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Un secolo in dieci giorni. Dieci eventi memorabili del Novecento europeo

Konstanty Gebert
Feltrinelli, Milano, 2011

Non lasciatevi fuorviare dal sottotitolo: i dieci eventi scelti e descritti dall’autore per rappresentare tutto il Novecento europeo sono tra i meno conosciuti e ricordati, non perché poco importanti – Gebert infatti ne delinea magistralmente la rilevanza e le conseguenze negli anni e decenni successivi, - ma perché “fagocitati” dagli eventi più globali e noti del secolo passato (due guerre mondiali, una guerra fredda, due genocidi, il crollo di un paio d’imperi) e lasciati cadere nell’oblio. 
Considerando il fatto che l’autore è un giornalista e reporter internazionale e leggendo l’indice dell’opera, si potrebbe inizialmente pensare ad una raccolta di reportage relativi a fatti politici, sociali, culturali e di cronaca locali, ben circoscritti e quindi marginali nel panorama europeo generale. Niente affatto.


Come ben descritto nella terza di copertina, Gebert prende spunto da date memorabili, dalla parata imperiale a Vienna il 12 giugno 1908 per il sessantesimo anniversario del regno di Francesco Giuseppe fino all’incendio della biblioteca di Sarajevo il 25 agosto 1992 per ripercorrere, attraverso un’acuta ed approfondita analisi delle cause e delle conseguenze, politiche, economiche, sociali e culturali, gli eventi di cui sono il simbolo, mettendone in rilievo non solo la trasversalità e la ricaduta europea, ma anche la grande attualità.
Ogni reportage inizia dal racconto di episodi decisamente marginali per poi unirli ed allargare così la narrazione a tutto l’evento e alla sua portata. Oltre all’analisi estremamente accurata e dettagliata di cause, motivazioni e fatti, supportata da testimonianze documentate e raccolte personalmente, l’autore dà voce a tutti gli attori, a tutti gli schieramenti e alle varie correnti di pensiero, offrendo così un quadro estremamente particolareggiato e poliedrico di ogni decennio e delle sue ripercussioni su quelli futuri per tutta l’Europa, non solo dal punto di vista storico e politico, ma anche sociale, culturale ed artistico.
Ecco quindi che la descrizione della parata viennese di inizio secolo ci ripropone sia i soliti comuni problemi organizzativi: le autorizzazioni, i punti di ristoro, i presidi medici, il servizio di sicurezza e l’assegnazione dei posti, ma anche le tensioni transnazionali e transculturali, di ancor grande attualità.


La battaglia di Ypres, sconosciuta ai più, segna di fatto il passaggio definitivo dall’etica cavalleresca e dalla guerra “come avventura bella e virile” alla guerra chimica e dei missili, come primo passo verso le camere a gas dei lager della seconda guerra mondiale.
La crisi tedesca del primo dopoguerra, l’iperinflazione e il proliferare dei quotidiani e dell’industria del divertimento per tutti, ma diviso per livelli sociali, negli anni Trenta si riflette nell’attuale proliferare di talk show televisivi e di lotterie, scommesse e video giochi, perché nei tempi di crisi le persone sono più interessate ad informarsi e a capirne i motivi, ma anche più inclini  ad affidarsi alla fortuna.
L’analisi della rivolta di Barcellona, la nascita, tra l’indifferenza generale, del Mec a Roma, il maggio francese, ci ripropongono l’incapacità storica del comunismo di fare fronte comune contro le opposizioni.
Ma oltre alla rilevanza storica che ne scaturisce, alla loro attualità, al  comune impianto narrativo e allo stile chiaro e preciso che caratterizza tutti gli episodi, ciò che li accomuna, in modo stupefacente, è la loro tendenza ad essere dimenticati da chi li ha vissuti in prima persona e a rimanere comunque nell’indifferenza generale delle nazioni coinvolte.


A Barcellona sono scarsissime le tracce delle rivolte del 1936-39, sommerse dall’oblio; l’assedio di Leningrado, che durò ben 900 giorni, non è ricordato nemmeno nei due principali musei storico-militari della città, analogamente all’evento romano e alla rivoluzione dei Garofani a Lisbona.  La ribellione polacca viene raccontata partendo dai dipinti di Dwornik e ci offre quindi una visione del movimento artistico di quegli anni, altrimenti sconosciuto, poiché oggi rinnegato in quanto arte di massa, di scarso valore artistico.
La cronaca dettagliata dell’incendio della biblioteca di Sarajevo, con le testimonianze di chi vi ha assistito e i problemi ancora aperti per la ricostruzione della raccolta e dell’edificio, chiude l’opera in modo struggente: la distruzione dei libri rappresenta la cancellazione reale, tangibile del passato e delle radici di una parte dell’umanità, e dà luogo ad una mobilitazione generale mondiale per recuperare copie e manoscritti, stimolando  l’istinto di conservazione della memoria, negato nei fatti precedenti.
Il grande valore dell’opera di Gebert è proprio quello di dare voce a questi eventi e renderli memorabili, di rivalutare tutto il passato, perché “quando nessuno vuole parlarne, il passato non appartiene più e scompare”.

Tea Camporesi

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