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I giusti

Jan Brokken
Iperborea, 2020

In “I Giusti” Jan Brokken ricostruisce la vicenda poco nota del salvataggio di alcune migliaia di ebrei lituani, polacchi, austriaci, tedeschi. Rifugiatisi in Lituania, nella speranza di scampare alla ferocia nazista, migliaia di ebrei finirono stritolati tra russi e tedeschi. Il patto Molotov – Ribbentrop prima e l’operazione Barbarossa poi li condannarono o ai gulag staliniani o ai campi di sterminio nazisti.

La fantasia visionaria di alcuni uomini, diplomatici di carriera o consoli onorari, inventò per loro una singolare via di fuga, che prevedeva la concessione di un visto per Curaçao, isola delle Antille Olandesi, e di un visto di transito per il Giappone. La rotta prevista era quindi: Kaunas (Lituania) – Mosca, via treno. Di qui Mosca – Vladivostok, la transiberiana, sempre in treno. Poi in nave fino a Tsuruga (Giappone) e trasferimento a Kobe via treno. Di qui, in nave, al porto di Shanghai, città cinese diventata, a partire dagli anni ’20 del ‘900, una fiorente colonia ebraica, e occupata dai giapponesi nel 1937. Da Shanghai, via nave, ogni meta era possibile, dalle Antille agli USA, secondo le aspirazioni e le possibilità dei singoli.

Brokken inizia ricostruendo come sia stato possibile ad un console onorario olandese ad interim, Jan Zwartendijk, dirigente della Philips in Lituania, a Kaunas, organizzare su suggerimento dell’ambasciatore olandese De Decker, un tale percorso. Intanto il visto che Zwartendijk rilascia non è un vero e proprio visto, ma una dichiarazione, che dice che gli stranieri non hanno bisogno di alcun visto per entrare in Suriname, a Curaçao e in genere nei territori delle Antille Olandesi. Il console giapponese Sugihara, di stanza anche lui a Kaunas, rilascia invece un vero visto di transito sul territorio giapponese per chi è diretto alle Antille Olandesi. I due “visti” suggeriscono quindi una via di fuga decisamente inconsueta, ma in quel momento assolutamente possibile. A partire da questa trama Brokken dipinge un affresco affollatissimo di persone, famiglie, destini.

Dal momento in cui si delinea la via di fuga, il pensiero del lettore viene contagiato dall’ansia che doveva accompagnare gli ebrei in un percorso così lungo in territorio russo. In effetti, i pochi che non riusciranno ad avere il visto d’ingresso in Giappone verranno trasferiti da Vladivostok al gulag. Ovviamente solo pochissimi avevano la disponibilità di 400 dollari, quanto richiesto per il viaggio in treno in territorio russo, e neppure il denaro per gli altri tragitti in nave e in treno. A questo aveva provveduto un’organizzazione ebraica americana.

Il libro, 634 pagine, è un’immersione straordinaria in un mondo ebraico in fuga caotica verso la salvezza. Ma anche lo spaccato di un mondo occidentale in anni cruciali, dal 1940 al 1945 circa, visto “da nord”.

Più in dettaglio, Brokken racconta in maniera particolareggiata la storia del console onorario Jan Zwartendijk, un olandese soprannominato “l’angelo di Curaçao”, scelto dall’ambasciatore olandese nelle repubbliche baltiche, De Decker, come console onorario ad interim per far fronte all’emergenza umanitaria che si sta abbattendo su quei Paesi. Zwartendijk, un quarantenne dirigente d’azienda per la Philips a Kaunas, gode di una certa libertà d’azione. E d’altra parte anche i vertici Philips, oltre al governo e alla famiglia reale olandese, sono in esilio a Londra, da quando i tedeschi hanno invaso il Paese nel maggio 1940. La casa madre Philips di Eindhoven è gestita da un tedesco e le maestranze cercano in ogni modo di resistere alle direttive naziste.

Il libro è la storia di questo nucleo di figure consolari, De Decker a Riga, Zwartendijk e Sugihara a Kaunas, che riescono a salvare circa 15mila ebrei, aiutate da altre figure consolari: A. M. de Jong a Stoccolma, N. A. J. De Voogd a Kobe, Tadeus Romer a Tokyo e a Shanghai, Ho Feng Shan a Vienna. La loro caratteristica comune è il forte senso di umanità e la propensione all’aiuto, che le spinge ad agire con spregiudicatezza, pur di aprire una finestra di salvezza. Perché, come dice Brokken, nessuno ha successo da solo e quindi il trio De Decker-Zwartendijk-Sugihara vede la propria azione ampliata, sostenuta e consolidata da altre 4 figure consolari. Se guardiamo alla nazionalità, Sugihara è giapponese, Ho Feng Shan è cinese, T. Romer è un conte polacco, gli altri quattro sono olandesi. Questa squadra ha messo in atto una delle più grandi operazioni di salvataggio del 20° secolo, ancora oggi poco conosciuta.

La destinazione comune a tutti, Shanghai, dal 1937 è in mani giapponesi. Dal 1936 i giapponesi sono alleati dei tedeschi (patto anticomintern) e dal 1940, col patto tripartito, anche dell’Italia fascista, perché hanno interessi convergenti a livello politico-territoriale, ma non condividono la politica antisemita. Quando Josef Meisinger, il macellaio di Varsavia, il responsabile della persecuzione ebraica in Polonia, arriva a Shanghai nell’autunno del 1941, per sfuggire all’odio che aveva creato intorno a sé in Europa, è stupito della libertà di cui godono i rifugiati ebrei. La città, colonizzata da metà ‘800 da una ricca élite ebraica sefardita, che l’ha trasformata in un’elegante città portuale con grandi alberghi, grandi magazzini, banche, compagnie di navigazione, appare ai profughi come il sogno di una nuova Varsavia. Il magnate ebreo di origine iraniana Victor Sassoon, sir col titolo di 3° baronetto di Bombay, studi al Trinity College, all’università di Cambridge, erede di un’immensa fortuna accumulata dalla sua famiglia con il commercio dell’oppio e l’industria del cotone indiano, aveva diversificato i suoi investimenti puntando su Shanghai, dove negli anni ’20 e ’30 del ‘900 aveva contribuito al boom immobiliare, investendo milioni di dollari USA nell’economia locale. Possedeva a Shanghai più di mille stabili e viveva nel lussuoso Cathay Hotel, celebre edificio Jugendstil, fatto costruire da lui. Prodigo di aiuti ai rifugiati ebrei russi prima ed europei poi, dopo Pearl Harbor (7 dicembre 1941) lasciò la città.

Appena giunto a Shanghai Meisinger si mise all’opera. Da specialista qual era propose diversi piani per liberare la città dagli ebrei, tra cui caricarli su navi in disuso e mandarli al largo a morire di fame. Sempre nel ’41 il ministro degli esteri giapponese Yosuke Matsuoka, fautore di una politica non antisemita, venne destituito. Nel novembre 1942 i giapponesi crearono il ghetto di Hongkou e a febbraio ’43 tutti gli ebrei di Shanghai vi furono rinchiusi e lì restarono fino al 1945.

E sempre a proposito di Shanghai e di azioni spregiudicate dei Giusti, Ho Feng Shan, console cinese a Vienna, dal 1938 al 1940 ha rilasciato migliaia di visti d’ingresso per una città, Shanghai, che dal 1937 non era più cinese, ma sotto occupazione giapponese, e per la quale, dunque, non aveva alcuna giurisdizione. I 25mila ebrei del ghetto di Hongkou, prima di sparpagliarsi per il mondo intero, USA, Australia, Israele, Antille Olandesi o Europa, nel 1946 poterono consultare elenchi aggiornati dei sopravvissuti della Shoah, che diedero loro la misura del massacro: famiglie di nove figli con un solo sopravvissuto oppure famiglie completamente scomparse. Si cominciava la conta del genocidio. A Hongkou una lastra di bronzo, posta nella piazza di fronte alla sinagoga Ohel Moshe, porta incisi i nomi dei sopravvissuti.

Tutte le figure consolari citate sono state riconosciute come “Giusti” a Yad Vashem, pur se in tempi diversi. Il 14 marzo del 2018 un albero e un cippo sono stati dedicati a Ho Feng Shan, riconosciuto Giusto anche al Giardino del Monte Stella di Milano, dove vengono onorati i “Giusti dell’Umanità”.

Cristiana Zanetti, Commissione Didattica di Gariwo

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