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Spie e zie

Siegmund Ginzberg
Bompiani, 2015

Questo romanzo narra la storia di tre fratelli e due sorelle che, dopo un’infanzia trascorsa a Istanbul prendono strade diverse che li portano a vivere in varie parti d’Europa: in Russia, Francia, Cecoslovacchia, Italia.

Possiamo considerarlo quindi una saga familiare: una sorta di cronaca basata su ricordi, racconti di famiglia, impressioni, suoni e fotografie in bianco e nero capaci di far affiorare la memoria con la stessa potenza delle madeleines proustiane. Alcune vite sono più dettagliate e approfondite, altre più vaghe e accennate, ma di tutte emerge la personalità. Il dinamismo e la joie de vivre di zia Perla, la fragilità e l’impalpabilità di zia Dolceta, la cui vita sfuma nel manicomio turco. La giovinezza del giovane zio Benjamin, che galvanizzato dal fratello maggiore sparisce nella Russia di Stalin, la vita avventurosa sospesa tra realtà e supposizione dello zio Bernard. Ma sopra tutte si staglia la figura del padre Paul, che timido, tranquillo e pacato come il classico antieroe, attraversa infinite vicissitudini con grande forza morale, senza recriminazioni, invidie o lamenti, ma adattandosi di volta in volta alle circostanze, diventando così una figura esemplare di comportamento di fronte alla crisi e al cambiamento.

Le avventure dei protagonisti si sviluppano nell’arco di tutto il Novecento, e i fatti storici dell’epoca non si limitano a fare da sfondo alle loro vite, ma emergono prepotentemente, con riferimenti precisi e dettagliati: ecco allora che l’occupazione di Istanbul nel primo dopoguerra, la deportazione degli Armeni di Costantinopoli, la Russia staliniana, l’affaire Stavinsky in Francia, il patto Molotov-von Ribbentrop e le sue conseguenze dirette e indirette, la neutralità della Turchia con i suoi campi di lavoro in Anatolia, la primavera di Praga e il miracolo economico italiano vengono presentati con l’accuratezza propria di un saggio storico.

Ma la figura dello zio Bernard s’intreccia e si fonde con quella di uno dei più famosi agenti segreti della Russia e del Front Populaire francese, e il romanzo ci regala pagine appassionanti ricche di complotti, fughe, intrighi e suspence, degne delle migliori spy story. La vita degli agenti segreti sovietici viene analizzata a fondo, non solo per quanto concerne le missioni, ma soprattutto per il loro vissuto personale, i problemi contingenti, le complesse relazioni con il partner, i familiari e gli amici, presentandoli come esseri umani, calando il lettore nelle loro doppie e triple vite e rendendolo partecipe dei loro tormenti.

Potremmo considerarlo anche saggio sociologico, perché indaga sulle società del passato e del presente, e dimostra come le dinamiche sociali si ripropongano uguali a sé stesse nonostante muti il quadro storico; così il fallimento dell’occupazione di Istanbul da parte di francesi, inglesi e italiani si ripresenterà tale e quale in Afghanistan e in Iraq, così come il dramma dei profughi ebrei respinti da tutti nel corso della seconda guerra mondiale si sta riproponendo oggi per i siriani e non solo. E potrebbe quindi essere una cronaca del presente, perché la crisi tedesca del primo dopoguerra, e immigrazioni in Turchia e le missioni di pace sembrano essere senza tempo.

E potremmo considerarlo infine racconto psicologico, perché va ad indagare il pensiero e lo stato d’animo di chi si ritiene fortunato ad essere internato in un campo di lavoro turco, perché se si fosse trovato a Praga sarebbe finito a Terezin e poi ad Auschwitz e se avesse abitato in Russia sarebbe finito in un gulag; perché ci descrive il dramma degli orfani di Stalin e di tutti i bambini dell’epoca, figli delle vittime o dei carnefici, accomunati dalla medesima sorte di “esclusi” in quanto scomodi; perché ci illustra la crisi dei comunisti dopo il patto Molotov-von Ribbentrop, che ha scardinato le loro certezze, i loro punti di riferimento e gli ideali antifascisti che erano alla base del loro impegno politico, regalandoci una fine analisi psicologica di cosa significhi la crisi dei valori personali in un tempo in cui ancora ci si sconvolgeva per il ribaltamento dei concetti di bene e male.

Spie e Zie è quindi tutto questo e tanto altro: una storia destrutturata (così ce la presenta l’autore stesso nelle prime pagine), che partendo da qualche vecchia fotografia di famiglia, si sviluppa e si avviluppa su piani diversi, facendoci sorridere, tenendoci sulle spine, incuriosendoci, illuminandoci e facendoci riflettere. La narrazione procede quasi come un flusso di coscienza, in cui un pensiero ne origina un altro, un fatto si ricollega a un evento non necessariamente successivo, una riflessione ci sbalza all’improvviso nell’attualità e ci riporta poi indietro nel tempo.

In questo labirintico percorso anche i toni narrativi sono molteplici: una squisita ironia nel racconto dell’imprenditorialità italiana rappresentata dal marito ingegnere di zia Perla; un tono nostalgico, quasi struggente, nel ricordo di un’Italia umana e tollerante e di una Milano che consentiva dignità e speranza di riscatto a tutti i suoi abitanti; un tono distaccato, da cronista, per alcuni fatti, uno più personale, intimo e sentito per altri eventi familiari; una profonda amarezza per le considerazioni sull’oggi; una simpatica autoironia per le vicende personali.

Un libro che si legge tutto d’un fiato.

Tea Camporesi

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