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Una persona alla volta

Gino Strada
Feltrinelli, 2022

In questi giorni al porto di Genova c’è un cantiere aperto: si sta preparando la prima nave di soccorso e salvataggio in mare di Emergency, l’associazione fondata dal chirurgo Gino Strada.  Sarà pronta in autunno per “andare e stare dove è ancora necessario stare, dove la gente ancora parte, naufraga, muore e dove mancano e si negano i diritti”, così spiega il capo progetto Carlo Maisano. La chiglia è del rosso acceso dell’Associazione e lungo la fiancata sono impresse le parole di Gino Strada: I diritti devono essere di tutti, sennò chiamateli privilegi”. Andare… stare: due verbi che riassumono la vita di questo medico, morto nell’agosto 2021, che nel libro pubblicato da Feltrinelli racconta non tanto la sua autobiografia ma “le cose più importanti che ho capito guardando il mondo dopo tutti questi anni in giro”. Andare": Gino Strada è sempre stato un uomo in movimento, prima di tutto interiore. Alla fine degli anni ottanta decide di fare un’esperienza nell’ospedale di un Paese povero. Perché? Nato e cresciuto a Sesto San Giovanni, in una famiglia di operai, il primo a laurearsi e ad esercitare un mestiere che la madre definiva non un lavoro ma una missione, respira aria di “etica del lavoro, responsabilità, senso di comunità”. L’antifascismo della famiglia e del contesto si sintetizzano in un racconto del padre, “la storia della guerra nella mia città”, quando il 20 ottobre 1944 un bombardiere americano scarica tonnellate di esplosivo sul quartiere Gorla invece che sulla Breda per un errore di interpretazione o trascrizione delle coordinate in codice. 614 morti, di cui 184 bambini. La guerra non guarda in faccia a nessuno”, diceva suo padre. 

Antifascismo come rifiuto della violenza ma non dell’impegno per salvaguardare “l’importanza del lavoro, la dignità, la solidarietà verso i vicini, l’idea di far parte di una comunità” alla quale rendere conto dei propri comportamenti. Gli anni dell’università sono quelli dello studio e dell’impegno politico: “Come potevamo rivendicare i diritti di noi studenti senza manifestare contro la guerra in Vietnam? Come potevo preoccuparmi del lavoro di un italiano e ignorare la sofferenza di un altro essere umano, anche se stava dall’altra parte del pianeta? Quegli anni fecero sentire a me e a tanti altri che eravamo parte del mondo, una parte attiva, e potevamo cambiarlo”.

Il suo professore lo guarda con simpatia: quel giovane medico non è un leccapiedi in quell’ambiente competitivo e a volte lo tratta con rude schiettezza. Gli propone di andare a Pittsburgh e Stanford per studiare i trapianti di cuore: quanto di meglio per Gino Strada, “animale chirurgico… perché davanti ad un problema avevo bisogno di fare”.

Dopo 4 anni torna in Italia con un’esperienza sui trapianti cuore-polmone che solo pochi avevano. Negli USA gli avevano proposto un contratto di collaborazione stabile. “Ci pensai un paio di giorni e poi decisi: gli Stati Uniti non facevano per me. Che senso ha praticare la medicina in un Paese dove per potersi curare la gente deve tirare fuori la carta di credito? Nessuno, a meno che far soldi non sia il tuo obiettivo, e di sicuro non è mai stato il mio”.

Eccolo quindi partire con la Croce Rossa e andare per sei mesi a Quetta, in Pakistan: “non potevo sapere allora che quel sì avrebbe cambiato radicalmente la mia vita”. Al centro chirurgico per feriti di guerra cura moltissimi bambini mutilati dai “pappagalli verdi”, le mine per i bambini curiosi dei nemici. Ma di mine ce ne sono anche altre, fabbricate in Cina, Russia, Stati Uniti, Italia. Noi a Quetta curavamo i disastri di tutte… in sala operatoria a rimettere insieme pezzi di umanità”.

Tornato in Italia dopo quasi un anno, sapendo quello che stava succedendo, non può più girarsi dall’altra parte: “Non avrei potuto fare niente per fermare quella follia, ma potevo curarne le vittime”. 

Con la Croce Rossa internazionale parte di nuovo: nel 1991 la destinazione è Kabul e per la prima volta Gino Strada si rende conto che in guerra nove vittime su dieci sono civili. Una follia, un incubo che non si può più chiamare neppure guerra. Ma non succede solo in Afghanistan.

Nel 1994 con la moglie Teresa Sarti e pochi amici, un “gruppo di matti”, fonda Emergency: ma da che parte si comincia? C’è sempre chi elenca, rischi, difficoltà, problemi…A me è sempre piaciuto pensare che l’approccio migliore sia diverso, in qualche modo opposto. Prima si decide di fare una cosa, poi si pensa al come e a tutto il resto. E’ la decisione, la scelta di mettersi in gioco che dà energia e stimoli, che obbliga ad affrontare i tanti problemi e a trovare soluzioni. Se invece non c’è stata ancora una decisione, se non si è detto quel “proviamoci”, sarà molto più facile arrendersi alle prime difficoltà, perdere fiducia al primo imprevisto”.

Dopo la partecipazione alla trasmissione di Maurizio Costanzo che era incuriosito dalla storia di quel “chirurgo girovago nei luoghi dell’orrore”, Gino Strada comincia a far conoscere il dramma delle mine antiuomo, prodotte anche dall’Italia, scuote l’opinione pubblica, vuole "suscitare una reazione di civiltà".

Tante persone capiscono e si arriva, il 29 ottobre 1997, all’approvazione della legge 374, “Norme per la messa al bando delle mine antiuomo”. “Alla fine sono sempre il coinvolgimento, le energie, la condivisione, il sostegno di tanti che rendono possibili progetti apparentemente impossibili”. Gino Strada non si è più fermato: Emergency ha lavorato in 20 Paesi, tra cui Afghanistan, Uganda, Iraq, Sierra Leone, Sudan, Eritrea e Italia, curato 12 milioni di persone senza alcuna discriminazione.

Non solo per “andare” ma soprattutto per "stare" nei paesi in guerra rispettando alcune condizioni: “curare bene le persone… ricordandosi che quella non è la tua guerra. Non puoi permetterti di schierarti devi essere indipendente sempre. Significa che devi tenere separati i tuoi obiettivi da quelli politici, militari, economici di chi hai intorno”. Curando tutti, anche “il nemico” perché “siamo medici… siamo esseri umani che si rifiutano di lasciar morire altri esseri umani”. Nella seconda parte del libro Gino Strada affronta i temi del diritto alla salute per tutti e il tema della guerra. Alcuni dati: in Afghanistan gli Stati Uniti hanno speso 2000 miliardi di dollari, l’Italia 8,7 miliardi di euro. In ventidue anni di lavoro nel Paese, Emergency ha raccolto da donatori privati, istituzioni e anche dal governo afghano 133 milioni di euro e ha aperto 3 ospedali, un centro maternità, 44 posti di primo soccorso e curato oltre 7 milioni di persone, formando personale sanitario e dando lavoro a 2500 afghani. Di fronte alla guerra, qui sì “ i tratta di scegliere da che parte stare”.

Saturo ormai di atrocità, Gino Strada capisce in Afghanistan “di non essere un pacifista, ma di essere semplicemente contro la guerra”, perché la guerra, come disse Erasmo da Rotterdam, piace solo a chi non la conosce: “è terrorismo legittimato, ingiustizia assoluta, violazione irrimediabile di ogni diritto”.

Quando nel febbraio 1932 si aprì a Ginevra la Conferenza generale sul disarmo, Einstein fece una dichiarazione lapidaria: “la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire” con un salto di qualità della coscienza collettiva che renda gli esseri umani in grado di vivere sul pianeta senza ammazzarsi a vicenda.

Grazie alle discussioni di alcuni intellettuali nel 1955 nacque il “Manifesto Russell-Einstein”: il 9 luglio i più grandi scienziati del mondo avevano indetto una conferenza stampa a Londra presieduta da Jozef Rotblat un fisico polacco arruolato nel Progetto Manhattan per costruire l’arma nucleare prima dei nazisti. Quando Rotblat comprese che l’unico motivo per fare la bomba atomica era usarla, uscì all’improvviso dal programma di Los Alamos per motivi di coscienza, grazie ad una scelta di responsabilità. Suo l’appello: “Ricordatevi la vostra umanità e dimenticate tutto il resto” e nonostante le divergenze politiche e ideologiche (Russell convinto anticomunista, Joliot-Curie un comunista dichiarato) questi scienziati discutevano a distanza per raggiungere l’obiettivo prioritario per l’umanità: un mondo senza armi nucleari.

Rinunciare alla guerra era la vera urgenza, un traguardo raggiungibile perché “la guerra non è una necessità, è soltanto una pessima abitudine”. Quel Manifesto, attualissimo ancora oggi, scuoteva la coscienza dell’umanità e poneva un interrogativo: “Questo è dunque il dilemma che vi sottoponiamo, crudo, spaventoso e ineludibile. Dobbiamo porre fine alla razza umana o deve l’umanità rinunciare alla guerra?”.

Anche per Gino Strada la guerra non funziona e “non può funzionare perché è antitetica alle ragioni che la sostengono: la guerra è la negazione di ogni diritto”.

La sua pratica è una situazione di fatto : per cambiare questa situazione dobbiamo imparare a pensare in modo diverso. Finché resterà una opzione disponibile per risolvere le controversie, la guerra continuerà ad essere la “prima” opzione. “Come medico, potrei paragonare la guerra al cancro. Che il cancro continui a tormentare e uccidere molti di noi non significa che gli sforzi della medicina siano inutili. Al contrario, è proprio la persistenza della malattia a spingerci a cercare con ancora più determinazione il modo di combatterla.”

Ciascuno ha il compito e la responsabilità morale di rifiutare “la” guerra come strumento di soluzione delle controversie: “pensare, disegnare, attuare le condizioni che facciano diminuire - fino a fare scomparire- il ricorso all’uso della forza e della violenza di massa è la scommessa più grande che ci attende”. In questo momento, in qualche parte del mondo un chirurgo sta impiegando conoscenze, lavoro e risorse per salvare una vita e lo fa “perché il riconoscimento del valore della vita - di una sola vita - è un connotato specifico del nostro tempo… cominciamo ad esercitare, se non la fratellanza, almeno la nostra intelligenza”.  

Dopo che metà dell’umanità aveva conosciuto le leggi razziali e i campi di sterminio, la guerra e la fame, finalmente la comunità internazionale, nel 1948 con il primo articolo della Dichiarazione universale dei diritti umani, stabiliva un principio straordinario, un legame indissolubile tra pace e diritti: “Il riconoscimento degli eguali diritti degli esseri umani… costituisce il fondamento della libertà della giustizia e della pace nel mondo”. Utopia? No, perché come diceva Gino Strada, “l’utopia è solo qualcosa che ancora non c’è”. Piuttosto: compito responsabile e intelligente per ciascuno. L’indifferenza sia bandita.

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