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Sarajevo mon amour

Jovan Divjak
Infinito Edizioni, Roma, 2007

La lunga intervista della giornalista francese Florence La Bruyère a Jovan Divjak, attraverso le sei parti in cui si articola, riesce a restituirci i tratti salienti di una storia personale e, allo stesso tempo, a ricostruire la parabola di una storia collettiva.
L’ex generale Divjak, che si è adoperato con tutte le proprie forze nella difesa di Sarajevo durante il suo lungo assedio da parte dell’esercito serbo, ha avuto un ruolo determinante nell’esito della guerra della ex Jugoslavia. Produce un effetto di grande coinvolgimento il riguardare quegli eventi con gli occhi di uno dei maggiori protagonisti...

La prima parte dell’intervista è dedicata a uno schizzo biografico di Divjak, alle sue origini famigliari, ai suoi studi all’accademia militare di Belgrado e al suo rapporto col maresciallo Tito, della cui guardia personale diventa ufficiale e verso il quale manifesta devozione.
La seconda, terza e quarta parte sono dedicate alla guerra e alle questioni connesse. Nella minuziosa ricostruzione dei fatti (e dei retroscena) che, a partire dalla guerra fra la Slovenia, la Croazia e la Serbia, portarono al lunghissimo assedio di Sarajevo, sembra di addentrarsi in quella che con un ossimoro si può definire la geometria del caos. È di questo caos che Divjak, in qualche modo, ci fornisce la chiave di lettura. Una volta saltato il delicato equilibrio su cui si reggeva la Jugoslavia di Tito, non potevano non venir fuori dal vaso di Pandora dei nazionalismi, in una sorta di reazione a catena incontenibile, mostruosità di ogni genere e da ogni parte. Divjak è protagonista e testimone attento e imparziale. Non si limita a evocare i misfatti della parte avversa, riconosce anche quelli compiuti dalla propria.
L’8 aprile 1992, due giorni dopo che l’esercito serbo ha ucciso alcuni manifestanti che invocavano la pace a Sarajevo, decide di accettare, lui colonnello serbo della JNA, insieme a un colonnello di origine croata e a un generale bosgnacco (questo è il termine coniato per definire i musulmani della Bosnia), l’alto comando dell’esercito della Bosnia Erzegovina che ha appena ottenuto il riconoscimento internazionale dell’indipendenza. È una decisione che, come lo stesso Divjak dice nel suo diario, manifesta la sua volontà di battersi per una Bosnia multiculturale e democratica. Molti suoi compagni d’armi serbi che militano nella JNA non ne seguono l’esempio e cedono ai richiami dei superiori che li vogliono a Belgrado. L’assedio di Sarajevo è già cominciato da due giorni, anche se pochi se ne sono accorti. La difesa della città è per Divjak una scelta naturale, non solo perché là egli ha trascorso la maggior parte della sua vita, ma soprattutto perché Sarajevo è per lui il modello di convivenza multiculturale in cui ha sempre creduto.
Nella quinta parte, Divjak, su sollecitazione del’intervistatrice, esprime il suo giudizio sui protagonisti della guerra: da Miloševic a Tucman, da Karadžic a Mladic a Itzebegovic. Egli vede un vizio di fondo che sta alla base delle decisioni di tutti i capi politici e militari della repubblica serba: la loro concezione vittimistica e distorta della storia del popolo serbo.
Personaggi come Karadžic e Mladic, secondo Divjak, con la loro visione mitica, succube di una tradizione orale percorsa dal vittimismo nazionalistico, sono sostanzialmente nemici della civiltà urbana di cui Sarajevo è espressione.
Il giudizio severo che pronuncia verso coloro che una volta erano i suoi capi, non gli impedisce di essere altrettanto severo verso le alte sfere bosniache, soprattutto verso le indecisioni e gli errori di Itzebegovic.
L’ultima parte ci informa su quanto Divjak sta facendo oggi nella sua Sarajevo, dopo essersi dimesso dall’esercito, non solo, dopo aver restituito gradi e onorificenze per il suo dissenso dal potere politico. Nell’associazione da lui fondata, che si occupa di aiutare gli orfani di guerra dando loro protezione e soprattutto formazione, Divjak ha trovato l’effettivo compimento della sua vocazione. Lo aveva detto all’inizio dell’intervista: a lui la carriera militare non interessava, sono state le vicende della vita che in qualche modo ve lo hanno spinto. Era molto più attratto dallo studio della psicologia. In qualche modo è tornato ai suoi originari interessi.

Salvatore Pennisi

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