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Ho scelto la vita. La mia ultima testimonianza pubblica sulla Shoah

Liliana Segre
Solferino Editore, 2021

Il 9 ottobre 2020 Liliana Segre ha tenuto la sua ultima testimonianza ai giovani, presso l’associazione Rondine dove ragazzi provenienti da Paesi in conflitto studiano e convivono pacificamente.

Ciò che colpisce nel suo discorso, al di là degli eventi raccontati molte volte in tanti suoi libri, è il modo in cui Liliana prende per mano se stessa e, con lei, i giovani di oggi: “Nel mio racconto ci sono la pena, l’amore, la pietà, il ricordo struggente di quella che ero io ragazzina e della quale oggi sono diventata la nonna. Una nonna incredula, a volte incapace di stare vicino profondamente, da tanti anni ormai senza lacrime, a quella ragazzina”. In un’intervista di Alessia Rastelli sul Corriere della sera del 30 agosto 2020 la Segre dice: “Sono anziana ma non sono mai uscita davvero dalla me stessa di allora. E ogni anno che passa mi chiedo: «Ma come ho fatto, ma come ho fatto, ma come ho fatto?»... ma non ho la risposta”. 

Come in un gioco di specchi interiore, ci confida questo intreccio di ruoli che solo la Memoria può conservare e, con tanta sofferenza, far rivivere. Nel cuore dell’uomo, come hanno intuito filosofi famosi, il tempo rimane interamente dispiegato nelle sue dimensioni di presente, passato e futuro e anzi, nell’incessante trama di interpretazioni esistenziali che caratterizzano le fasi della vita, il presente getta nuova luce sul passato, apre o chiude spiragli di futuro. Sono molto toccanti alcuni passaggi del discorso di Segre, magari già noti ma qui ripresi con una lucidità e un timbro emotivo particolarmente definiti. Come quando ricorda i giorni a San Vittore con il suo adorato papà: figlia e padre si sono amati tantissimo ma il dolore più grande che si sono dati reciprocamente, lei per averlo perso e lui per aver lasciato la sua mano sulla rampa di Birkenau Auschwitz, resta per la figlia il nodo irrisolto della vita. “Che cosa poteva provare mio padre? Lui aveva quarantaquattro anni. E io diventavo vecchia, vecchissima. Quando tornava dagli interrogatori terribili a cui lo sottoponevano, non era più mio papà, era mio figlio, e io la sua mamma. Cercavo di abbracciarlo, di dirgli che qualunque cosa fosse successa ero felice perché eravamo insieme”.

La piccola Liliana protettiva che diventa la madre di suo padre o una nonna carica del peso della vita, si rivolge ai giovani che l’ascoltano: “Furono giorni importanti della mia vita, nei quali fui io a consolare mio padre. Mi rivolgo ai ragazzi: non pensate che i vostri genitori siano sempre fortissimi, non pensate che a loro si possa chiedere tutto. A volte siete voi più forti dei vostri genitori, non siate avari di un abbraccio in più, o nel dire: «io sono qui, posso fare qualcosa per te?». Io l’ho provato, l’ho provato per tutta l’infanzia e l’adolescenza il desiderio di proteggere il mio papà, rimasto vedovo a trentuno anni con una bambina piccola, perché sapevo che era fragile, sensibile, e che io ero importantissima per lui...”.

Nel suo emozionante racconto autobiografico Lilliana Segre insegna cos’è la Memoria: percorrere, dentro di sé, la linea del tempo portando nel cuore gli affetti e le persone più importanti della vita con le quali è possibile, in nome di un amore profondo, vivere relazioni al di sopra dei ruoli, empaticamente capaci di comprendere la realtà da prospettive diverse e complementari. Farsi carico anche del loro dolore. Solo la Liliana di oggi ha la consapevolezza, troppo densa, di quei momenti già vissuti: quando divisero gli uomini dalle donne "Io cercavo di fare dei sorrisi a mio papà. Quel momento era strano: nessuno poteva credere che sarebbe stato quel momento, nessuno lo voleva credere, ma era quel momento”. La vediamo la piccola Liliana, sola, che ha paura di tutto, così tanta paura che non vuole avere amici perché anche loro potrebbero morire. Vive una paura costante e profonda che “porta pian piano a trasformarsi in quello che gli aguzzini vogliono: che tu non sia più una persona, che diventi disumana, egoista, che tu faccia sì che quell’unica coperta per cinque o sei prigionieri arrivi in qualche modo anche a te. Non puoi essere così generosa da dire: «abbiamo tutti freddo, forse tu hai più freddo di me, ti do il mio pezzo». Io non l’ho fatto, nessuno l’ha fatto con me".

Nella Memoria Liliana può guardare se stessa con una sincerità disarmante e senza filtri e quasi vorremmo non lo facesse. Ricorda la periodica selezione del dottor Mengele: la sua compagna Janine è mandata al gas e lei scopre fino a che punto il puro istinto di sopravvivenza l’ha ridotta. “Non mi voltai a dirle: «Janine ti voglio bene. Janine, fatti coraggio... Janine». Anche solo il nome sarebbe bastato. Io non mi voltai. Non accettavo più distacchi. Così ero diventata...”. Ma è necessario mettere Janine al centro della sua testimonianza: “Perché il suo andare al gas e non diventare vecchia, non diventare madre, non diventare nonna, non diventare quella donna che sarebbe stata, è legato al mio non essere, al mio aver perso ogni dignità, ogni senso di quella persona che io speravo di diventare. Ero sola in quel momento, la prigioniera che si era salvata, e non mi importava di niente altro”. Anche noi, nell’ascoltarla, capiamo perché la Segre, dopo aver letto Se questo è un uomo di Primo Levi, dica che “lo stupore per il male altrui” l’abbia avvertito per tutto il tempo del lager. Solo dopo quarantacinque anni, Liliana Segre ha capito di essere pronta a testimoniare, dando voce a quanto aveva vissuto. La Memoria è materiale incandescente, un fiume carsico di vita, una storia che narra incessantemente di noi e degli altri. Niente di più lontano dalle doverose celebrazioni di facciata!.

Quest’ultimo discorso a Rondine è anche una sorta di patto intergenerazionale, oggi così poco praticato. Questa “nonna”, come spesso ama definirsi, ha incontrato i giovani per trent’anni nelle scuole perché li stima e li apprezza e desidera ricordare loro da che parte sta la vita, con le sue sfide, dolori e la sua dirompente forza. “Io lo dico ai giovani: non date la colpa a qualcun altro dei vostri insuccessi o della vostra debolezza. Siamo fortissimi, siamo fortissimi! Lo sperimentai proprio in quel tempo della mia vita, in cui ero anch’io un’adolescente... Ma lo ripeto, io l’ho visto quanto si possa essere forti: camminare, una gamba davanti all’altra, con i piedi piagati... Questo è centrale, l’ho raccontato ogni volta ai ragazzi e ancora oggi dico: scegliete sempre la vita. Io ho scelto la vita, anche se sono sopravvissuta per caso. Erano pochissime quelle che si suicidarono, per quanto fosse facilissimo, bastava attaccarsi ai fili spinati elettrificati... Tutte sceglievamo la vita, la vita, la vita!”.

Liliana Segre non ha mai fatto risuonare nei suoi incontri le parole orribili e di odio che i nazisti rivolgevano alle ragazze ebree ma ha spesso ricordato, per amore della vita, le frasi che giovani francesi rivolgevano alle prigioniere in fuga: “Fu un nettare sentirci dire "poverine”... oppure: “Non morite, non morite proprio adesso. La guerra sta per finire, i tedeschi la stanno perdendo. Arrivano gli americani da ovest, i russi da est”. Le parole come nidi, coperte, rifugi dove poter ritrovare la nostra umanità riconosciuta: ragazzi, quante volte possiamo farlo, con chi è vicino o sui social!

Infine la scelta di vita per eccellenza: la piccola Liliana, di fronte al comandante del campo che butta a terra la pistola fa l’unico atto che può liberarla dal campo: “E io che non ero quella che sono oggi, che mi ero nutrita di odio e di vendetta, che lasciando la mano sacra di mio padre, giorno dopo giorno ero diventata un’altra, un essere insensibile, quello che loro volevano io diventassi, pensai: «Adesso raccolgo la pistola e gli sparo»... Fu un attimo, un attimo importantissimo, decisivo della mia vita. Capii che mai, per nessuno motivo al mondo, avrei potuto uccidere qualcuno. Capii che io non ero come il mio assassino. Non ho raccolto quella pistola e da quel momento... sono diventata quella donna libera e quella donna di pace che sono anche adesso.”

Su quel tavolo dell’incontro di Rondine Liliana Segre ha lasciato il testimone perché altri, più giovani e in forze, possano proseguire la sua corsa, possano prendere per mano la piccola Liliana e continuare a camminare insieme.

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