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Non per profitto

Martha Nussbaum
Il Mulino, Bologna

La tesi di questo saggio è illustrata nel suo sottotitolo, e l’autrice evidenzia non solo l’importanza, ma la necessità della cultura umanistica per lo sviluppo e il mantenimento di uno Stato democratico. 

Negli ultimi decenni l’Occidente è stato caratterizzato da un’estrema tensione al profitto, e questo modello economico focalizzato sui numeri e sull’aridità del “fare”, a scapito delle relazioni sociali e dell’”essere” dell’individuo, si riflette anche sul sistema scolastico. Si stanno via via abbandonando le materie umanistiche, che sono quelle che stimolano lo spirito critico, la comprensione reciproca e l’empatia, e sono alla base della democrazia. 

Nel campo dell’istruzione stiamo assistendo, sia in Occidente che nei Paesi emergenti, ad una tendenza, forte e generalizzata, a lasciare un  grande spazio solo alle materie tecnico-scientifiche e ad un sapere basato sull’acquisizione acritica di un gran numero di nozioni e dati, che  produce docili esecutori, “macchine” e non cittadini a pieno titolo, in grado di affermare la propria individualità e provvisti dell’empatia necessaria per una convivenza armonica in cui la valorizzazione delle differenze possa sviluppare la creatività e il continuo rinnovamento in un mondo sempre più globale e complesso.

Non si tratta di affermare la supremazia delle discipline umanistiche su quelle scientifiche, ma di ristabilire un giusto equilibrio tra le due aree del sapere, entrambe ugualmente importanti.
M. Nussbaum conosce a fondo il sistema scolastico statunitense e quello indiano, e, partendo dalla pedagogia socratica e attraverso l’evoluzione storica della scienza dell’educazione, questi due sistemi vengono qui analizzati e descritti nella loro origine, nei loro maggiori e più significativi pedagoghi e filosofi, nella loro attualità.

Non si occupa, se non marginalmente, del sistema scolastico europeo, dall’autrice classificato, purtroppo tristemente a ragione, un sistema arretrato dal punto di vista dell’istruzione democratica: in Europa si impartiscono lezioni frontali ad aule numerose, e non c’è alcuno spazio per il dibattito e il confronto critico, né per un rapporto docente-studente stretto e collaborativo. Manca totalmente una preparazione adeguata dei docenti proprio all’insegnamento, e nei corsi di laurea di prima livello mancano le nuove discipline, quali lo studio dei generi, di razza e di etnicità, lo studio di ebraismo e islamismo, di grande importanza per la cittadinanza democratica. Inoltre, fatto ancora più grave, proprio perché in controtendenza con gli imperativi della società globalizzata contemporanea e della flessibilità e adeguamenti che essa richiede, “l’imperativo della crescita economica ha indotto la maggior parte dei governi europei a rivedere tutta l’istruzione universitaria secondo linee orientate allo sviluppo economico”, vige ormai l’idea che lo scopo dell’istruzione sia quello di far trovare un buon lavoro, non di apprendere a diventare dei cittadini attivi e democratici. 

L’obiettivo del benessere economico porta tutte le scuole, non solo quelle europee, ad insegnare cose utili per diventare uomini d’affari piuttosto che cittadini responsabili, con la prospettiva di nazioni composte da persone addestrate tecnicamente, obbedienti ad ammaestrate, che non hanno imparato ad essere critiche di fronte all’autorità, che sono capaci di generare profitti, ma sono una minaccia per la democrazia

La lettura di questo saggio, benchè scritto da un’americana e rivolto principalmente al proprio Paese, con un tono spesso propagandistico che può risultare a tratti fastidioso per un europeo, più incline alle digressioni che alla martellante ripetizione del concetto di base, porta comunque a riflessioni globali, che, come il mondo attuale, travalicano i confini degli stati e dei particolarismi nazionali.

L’introduzione di Tullio De Mauro, chiara ed esauriente, senza essere invasiva, è sotto tale aspetto fondamentale per la fruizione  dell’opera da parte del pubblico italiano, in quanto la smarca dalle due specifiche aree trattate, evidenziando sia l’universalità dei concetti espressi, sia le pecche e gli anacronismi della scuola italiana, fortemente condizionata da chi sostiene che “con la cultura non si mangia”. E a questa categoria di persone in particolar modo sarebbe utile  la lettura di questo volume.

Tea Camporesi

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