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Wuhan. Diari da una città chiusa

foto via scaffalecinese.it

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Fang Fang
Rizzoli, 2020

James Mann, ex corrispondente del Los Angeles Times da Pechino ed esperto di relazioni sino-americane, ha scritto recentemente sul Washington Post che in Wuhan, diario di una città chiusa (Rizzoli, 2020), l'autrice Fang Fang “parlava della Cina, ma potrebbe quasi sembrare che stesse scrivendo degli Stati Uniti”.

E in effetti, leggendo il corposo diario della scrittrice (400 pagine) è praticamente impossibile non provare empatia e rivivere l’alternanza di ottimismo, incertezza, allarmismo e insicurezza che ha caratterizzato i primi mesi di tutti i Paesi colpiti più duramente dal virus, Italia compresa. Situazioni diversissime eppure accomunate da errori di calcolo, omissioni colpose irresponsabilità di parte della classe dirigente.

A gennaio 2020 Fang Fang, nome d’arte della pluripremiata scrittrice 65enne Wang Fang, riceve una proposta di collaborazione. Il mittente è il direttore di Shuoho, la rivista letteraria più importante del Paese, che le offre una rubrica sull’evolversi della quarantena nella sua città, Wuhan. Fang Fang declina gentilmente la proposta ma si rende conto che di cose da dire ne ha. Molte.

Così inizia a registrare i suoi pensieri sul suo profilo Weibo (il social network più usato in Cina). Senza preoccuparsi di chi avrebbe potuto leggere, mette in fila pensieri semplici sulla disperazione delle persone e appunti su quello che vede intorno: un diario, per l’appunto. “Tutto ciò che potevo fare era scrivere, cosi ho continuato a farlo senza sosta; era diventata la mia valvola di sfogo”, scriverà sull’introduzione al volume per spiegare la natura dei suoi post. I suoi pensieri vengono condivisi da milioni di persone, ogni post viene arricchito da centinaia di commenti.

Nei suoi scritti Fang Fang non ha l’ansia di fornire un'analisi coerente e d'insieme delle vicende cinesi. Semplicemente riporta quello che prova e cerca di interpretare le informazioni che arrivano dai canali ufficiali. A volte i suoi post diventano scomodi e quindi censurati; alcuni di questi vengono ripescati solo grazie a un amico che l’aiuta a ripubblicarli. E la battaglia di Fang Fang contro i censori, cosi come contro i troll nazionalisti che la insultano e la minacciano, diventa essa stessa parte della narrazione.

In alcuni punti il Diario assume toni estremamente critici nei confronti del Partito Comunista Cinese. Fang Fang accusa i leader di Pechino, così come i dirigenti locali del partito che hanno omesso informazioni importanti sulla diffusione del virus. Del resto, come riporta l’autrice più volte, il rapporto della squadra di esperti giunti da Pechino a Wuhan è stato assolutamente fallace: “Non contagioso tra le persone. Controllabile e prevenibile”. Sono state necessarie settimane e un numero incredibile di morti prima che regime ordinasse la chiusura della città.

Scrive l’autrice desolata: Con chi possono prendersela i famigliari delle vittime? Chi possono incolpare? Ho guardato un’intervista fatta da un giornalista a uno scrittore cinese che parlava di «una clamorosa vittoria contro il virus». Sono rimasta senza parole. Dai un’occhiata a Wuhan! Dai un’occhiata al Paese! Milioni di persone stanno vivendo nel terrore, migliaia di pazienti sono ricoverati in ospedale, le loro vite appese a un filo, innumerevoli famiglie sono state distrutte. Dov’è questa «vittoria»? Dov’è la fine di tutto quanto? Quello scrittore è un mio collega, perciò non mi fa piacere attaccarlo in questo modo. Ma perché certe persone non riflettono prima di parlare? Io credo stiano soltanto cercando di dire qualcosa che possa far piacere alle autorità; di sicuro lui deve averci pensato”.

Ma gli attacchi di Fang Fang non sono “propaganda filo-occidentale”, come vogliono far intendere i suoi detrattori. Anzi, l'autrice ci tiene a precisare che “l’atteggiamento superficiale della Cina e l’arroganza dell’Occidente nel mostrare sfiducia verso la nostra capacità di combattere il virus hanno provocato innumerevoli vittime, hanno contribuito alla devastazione di tante famiglie e tutta l’umanità ne ha pagato le conseguenze”.

Il vero valore aggiunto del libro è quello di restituire la dimensione umana al dramma di Wuhan e alle sue conseguenze politiche ed economiche. Non c’è solo la super economia che si ferma, né solo il regime che tiene a comando un miliardo è mezzo di persone: ci sono gli individui, con le loro paure, le loro aspirazioni di vita, le loro incoerenze.

Il suo sguardo da internata a casa, diabetica e quindi fortemente a rischio, restituisce questo vortice di emozioni. Come quando guarda i video dei suoi concittadini di fronte a questa dura prova: “Oggi, il filmato che ho guardato con più difficoltà è stato quello di una ragazza che gridava e piangeva, mentre si trascinava dietro il carro funebre di sua madre. La sua mamma era morta e ora portavano via quel che restava. La ragazza non le potrà dare una degna sepoltura; probabilmente non saprà nemmeno che fine faranno le sue ceneri. Nella cultura cinese, il rito funebre è strettamente legato a ciò che siamo, forse è persino più importante del modo in cui viviamo, e questo rende tutto ancora più straziante”.

E questo ci aiuta a riportare il dibattito sulla dimensione concreta dell’umano. Un libro importante, quindi, proprio mentre l’esplosione del virus ha dato il via a un vortice di letteratura pseudo-scientifica dal dubbio valore. E a una serie di articoli comparsi sulla stampa internazionale che hanno relegato la narrazione della crisi pandemica solo al bollettino delle vittime o agli aspetti folkloristici dei mercati cinesi.

Al contrario Fang Fang ci restituisce un ritratto estremamente umano della vita in Cina. E anche il regime e i suoi rappresentanti diventano umani, fallaci. Se da un lato non si può non confidare nei tutori della legge (“Non possiamo far altro che fidarci dei nostri leader, dobbiamo credere in loro. Quale alternativa abbiamo? In chi altri possiamo credere? Su chi possiamo contare?”) dall’altro lato “ho saputo che adesso in tanti, all’improvviso, si sono resi conto di quanto sia insensato andare in giro ogni giorno a gridare inutili slogan sulla grandezza della nostra nazione” mentre “la gente ormai riconosce l’incapacità di quei politici che vanno in giro a fare discorsi edificanti ma che non agiscono mai concretamente”.

L’ironia del racconto è che, mentre le differenze geopolitiche tra il regime cinese e gli Stati Uniti crescono di giorno in giorno, le vite dei cinesi della classe media nel frattempo sembrano sempre meno esotiche e sempre più simili a quelli degli americani.

A questo punto viene da chiedersi: esiste una lezione comune che il virus lascia in eredità a tutti i cittadini della terra, che essi abitino nelle democrazie occidentali o nei quasi dieci milioni di chilometri quadrati controllati dal Partito comunista cinese? Fang Fang prova a rispondere a questo interrogativo.

“Un giornalista occidentale mi ha domandato: «Quale lezione dovrebbe imparare la Cina da questa epidemia?». Ho risposto: «Il virus non si è diffuso soltanto in Cina; ha colpito tutto il mondo. Il nuovo coronavirus non ha dato una lezione alla Cina, l’ha data a tutto il mondo; ha educato l’umanità». La lezione è: il genere umano non può più permettersi di essere arrogante; non possiamo più credere di essere il centro del mondo, non possiamo pensare di essere invincibili e non possiamo più sottovalutare la potenza distruttiva delle cose più infime – come lo è un virus”.

Joshua Evangelista

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