e con un inglese rudimentale, incoccia nell’impossibilità di trovare un lavoro che giustificasse il domicilio statunitense. Segue la delusione, il forzato rientro in valle, Poi il destino si è rimette al lavoro, l’amico di un amico di passaggio per saluti a Villongo, il suo paese, gli indica la possibilità di fare l’animatore per turisti a Montecampione. Lì trova a calcare il palco per la prima volta: qualche battuta da cabaret, playback, sketch comici. Ci trova gusto e il piccolo pubblico lo apprezza. Persegue in quella via e il tempo corre verso il Centro sperimentale di cinematografia a Roma, poi l’ammissione all’Accademia Nazionale d’arte drammatica Silvio D’amico e… non ci si può sostituire al racconto per non sottrarre al lettore il gusto della lettura, del fiorire delle coincidenze, del maturare della professionalità.

Ma quello che mi porta a leggere questo libro e a proporlo in questa cornice di Gariwo, lo confesso, è trovare Alessio Boni a fianco di Nina Verdelli in un servizio giornalistico di Sette. Nina è stata una mia ottima allieva e la curiosità di questa buona notizia si è associata alla possibilità di conoscere meglio, nel libro, il suo compagno. Nel libro trovo non solo i capitoli dedicati all’impresa di interpretare, in tempi quasi sovrapposti, personaggi dai tratti opposti. “Ma proprio in questo diventare altro, a volte con la versatilità di un Proteo multiforme, si celano la sfida e la magia del mestiere che amo” (p. 123), ma anche i capitoli dedicati al “richiamo dell’altrove” che ha potuto permettersi dopo il successo televisivo. Le pagine dedicate alla Tunisia (pp. 99-100), al Brasile di Belo Horizonte (pp. 98-107), al Mozambico e al Malawi (pp. 124-137), nella metà dimenticata di Haiti (pp. 145-157), a San Pietro a Paterno alla periferia di Napoli (pp.169-176) e infine a Lesbo (pp. 185-193) sono tappe lontane dai red carpets e dai premi cinematografici, ma prossimi alla vita vissuta da altri bambini, donne, uomini non meno uomini dell’autore. Indico i luoghi che titolano i capitoli, ma le pagine sono dedicate alle persone, alle donne titaniche “come Adelina, una ragazza di ventisei anni che, da sola, mantiene una famiglia di nove persone. Sono andato a trovarla con un’operatrice del Collegio Enfantil che a Beira, in Mozambico, si occupa di accogliere e proteggere i bambini rimasti orfani. Dopo la morte del marito e dei genitori a causa dell’Aids, Adelina è l’unico sostegno di due figli e sei fratelli piccoli. E’ sieropositiva e disoccupata, vive grazie all’aiuto del Collegio Enfantil e a qualche impiego occasionale, come il lavoro a giornata nelle risaie. Le sue spalle sono ossute e muscolose, come quelle di Atlante, sorreggono un mondo, otto bambini che dipendono totalmente da lei. Il suo sguardo è quello di chi non ha tempo per sogni e leggerezze, ti trapassa da parte a parte, facendoti sentire inconsistente.” (p. 131)

Per questo sguardo che ti trapassa e per l’attenzione che visita e conosce confini più estremi di quelli perseguiti da Ulisse e interpreta don Chisciotte con spirito di utopia non connotata in negativo il libro punzecchia il lettore. “Sarebbe invece utile considerare come uno slancio utopico possa allargare la vita oltre confini che pensiamo invalicabili e che invece in qualche caso, forse, possono essere superati.” (p. 195) Mi soccorre il pensiero di un altro bergamasco di nascita e formazione, ma milanese per adozione e giusto di spirito, Mario Cuminetti di Albino che pensava l’utopia come “Lo spazio in cui l’uomo si rivela per quello che è. Come infinità, spazio dinamico, la ricerca dei sentieri che portano alla patria, non la Patria. Non totalità, Il sentiero che ci permette di cogliere il novum.” Chiudo con questa indicazione la lettura di un libro scritto nell’improbabile pausa della vita di un attore sempre molto richiesto, un attore che sa scrivere per un figlio infante, un libro con valenza formativa per i giovani e per quelli che giovani lo sono dentro.

Carlo Sala, Commissione didattica di Gariwo

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