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Non c’è nessuna Itaca. Viaggio in Lituania

Francesco M. Cataluccio
Humboldt Books, Milano, 2022, pp. 144, euro 16,00

Di seguito proponiamo un estratto dal libro

Nel primo scaffale della disordinata libreria davanti al mio tavolo c’è un lungo fischietto di legno di betulla a forma di lepre, con le orecchie ben drizzate. Lo comprai a Vilnius nel 1988, da un vecchio artigiano che scolpiva i suoi oggetti in una piccola bottega nei pressi di Švarco gatvė, dove un tempo c’era il quartiere ebraico. Fui attirato dal fatto che da lontano si sentiva un disordinato concerto di fischi e trilli: il pover’uomo era circondato da un gruppo di bambini in gita scolastica che si erano messi a provare tutti assieme i frutti della sua creatività. Non ci faceva caso e li lasciava fare sorridendo. Fu lui a decidere che la lepre fosse il fischietto per me. E un cane lanciato in corsa quello per Cecilia. Con lei non ci siamo mai più rivisti dopo quel viaggio. Il fischietto-lepre l’ho riportato ora con me. Ho un po’ sperato che la bottega dei fischi ci fosse ancora e poter trovare una compagna alla mia vecchia lepre. Ma a Vilnius gli artigiani sono nel frattempo quasi tutti spariti e le loro botteghe vendono merci che non hanno più nulla a che fare con il folclore. In Lituania, come parecchie volte negli ultimi cento anni, tutto è rapidamente cambiato: molte cose sono sparite, ma alcune, fondamentali per l’identità e l’immagine di questo luogo, sono rimaste nei secoli le stesse.

Dopo la drammatica parentesi della guerra, delle distruzioni operate dai tedeschi, dell’occupazione sovietica e dell’esilio di molti, con il 1990 tutto in Lituania sembrava tornato come ai vecchi tempi: la libertà di vivere e organizzarsi; i luoghi religiosi alle loro funzioni; il ritorno a casa degli anziani emigrati e degli intellettuali sopravvissuti altrove. Veniva restituita alla sua dignità nazionale (mettendo da parte il russo) quella complicata lingua, né slava né germanica, miracolosamente sopravvissuta conservando la medesima struttura delle lingue classiche. E proprio per questa sua arcaicità, il lituano possiede ancor oggi un suo fascino ermetico e quasi sacrale: in modo unico rispecchia la sensibilità delle civiltà primitive. È anche riemersa una cultura pagana mai del tutto scomparsa. Molti si sono impegnati in attività commerciali dagli esiti più o meno fortunati. La democrazia, come negli altri paesi dell’Est, ha rimesso in moto la vita pubblica di questo piccolo paese di tre milioni e mezzo di abitanti, ma poi, un po’ alla volta, la maggioranza ha virato verso il populismo, con esiti comunque meno sconcertanti che nelle nazioni vicine. Del resto anche il regime, seguito al colpo di stato del 1926, dello scrittore nazionalista Antanas Smetona (1874-1944) non fu così autoritario come quello della Polonia, dell’Ungheria o della Romania, e si oppose sin dall’inizio al nazismo.

La Lituania non è mai stata un luogo di passioni estreme e fanatismi devastanti. L’esigenza di un’umanizzazione dei sentimenti nazionali, in Lituania, è oggi molto sentita. Come dice il filosofo Leonidas Donskis: «L’attaccamento alla nazione può essere espresso non solo attraverso l’incondizionata lealtà alla propria comunità e la difesa della sua reputazione di oggi e di ieri, ma anche attraverso l’opposizione a quelle tendenze della propria cultura e della società che contrastano o addirittura rifiutano le norme morali, i codici di comportamento e le traiettorie della coscienza universalmente accettate. La fedeltà all’umanesimo e a qualsivoglia altra cultura morale a difesa della dignità umana, del rispetto della vita umana, dell’unicità dell’individuo e della sua cultura sono, nella sostanza, anch’esse espressione di fedeltà morale alla propria nazione, alla propria comunità di memoria e sentimento e alla propria cultura».

Il problema della Lituania indipendente (lo divenne la prima volta il 16 febbraio 1918) è sempre stato quello di essere schiacciata, o aver dato fastidio, agli stati vicini più potenti: la Russia, la Germania e persino la Polonia. Il 23 marzo del 1939 la Lituania dovette cedere alla Germania nazista la città e la regione di Klaipėda, sul Mar Baltico. Il Patto Molotov-Ribbentrop (23 agosto 1939), come ha ricordato l’allora Ministro degli esteri lituano Juozas Urbšys, nelle sue memorie (La terra strappata, 1988), prevedeva, nelle sue clausole segrete, che la Finlandia, l’Estonia e la Lettonia sarebbero state assegnate all’area di influenza sovietica, la Lituania a quella tedesca. La sorte della Lituania venne poi modificata e anch’essa passò sotto il controllo sovietico in cambio di sette milioni e mezzo di dollari in oro e di un distretto polacco. Come afferma la risoluzione del Parlamento Europeo, del 19 settembre 2019, sull’Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa: «il patto Molotov-Ribbentrop e i suoi protocolli segreti, dividendo l’Europa e i territori di Stati indipendenti tra i due regimi totalitari e raggruppandoli in sfere di interesse (...) ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale». Così, nel settembre 1939, l’Unione sovietica occupò la Lituania (e quella parte di essa, come Vilnius, che i polacchi si erano presi dopo la Prima guerra mondiale). Immediatamente i sovietici perpetrarono massacri e deportazioni di migliaia di persone. Per questo, nell’estate del 1941, i tedeschi vennero inizialmente accolti come liberatori e non mancarono i collaborazionisti (come accadde anche in Ucraina). Ma, come ricordano molti lituani, quasi subito gettarono la maschera massacrando gli ebrei e dando la caccia ai lituani che non si erano sottomessi.

Il viaggio in Lituania è un passaggio in un luogo perduto, cancellato, dove alcune vestigia sono però rimaste e, ostinatamente, accendono la fantasia dei ricordi. Il paese, visto dall’alto, è fatto di foreste e boschi immensi, verdi laghi e celesti fiumi orlati da piante, pianure e campi a perdita d’occhio, lagune che sembrano mare, dune altissime e un mare grigio che si confonde col cielo. Ci pensa l’esuberante natura a garantire una continuità, quasi metafisica, con il passato. In Lituania sopravvive tra gli abitanti, anche delle città, l’antico culto degli alberi e delle foreste, accanto a un forte culto dei morti. Un’immagine del cosmo incantata dal mistero delle fertilità, della vita che non ha parole, di una terra-madre che genera e accoglie un’immensa fratellanza umano-animale-vegetale. Le foreste erano il luogo di culto per eccellenza: sacre, ovvero intangibili, perché divinamente abitate in ogni anfratto. Si offrivano doni agli alberi, ai cespugli: monili, monete, cibo. Nelle foreste abitava Medeina, dea di tutto ciò che cresce.

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