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Gli italiani che hanno fatto la Francia. Da Leonardo a Pierre Cardin.

Alberto Toscano
Baldini e Castoldi, 2020

Abbiamo il piacere di proporre in anteprima alcuni passaggi tratti dal capitolo « Salvate gli ebrei!» del nuovo libro di Alberto Toscano «Gli italiani che hanno fatto la Francia. Da Leonardo a Pierre Cardin», edito da Baldini e Castoldi e disponibile dal 21 maggio 2020.

È possibile fare del bene pur essendo dalla parte sbagliata. I soldati italiani, arrivati nel 1942 da occupanti della Francia sud-orientale, lasciano un buon ricordo tra gli ebrei francesi e stranieri. A Roma c’è nel 1942 un regime razzista; ma a Nizza e a Grenoble ci sono militari italiani decisi a proteggere dalla persecuzione razziale ebrei che i tedeschi vogliono deportare. I viaggi della morte hanno come snodo fondamentale la stazione di Drancy, nella banlieue parigina. Oggi, Drancy è una fermata come un’altra sulla linea ferroviaria tra la capitale e l’aeroporto Charles de Gaulle. La gente passa e ignora (o finge di ignorare) che su questi binari ha viaggiato un passato terribile e anche imbarazzante. Nel luglio 1942 la polizia francese mette in atto a Parigi la più ampia retata di ebrei della storia nazionale. Partono da Drancy. Pochissimi torneranno. Sul suolo europeo della Francia, gli ebrei sono, all’inizio della guerra, circa 300.000; per oltre un terzo stranieri. Alla Liberazione, 75.000 di loro avranno perso la vita nei campi di sterminio.
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L’occupazione di buona parte della Francia sudorientale (da Grenoble a Nizza, da Tolone alla Savoia) da parte delle forze armate italiane dura dall’11 novembre 1942 all’8 settembre 1943. Un periodo di dieci mesi in cui la «zona italiana» della Francia diventa un rifugio per decine di migliaia di ebrei (compresa Simone Veil, allora a Nizza, che dopo la cacciata degli italiani a opera dei tedeschi, nel settembre 1943, sarà catturata e deportata all’età di 16 anni). A Grenoble, al Museo della Resistenza e della Deportazione, è conservata la lettera scritta il 14 marzo 1943 dal generale Maurizio Lazzaro de Castiglioni (Milano, 1888 – Roma, 1962), comandante degli Alpini della V divisione Pusteria, al prefetto del dipartimento dell’Isère, di cui questa città è appunto il capoluogo. Castiglioni utilizza il suo potere di capo delle truppe d’occupazione per impedire al prefetto francese Raoul Didkowski di perseguitare gli ebrei e di consegnarli ai tedeschi. Il testo della sua missiva, scritto in originale in lingua italiana, merita di essere riportato integralmente. Eccone la prima parte: 

«Sig. Prefetto, Vi comunico che in esecuzione a quanto già notificato dalle autorità centrali Italiane al governo di Vichy, gli arresti di ebrei di qualsiasi nazionalità, anche francesi, sono riservati nel territorio sotto controllo italiano alle autorità militari Italiane. Vi prego pertanto di provvedere alla revoca degli arresti e degli internamenti già effettuati».
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Il comportamento del generale Castiglioni si inquadra nelle scelte del comando della IV Armata italiana, incaricata dell’occupazione militare di questa parte della Francia. Una situazione analoga a quella di Grenoble si verifica in Savoia, in Costa Azzurra e altrove. La voce si diffonde in fretta ed ecco decine di migliaia di ebrei avviarsi verso la zona d’occupazione italiana nei mesi a cavallo tra il 1942 e il 1943. La dimensione di questa diaspora e la gratitudine degli ebrei che si sono salvati costituiscono la migliore dimostrazione del carattere del tutto particolare dell’occupazione italiana della Francia sud-orientale.
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Tra le famiglie ebree francesi che si rifugiano nella zona d’occupazione italiana c’è quella di Robert Badinter, che diventerà in seguito un personaggio di primissimo piano della vita politica nazionale. Nato a Parigi nel 1928, Badinter è un avvocato di grande prestigio, schierato negli anni Settanta per l’abolizione della pena capitale. In occasione delle elezioni presidenziali del 1981, Badinter sostiene il leader socialista François Mitterrand, che, entrato all’Eliseo, lo nomina ministro della Giustizia. In tale veste, prepara e fa approvare una delle più importanti leggi del dopoguerra, che entra in vigore nel 1981 e che prevede appunto l’abolizione della pena di morte in Francia. Badinter resta ministro della Giustizia fino al 1986, divenendo in seguito presidente del Conseil constitutionnel, la Corte costituzionale francese, nel periodo 1986-1995, e senatore dal 1995 al 2011. I suoi genitori, ebrei originari dell’attuale Moldavia, vengono naturalizzati francesi nel 1928. Suo padre, Simon Badinter, è catturato a Lione nel febbraio 1943 dalla Gestapo e muore durante la deportazione. Lui stesso sfugge per un soffio alla cattura. Con la madre e il fratello si dirige allora verso la «zona italiana». I tre si stabiliscono a Cognin, piccolo comune ai margini di Chambéry, in Savoia. Riescono a inserirsi nella vita locale durante il periodo dell’occupazione italiana, che si rivela per loro la via della salvezza. Robert Badinter esprime la sua riconoscenza agli Alpini, giunti allora in Savoia da occupanti e comportatisi da amici. Mi riceve a casa sua a Parigi e mi dice: «Conoscevo i tedeschi. Avevo 12 anni all’inizio dell’occupazione, nel 1940, e 16 nel 1944, alla Liberazione. L’adolescenza è un periodo di vita in cui le impressioni sono molto vive, soprattutto in queste condizioni. Lo dico francamente: durante tutto il periodo dell’occupazione italiana, “occupazione” non era che una parola. C’erano in realtà forze militari (più o meno convinte del loro ruolo) che vivevano abbastanza facilmente tra la popolazione locale. Non c’era assolutamente quel senso di paura che sarebbe stato in seguito provocato dai tedeschi e dalla polizia di Vichy. La milizia di Vichy faceva davvero paura; non l’esercito italiano. A Chambéry, al tempo dell’occupazione italiana, ci si addormentava la sera con la sensazione indiscutibile che nessuno sarebbe venuto ad arrestarci durante la notte».

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