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Odiare l'odio

Walter Veltroni
Rizzoli, 2020

Dalle grandi persecuzioni del Novecento alla violenza sui social: le conseguenze tragiche di una malattia del nostro tempo.

Franklin Delano Roosevelt diceva che l’unica cosa di cui bisogna aver paura è la paura. Oggi l’unica cosa che bisogna odiare è l’odio. L’odio è la malattia grave che si è impossessata del nostro tempo. Ed è una malattia carica di conseguenze. È un sentimento livido, una lunga bava di lumaca nella vita di ciascuno di noi.

L’odio si insinua nei pertugi delle nostre incertezze, delle nostre inquietudini, dei nostri disagi, della coscienza talvolta rabbiosa delle ingiustizie del mondo. Di quelle sociali, di quelle civili. Si infila nelle ferite del nostro tempo e progressivamente ci domina. Si impadronisce delle nostre parole, dei nostri stati d’animo, ci fa guardare con occhi diversi coloro che sono di fronte a noi. L’odio, quando si è diffuso, ha determinato, nella storia dell’umanità, i momenti più tragici e le pagine più scure.

Fin dalle prime pagine il libro ci catapulta nella realtà dell’odio compagno di vita del nostro tempo, una malattia che si alimenta della paura, dell’incertezza, delle differenze sociali, dell’impotenza e si insinua nelle parole e nei fatti scagliati contro l’Altro, la minaccia, lo straniero, il ladro di una felicità negata.

Veltroni comincia il suo viaggio nell’universo dell’odio partendo dalla pagina più buia dell’umanità, quella del ventennio nero e della persecuzione contro gli ebrei e tutti coloro che li aiutavano, resa possibile dalla grande macchina nazista nutrita di anni di propaganda, della zona grigia dell’INDIFFERENZA, della fedeltà cieca di uomini comuni conquistati dal terrore e dallo spettro di una motivazione più alta, alla quale valeva la pena di subordinare la vita dei sacrificabili. Dove può portare l’odio lo leggiamo nella violenza contro un uomo, nonno di Veltroni, torturato sino a perdere la vita poco dopo per le conseguenze delle sevizie subite perché non era fascista, perché aveva aiutato ebrei e antifascisti, quelli che volevano distruggere il futuro glorioso che spettava a chi stava dalla parte “giusta”.

Eppure, da tanto male, emerge per il lettore subito una speranza, anche se dal gusto amaro: c’era chi si opponeva all’odio generalizzato, chi salvava, chi rischiava sé stesso per gli altri, come il nonno Ciril Kotnik, che non rivelò nessuno dei suoi contatti. Non santi, né eroi, ma Giusti, che scelgono di porsi delle domande, di prendersi una responsabilità nello spazio che gli è concesso, per salvaguardare la dignità umana. È difficile spiegare che cosa significhi essere Giusti oggi o seguire il loro esempio come rimedio alla cultura del nemico, il testo di Veltroni però accende una riflessione concreta e necessaria, correndo sul filo rosso del concetto di odio e insieme di responsabilità, per disegnare un lucidissimo quadro della società attuale e delle sue sfide, politiche, globali sì, ma anche individuali.

È la nostra età dell’odio, un momento storico che ci vede soli forse come mai prima, impegnati sui social media, per chi vi ha accesso, a sputare sentenze contro ignoti o malcapitati, senza più luoghi per condividere veramente, precari e spaventati all’idea che il domani sarà forse peggio dell’oggi. E nello stesso tempo, incapaci di vedere le vere urgenze del nostro tempo che ci vengono presentate con toni concilianti, come climate change, perché per risolverle serve una cooperazione tra gli Stati che non piace a chi pensa che chiudersi per non lasciar passare nulla di male sia la soluzione. Vivere in un mondo globale senza curare le relazioni internazionali sui temi di interesse comune è come pensare che la democrazia una volta raggiunta si mantenga da sola, e questo nel saggio è snocciolato magistralmente.

Esiste un antidoto all'addormentamento delle coscienze: ricordarci che una scelta etica è personale ed è sempre possibile, anche nelle situazioni peggiori e anche nel presente. È lo stimolo a sentirsi chiamati in causa che ho ritrovato in queste pagine: si può rispondere all’odio delle parole, che si trasforma in odio dei fatti, con la condivisione delle idee, proponendo in prima persona un esempio alternativo al linguaggio violento, una contro-narrazione positiva e inclusiva che abbia il linguaggio dei valori e dei diritti umani. È urgente educare i giovani al dialogo, alla responsabilità che nasce dall’essere parte di un mondo condiviso, alla consapevolezza che quando scelgo una parola piuttosto che un’altra non sto solo scomodando una preferenza linguistica, ma sto rappresentando me stesso nella società.

Se noi che odiamo l’odio troveremo le parole giuste, allora la libertà avrà un futuro. E nel futuro ci sarà libertà. Così Walter Veltroni chiude, speranzosamente, questo spaccato dell'oggi che ci chiede di tenere viva la memoria. 

Helena Savoldelli, Redazione Gariwo

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