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Il pioniere

Tatjana Đorđević Simić
Besa muci, 2021

Pubblichiamo di seguito l'introduzione del presidente di Gariwo Gabriele Nissim, al nuovo libro, presentato ieri alla nona edizione di Passaggi Festival, della giornalista Tatjana Đorđević Simić Il pioniere (Besa muci, 2021). Il libro racconta attraverso il personaggio di Bosko aneddoti che hanno riguardato da vicino la scrittrice e le persone a lei care. Il ragazzino, nato dopo la morte di Tito, vive in modo incosciente e fanciullesco ciò che lo circonda, fino a quando, iniziati i bombardamenti, arriverà a scontrarsi con la durezza della vita e tutto cambierà...

Il riscatto possibile dell’individuo

Tatjana Đorđević, una scrittrice serba con alle spalle una grande esperienza di vita, ci trasmette dall’interno del suo romanzo un importante messaggio filosofico.

Se tutto non va nel verso giusto nel proprio Paese, se vincono i nazionalisti, se si infrange l’appartenenza di nazionalità e culture diverse all’interno di uno stesso territorio, se si crea una divisione tra gli uni e gli altri come se si trattasse di nemici, se si creano sospetti tra chi pratica religioni diverse e cristiani, musulmani ed ebrei si considerano di un mondo a parte in una lotta perenne, se le opinioni pubbliche continuano a considerare eroi i responsabili di crimini di massa nei confronti delle altre nazionalità, cosa può fare l’individuo con una coscienza che non accetta questa involuzione?

Come si può tornare a vivere e ritrovare la speranza? Cosa deve fare chi credeva che il dialogo con l’altro rappresentasse una ricchezza che si alimentava dall’incontro di culture e tradizioni diverse, e poi improvvisamente si sente costretto a identificarsi in una parte sola e così viene rinchiuso all’interno di una gabbia?

E come reagire quando non ci si vuole fare omologare e si viene considerati dei potenziali traditori, persino se si esprime il tifo per una squadra di calcio etichettata come espressione di una minoranza avversa?

Una possibile terapia forse c’è. Non farsi condizionare, nella propria vita quotidiana, da avvenimenti soverchianti che non si riescono a ribaltare, ma concentrarsi sul proprio spazio di sovranità. Il mondo del dialogo e dell’amicizia messo in crisi potrebbe trovare nuove possibilità insperate nei comportamenti individuali.

È questa una delle possibilità che ci propone il Pioniere di Tatjana Đorđević.

I filosofi stoici, come ricorda Pierre Hadot, un grande studioso della filosofia antica, avevano elaborato due concetti fondamentali.

“Sii indifferente alle cose indifferenti, ma preserva la tua vita morale…” e “ Ricordati che non puoi cambiare il passato, il futuro è sempre incerto, ma puoi agire nel tempo presente.”

Cosa significa essere “indifferenti”? Ci sono situazioni che anche se non amiamo sono indipendenti dalla nostra volontà e siamo costretti ad accettarle. Persino all’inizio non ne comprendiamo la dinamica, quando si manifestano i primi segni del male. Ma c’è sempre un ambito ristretto dove comunque possiamo essere sovrani. Abbiamo tutti infatti un potere personale su noi stessi che non ci può essere tolto da nessuno. È il carattere morale che può segnare il nostro destino.

Riprende questo concetto Tatjana Đorđević quando scrive che “la fortuna è questione di carattere, e di ambizione. Non credo che le stelle rendano le persone felici.”

Possiamo essere felici (e dunque preservare l’umanità messa in discussione) con i nostri comportamenti individuali.

È questa la grande libertà del singolo che, se non può modificare il mondo, né cambiare il passato o prevedere il futuro, può sempre e comunque difendere la propria dignità e il prossimo vicino nello spazio in cui è sovrano e nel tempo presente.

Tutto questo può sembrare una piccola cosa, un dettaglio inutile che ci fa sorridere ma, come scriveva Marco Aurelio nei Ricordi, immaginare di cambiare il mondo sognando il paradiso in terra che lui chiamava "la Repubblica di Platone” rende tristi, perché si cerca qualche cosa che è impossibile da raggiungere. Invece fare un piccolo passo è soltanto apparentemente una cosa minuscola perché apre nuove prospettive.

La Repubblica di Platone (chiamiamo così il comunismo di Tito) ha fallito clamorosamente nell’ex Jugoslavia, non soltanto perché non ha trovato gli antidoti per tenere assieme tutte le minoranze, ma perché si sono manifestati i peggiori nazionalismi che in nome della difesa della loro parte hanno persino giustificato le peggiori atrocità di massa.

E invece, come sosteneva Marco Aurelio, fare un gesto minuscolo si può trasformare con il tempo in una cosa più importante, anche dove tutto è stato distrutto.

Da qui potrebbe nascere il miracolo di un nuovo inizio di cui gli uomini possono essere sempre artefici in qualsiasi circostanza, indipendentemente dal punto di partenza. Niente è mai determinato.

Cosa possono fare allora coloro che hanno vissuto sulla loro pelle la sconfitta di un Paese disgregato?

Gli uomini di buona volontà sono chiamati a superare nella loro mente l’immagine del nemico a cui sono stati costretti dalla guerra.

È questo il primo passo individuale che permette di ricostruire quello che si è perduto e che può generare nelle nuove condizioni la possibilità di un riscatto.

Lo si può fare in modi diversi. In primo luogo non cadendo nel vittimismo e giustificando quello che è successo. Troppo facile è sostenere, come del resto accade nel conflitto in Medio Oriente, che la colpa sia stata soltanto quella degli altri. I serbi, i croati e persino una parte dei bosniaci sono precipitati in un nazionalismo che ha corrotto le anime, anche se ci sono stati i più responsabili che ì sono stati giudicati dal tribunale dell’Aia.

A tutti dunque è richiesto un percorso collettivo ed individuale di purificazione morale.

Lo si può fare non rimuovendo quel passato, non lasciando il terreno libero ai demagoghi nazionalisti che hanno costruito una narrazione basata sull’ignoranza; si tratta invece di coltivare una nuova capacità di giudicare non ancorata ad una parte sola e di abituarsi ad uno sguardo dall’alto alla ricerca di una verità obiettiva che tenga conto delle esperienze altrui.

È il tipo di giudizio che Hannah Arendt chiamava “mentalità allargata” e che ci permette di mettersi al posto degli altri quando vogliamo esprimere un opinione e ricercare una verità obiettiva.

“Esiste un solo bene, la coscienza, ed un solo male, l’ignoranza. Questa verità di un grande filosofo”, osserva la Đorđević, “vola nel tempo e si applica in qualsiasi epoca. L’ignoranza è anche questione di carattere, quando non si è disposti ad imparare.”

Comprendere significa non cercare la soluzione nel proprio ego, nel proprio gruppo, per gridarla agli altri, ma scavare in profondità nella propria coscienza con il gusto di formulare un pensiero indipendente e obbiettivo. Ma per poterlo fare ci vogliono volontà e determinazione, che è alla base del carattere. Un termine che piace molto all’autrice, perché non esiste un pensiero libero che non si formi attraverso una forma di rischio e di coinvolgimento personale.

Si può costruire un nuovo inizio attraverso l’amore, come è il caso di un matrimonio di un serbo e di una albanese che contro gli ostacoli delle loro famiglie decidono di stare insieme; lo si può fare con l’amicizia tra un musulmano ed un ebreo o tra un serbo o un bosniaco, non ascoltando coloro che seminano la cultura del sospetto e costruiscono muri; lo si può fare anche assistendo ad una partita di calcio dove un serbo manifesti il suo tifo per la nazionale croata, dopo l’eliminazione della propria squadra; lo si può fare non accettando l’idea che improvvisamente la propria lingua sia qualche cosa di diverso da quella serbo-croata che una volta era la lingua nazionale.

È da questi semplici comportamenti individuali che sfuggono allo spazio della politica che si può riscattare il passato e ricostruire un futuro. Con la fantasia e l’immaginazione si possono trovare mille modi per ricominciare.

Non si tornerà più alla Jugoslavia di Tito, che pure in un sistema comunista repressivo aveva tenuto a freno i nazionalismi, ma si possono porre le basi per immaginare un futuro diverso tutto da scoprire.

Nel suo racconto Tatjana Đorđević ci invita a riflettere sulla difficoltà di comprendere il male quando appare nella sua genesi. Lo fa con grande stile quando ci racconta i bombardamenti su Belgrado. Nessuno ha la consapevolezza di quello che sta accadendo e perché sta accadendo. I ragazzi quasi scherzano all’arrivo delle bombe. Non c’è nessuna percezione di quello che è accaduto nel Kosovo. La gente si sente vittima, ma non capisce il perché. Il vittimismo alimentato dal Potere impedisce di pensare. Da queste pagine intense si comprendono i meccanismi del nazionalismo. Tutti si sentono uniti ed innocenti perché conta soltanto il destino del proprio gruppo e si soffoca ogni compassione verso l’altro.

Ma nello stesso tempo l’autrice quando ci parla di Sarajevo ci racconta storie dove la sofferenza e la resistenza non hanno creato automaticamente una propensione all’empatia per chi soffre in altri contesti. Il nazionalismo si presenta in sempre nuove forme ed ogni volta bisogna avere la forza di riconoscerlo e di prenderne le distanze. Non si giustifica nemmeno chi ha sofferto prima e ora prende strade sbagliate. Chi è stato vittima o è tutt’ora vittima non ha per questo la patente di innocenza assicurata. È un meccanismo che continua a ripetersi in tante parti del mondo, dall’Armenia, a Israele, a Gaza. La sofferenza subita non esime dalle responsabilità. Persino Primo Levi nei Sommersi e salvati si interrogava sui suoi rapporti con gli altri prigionieri nella terribile lotta per la sopravvivenza all’interno del male estremo di Auschwitz.

Tatjana Đorđević con molto garbo ci invita a ragionare su quei comportamenti, frutto di stereotipi verso i migranti e genti di culture e religioni diverse, che possono innestare processi degenerativi anche nella nostra società. Poiché ha visto il peggio ci invita a ragionare. Quello che è successo in Jugoslavia, sia pure in forme diverse, si può sempre ripetere.

Come scriveva a Praga Jan Patočka, il filosofo creatore del primo manifesto di Charta 77, non si può vivere il giorno senza ricordare le tenebre. Così la storia della ex Jugoslavia deve diventare una lezione per l’Europa, perché non è un mondo a parte.

Ecco perché Tatjana Đorđević si stupisce della nostra ignoranza, come se quanto è successo fosse semplicemente una resa dei conti tra gli slavi, quando invece potrebbe diventare la notte di tutti.

Mi era capitato nella vita di conoscere due personaggi coraggiosi dell’ex Jugoslavia che hanno lasciato un segno e che ci fanno immaginare un futuro diverso.

Avevo incontrato a lungo a Sarajevo il generale Jovan Divjack, che si sentiva orgoglioso di avere fatto parte della guardia scelta di Tito a Belgrado e di considerare la Serbia come il suo Paese di appartenenza. Mai si sarebbe sognato di tradirla, mi aveva raccontato. Eppure quando si trovò in Bosnia a capo dell’esercito decise di mettersi dalla parte degli assediati e pensò che la giustizia fosse più importante che seguire gli ordini che venivano dalla capitale.

Non si sentiva affatto un traditore e pensò che fosse un dovere come serbo difendere Sarajevo. Così avrebbe preservato la moralità del suo Paese.

Anche Svetlana Broz si è comportata in questo modo. Non solo lasciò Belgrado e si mise a curare le vittime della guerra a Sarajevo, ma volle raccogliere prima in un libro e poi con l’attività della sua fondazione le storie di tutti coloro che in quella guerra tragica sono andati in soccorso dell’altro, indipendentemente dalla loro appartenenza etnica. Li chiamo gli “uomini buoni al tempo del male”.
Mi reputo fortunato per avere incontrato queste persone magnifiche capaci nei tempi difficili di ricostruire la speranza.

Anche Tatjana Đorđević ha cominciato un percorso originale attraverso questo libro: quello della possibile ricostruzione della vita morale attraverso la vita quotidiana.

Forse qualcuno penserà che Tatjana non ami più il suo Paese, la Serbia. Invece ha scritto il Pioniere proprio perché ama molto il suo Paese.

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