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Nel segno dei padri

Giacomo Marinelli Andreoli
Marsilio, 2017

Un ricamo di fine ordito questo libro, curato, e questa volta il termine non possiede solo la valenza del lessico editoriale, dall’autore, Giacomo Andreoli, dall’editor Annalisa Longega e Frediano Sessi, consulente storico e umano, già rievocatore di una pagina nascosta e nobile, contemporanea a quel terribile 1944 con il coevo libro "FREDIANO SESSI, Elio, l'ultimo dei Giusti. Una storia dimenticata di resistenza, Venezia, Marsilio, 2017". Di fatto per la sedicente “grande storia” la vicenda che ci viene presentata è un’irrilevante increspatura nell’immane tragedia della Seconda guerra mondiale(1), ma sotto questa increspatura si cala la profondità della vicenda singolare di due vittime innocenti e inconsapevoli che a sessant’anni dalla guerra si cercano, si trovano e nel dialogo epistolare toccano la via di riconciliazione tra vittime di un destino che era loro sembrato, per una vita, inspiegabile e insuperabile nemico. 

Guglielmina è la figlia di Vittorio Roncigli, una delle quaranta vite stroncate dalla rappresaglia tedesca del 22 giugno 1944 dopo l’uccisione di Kurt Staudacher, assistente medico della 114a Jager Division in ritirata dopo la liberazione di Roma, avvenuta in un bar della centrale via Garibaldi di Gubbio, mentre stava sorseggiando una cioccolata insieme ad un commilitone sottotenente medico Hermann Pfeil. Kurt è il padre di Peter. Guglielmina e Peter hanno un anno nel giugno del 1944. Entrambi sono vittime ignare e innocenti di una tragedia che segna indelebilmente l’esistenza delle loro famiglie: la famiglia di un martire involontario in un eccidio smisurato che fece cadere sull’intera comunità di Gubbio la vile azione di quattro giovani sprovveduti contro ogni logica civile, militare e politica; la famiglia di un medico in divisa di un esercito sconfitto. 

Il dopoguerra di questi orfani di guerra fu durissimo e il libro lo sa indicare in modo sintetico ed efficace, ricostruendo le vicende in un romanzo epistolare, perché questi due cittadini non possono e non vogliono dimenticare i fatti che segnarono la loro vita a monte di ogni consapevolezza e di ogni scelta personale. Per sessant’anni nessuno dei due sa nulla dell’altro e delle rispettive famiglie. Peter, vivendo in una città della Germania dell’Est, e considerato orfano di un criminale di guerra, non conosce le conseguenze dell'omicidio di suo padre nella cittadina di Gubbio.

Nel 2003 però Peter, ormai medico nonostante la poliomielite infantile e le discriminazioni subite per origine sociale sotto il regime comunista, come cittadino europeo di una Germania unificata può visitare Firenze e Siena. Curioso di conoscere il luogo della morte del padre compie una diversione a Gubbio. Lì scopre la piazza dei Quaranta martiri, la prima tomba provvisoria del padre, il mausoleo dei Quaranta martiri e, quasi costretto dalla moglie Ursula che lo accompagna, lascia un segno della sua visita.Non sapevamo nulla di tutto questo. Ma tu, qui, ora, non sei più un estraneo.” (p. 74) E sul registro delle visite del mausoleo il 24 settembre 2003 scrive: “ Peter Staudacher, figlio del militare tedesco ucciso con arma da fuoco il 20 giugno 1944.” Il giorno successivo Guglielmina visita le tombe del marito e del padre e scopre il segno lasciato da Peter il giorno precedente. 

Da questo momento ella avvia il percorso di ricerca di Peter, di corrispondenza, di incontro. Il 17 maggio del 2004 Guglielmina e la cugina Ida sono a Pomezia dove sono tumulate le salme di 27.443 soldati tedeschi e anche quella del padre di Peter che partecipa ad una comitiva della Lega popolare tedesca per la manutenzione delle tombe di guerra in visita al cimitero nel LX anniversario dal 1944. Guglielmina e Peter allora non si leggono solo nelle righe delle lettere in cui si sono reciprocamente narrati il vuoto, la solitudine, l’angoscia di un’assenza irriducibile e radicale, ma leggono i loro volti, le posture dei loro corpi, la reciprocità dei loro pensieri. 

Per anni mi sono chiesta di chi fosse davvero la colpa di tutto quanto mi era accaduto. Non avevo mai conosciuto mio padre per questa tragedia. E non sopportavo l’idea fosse stato così crudele con noi, senza un motivo, senza una colpa. In più il silenzio che ha circondato questa vicenda per 60 anni ha appesantito tutto. Aver incontrato Peter, averlo conosciuto di persona, aver letto anche se solo con una lettera, la sua storia, aver sentito le sue emozioni, anche con l’abbraccio di oggi, mi dà la sensazione di un destino comune, mi sento più serena. Ho come un senso di pace. Che non avevo mai provato finora”. […] Quel senso di angoscia e di rimorso che mi sono trascinata tutti questi anni, è come se se ne fosse andato. Ora posso voltarmi avanti con un altro sguardo, con un altro spirito”. (pp. 82-83) 

Guglielmina prosegue così la corrispondenza con Peter tenendo per sé questa relazione fino al Natale del 2007, quando, lasciata la presidenza dell’Associazione delle famiglie dei quaranta martiri, la narra a Giacomo, direttore della TV locale che fa scoprire questa storia straordinaria di memoria e riconciliazione nella sera dell’antivigilia di Natale 2007 su TRG-Media. Cinque anni dopo Guglielmina chiama Giacomo al letto di morte e gli consegna tutta la documentazione della sua corrispondenza. “Voglio affidarle a te. Non ti dico come usarle, ma ti prego, non lasciarle cadere nel vuoto. Vorrei che tutti potessero provare la gioia, la serenità, la forza che mi ha dato questa storia”. (p. 185) Questa è la premessa dell’opera che Giacomo Marinelli Andreoli, direttamente e sapientemente coinvolto da Guglielmina Rancigli, ha saputo comporre narrativamente e mettere a disposizione del lettore italiano. “Aver trovato la forza di superare il silenzio, di varcare la soglia, di scavalcare il muro. Di non fermarsi all’apparente ostilità, di non sedersi su un comodo giaciglio fatto di luoghi comuni, di non imprigionarsi in una gabbia di orgoglio” (p. 185) è la via che questa donna eugubina e questo medico della Sassonia hanno percorso e vissuto come dono da condividere: dono della forza, della caparbietà, della tenacia di voler sapere, di voler conoscere, di voler incontrare l’altro. Dono che ha trovato nell’interprete femminile la prima promotrice e protagonista.

1. Nel mirabile saggio di CARLO GENTILE, I crimini di guerra tedeschi in Italia, 1943-45, Torino, Einaudi, 2015 non si fa menzione dei fatti di cui furono vittime i protagonisti del libro.

GIUSEPPINA MELLACE, Delitti e stragi dell’Italia fascista 1922-1945, Roma Newton Compton, 2015 nomina invece Kurt Staudacher e l’eccidio di Gubbio.

Carlo Sala, Commissione didattica di Gariwo

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