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Naufraghi Senza Volto

Copertina del libro

Copertina del libro

Cristina Cattaneo
Raffaello Cortina Editore, 2018

La notte del 3 ottobre 2013, intorno alle 4.30, un’imbarcazione si rovesciò al largo dell’Isola dei Conigli, a Lampedusa. A bordo c’erano circa 600 persone, quasi tutte di origine eritrea. I cadaveri recuperati furono 366. Da questo episodio prese il via la missione “Mare Nostrum”, e sempre da qui prende il via il racconto di Cristina Cattaneo, docente di medicina legale all’Università di Milano e direttrice del LABANOF, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense della stessa Università.

Cattaneo è anche la coordinatrice di un lavoro, narrato nelle pagine di questo volume, che ha lo scopo di ricostruire l’identità dei migranti morti in alcuni naufragi nel Mediterraneo, utilizzando pratiche ed esperienze accumulate negli anni nell’identificazione delle vittime senza nome rinvenute sul territorio italiano.

Si tratta di restituire una storia, un nome, ma anche la dignità, a resti umani privi di identità.

In questi ultimi anni, abbiamo imparato a conoscere la strage del 3 ottobre attraverso le voci dei protagonisti. Abbiamo ascoltato Costantino Baratta e Vito Fiorino, Giusti dell’accoglienza, raccontare quei momenti di soccorso in mare: occhi sgranati, mani alzate in cerca di aiuto, la frenesia e il tentativo di salvare quante più vite possibili.

Il libro di Cristina Cattaneo ci dice quello che successe dopo, a chi non ha avuto la forza di alzare la mano, di chiedere aiuto, e ha perso la vita cercando di raggiungere l’Europa.

È il racconto di una squadra di medici forensi e dei loro spostamenti non solo attraverso l’Italia, ma anche attraverso il limbo normativo e gli ostacoli che si trova ad affrontare ogni esperienza pilota. Il tutto con un obiettivo preciso: “Ci eravamo battuti, fin dal 1995, per la causa dei morti senza nome: adesso - scrive Cattaneo - si trattava di fare lo stesso per una categoria di persone ancora più sfortunata. Non potevamo mollare ora”.

È così che, tra dati scientifici, analisi ante e post mortem, prelievi di DNA, autopsie e catalogazione di reperti, emergono volti, storie, drammi e speranze.
Non c’è solo l’adolescente del Mali, deceduto nel naufragio del Barcone del 18 aprile 2015, con la pagella cucita tra i vestiti; tra le pagine compaiono bambini con magliette colorate dalle immagini di supereroi, i giocattoli di una figlia, il maglione di un padre, la borsa di una madre. E un oggetto particolare, una pratica diffusa tra chi lascia la propria casa senza sapere se e quando potrà tornare: un sacchettino della propria terra, nascosto tra gli abiti.

Emerge lo spirito con cui l’Italia si è mossa, dal 2015 e senza il sostegno europeo, per il soccorso ai migranti. “Per il Barcone - ricorda Cattaneo - si è momentaneamente aperto uno squarcio di umanità in un periodo nuvoloso per la rabbia e l’ostilità, grazie alla volontà di un Paese che, ironicamente, era proprio l’ultimo che poteva permettersi un tale gesto, impegnato com’era nell’accudimento e nella gestione già difficile di migliaia di migranti vivi ma che, tuttavia, è stato l’unico a farlo”.

Questo libro ci ricorda però anche i tanti corpi mai ritrovati, che giacciono ancora senza nome sul fondo del Mediterraneo. E le tante storie dimenticate, le “tragedie di migliaia di madri e padri che non sanno più nulla dei loro figli - come diceva al Giardino dei Giusti di Milano Alganesh Fessaha, che da anni si occupa di aiutare quanti cadono nelle mani dei trafficanti di esseri umani -. Ci ricorda che nei primi anni di questo nuovo secolo l’umanità ha visto tornare il mercato degli schiavi, che prospera sulla pelle di donne, uomini e bambini in fuga da guerre, conflitti e dittature”.

Perché, scrive Cristina Cattaneo nelle ultime pagine del suo libro, raccontando dei resti del ragazzo disabile trovato nella necropoli di Piazza Sant’Ambrogio a Milano, le cui fratture ossee testimoniavano il supplizio della ruota a cui era stato sottoposto, “per questo la memoria è importante: non sempre siamo migliori di chi ci ha preceduto”.

Martina Landi, responsabile Redazione Gariwo

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