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Forse Esther

Katja Petrowskaja, traduzione di Ada Vigliani
Adelphi, 2014

Il passato ingoia tutti i suoni del presente

Un paradossale dialogo si svolge tra Katja, giornalista di origine ucraina, da molti anni residente a Berlino, ostinata nel ricercare tracce della sua famiglia ebraica in parte cancellata dal nazismo e dallo stalinismo, e suo padre, Miron, rimasto a Kiev: “Credo si chiamasse Esther. Si, forse Esther. Avevo due nonne, e una delle due si chiamava Esther, proprio così”. “Come, forse? Esclamai scandalizzata, non sai come si chiamava tua nonna?”. “Non l’ho mai chiamata per nome, replicò mio padre, dicevo babuška, e i miei genitori dicevano mamma”.

Il padre dirà poi alla figlia, quasi a giustificarsi: “Avrei sempre voluto occuparmi di storia, ma non avrei mai voluto che la storia si occupasse di me”.

Katja Petrowskaja si definisce “discendente di quel popolo ebraico cui mi lega ormai solo la ricerca delle pietre tombali mancanti” e ci dà conto delle sue ostinate ricerche famigliari in un libro bellissimo, commovente, a volte persino ironico, pieno di storie inimmaginabili, scritto con grande maturità, in tedesco (tanto da meritarsi, nel 2013, il prestigioso Premio Ingeborg Bachmann), e scandito in piccoli capitoli, spesso punteggiati da malinconiche foto in bianco e nero, che sembrano perfette tessere di un mosaico di racconti (un capolavoro è, ad esempio, Scritte perdute, pp. 117-120, sulle pietre tombali della cittadina polacca di Kalisz).

Katja scopre a fatica di avere alle spalle una ramificata saga famigliare a suo modo tragicomica, dove si intrecciano: morti più o meno inconsapevoli; persecuzioni; fughe; rimozioni; inganni; ideali falliti; folli attentati; arditi programmi pedagogici per il recupero dei sordomuti; una pianta di ficus; bellezze rapinose e tanto oblio…

Nelle sue ricerche addietro nel tempo, in una Polonia e un’Ucraina, appena uscite dalla cappa del comunismo e soggette a una rapida e caotica mutazione, cercando di non pensare più a quel che è accaduto, Katja deve fare i conti con una storia difficile e sfuggente come una saponetta bagnata: “Il passato sabotava le mie aspettative, mi sfuggiva di mano e, uno dopo l’altro, compiva passi falsi (…). Avevo la conferma del mio timore, quello di non avere alcun potere sul passato: il passato vive come vuole , riesce solo a non morire”.

La bella e antica Kiev, città natale di Katja, dicono sia stata “il luogo della più grande strage della Shoah, perpetrata in soli due giorni”. Ne è memoria Babij Jar, ed è lì che la storia della famiglia di Kaja converge e trova un suo flebile filo, perché lì la bisnonna Esther è stata ammazzata.

Il 19 settembre 1941 i tedeschi entrarono a Kiev. Il giorno seguente affissero sui muri dei manifesti in ucraino con scritto esplicitamente: “Ebrei, comunisti, commissari e partigiani saranno eliminati”. Per ogni partigiano o comunista denunciato veniva promessa una taglia di 200 rubli. Il 29 settembre, che era il giorno dell’Espiazione (Yom Kippur), fu ordinato agli ebrei di radunarsi per essere trasferiti fuori città. Quelli che obbedirono furono portati in periferia, in un territorio desolato di colline brulle e gole in ripida pendenza: Babij Jar (o Babi Yar). A ondate, 33.771 uomini, donne e bambini vennero fatti spogliare e allineare sul ciglio della gola. Furono quindi fucilati e gettati giù. Di tanto in tanto, dei soldati si calavano sulla montagna di cadaveri per verificare con le baionette che non ci fossero rimasti dei vivi. Nel settembre del 1943, in previsione della loro ritirata da Kiev, i tedeschi cercarono di cancellare le tracce del massacro, dissotterrando i morti e facendoli bruciare da un gruppo di prigionieri. Fino al 1990 in quel luogo ci fu solo un brutto monumento che faceva pensare che là fossero stati ammazzati dei russi. Su questo buco nero della memoria scrisse un celebre poema il poeta russo di Evgenij A. Evtušenko (i cui versi aprono e danno il titolo alla Tredicesima Sinfonia di Dmitrij D. Šostakovič, del 1962).

Katja Petrowskaja sostiene giustamente che “ogni essere umano ha qualcosa in questo luogo”.

Francesco M. Cataluccio, saggista e scrittore

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