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Il mediano di Mauthausen

Francesco Veltri
Diarkos

Vittorio Staccione è nato e cresciuto in una Torino in totale espansione urbanistica. Una città in cui la fabbrica è il cuore pulsante della vita economica, i sindacati denunciano le incongruenze e le disuguaglianze della società industriale e il calcio - grazie alla sua capacità ‘non mediata’ di riuscire a rappresentare in un terreno rettangolare tutte le dinamiche della vita di comunità - sta diventando un'attività in grado di attirare appassionati trasversalmente, a prescindere da classe sociale e credo politico.

Vittorio Staccione sta giocando con gli altri bambini del quartiere in uno dei tanti campi improvvisati del dormitorio operaio di Madonna di Campagna quando viene notato da Enrico Bachmann, roccioso mediano svizzero capitano della compagine granata. Bachmann vede nel giovane Vittorio la sua stessa determinazione e dedizione al sacrificio.

È l’inizio della favola di Vittorio. Una favola comune a tanti giovanissimi che, dall’arrivo del football nell’Italia di fine Ottocento, hanno visto e vedono in quella sfera magica e rotolante sogni, aspirazioni e riscatto.

Ma ci sono grosse interferenze ai sogni spensierati dei giovani torinesi. L’Italia che conoscerà Vittorio da mediano con la valigia sempre pronta (una carriera partita con grandi aspettative al Torino e conclusasi in sordina tra Cosenza e Torre Annunziata, dopo le parentesi di Cremona e Firenze) è cupa e sospettosa, un paese in cui stanno emergendo nuove forze politiche che con la violenza e l’imposizione vogliono azzittire tutte le voci contrarie.

Una di queste voci è proprio quella di Vittorio,che sin da giovanissimo è inviso al fascismo per le sue frequentazioni dei circoli socialisti torinesi.

Le minacce inizialmente sono subdole e sporadiche, ma ben presto diventano una costante sempre più rumorosa, che condurrà Staccione dagli affollati stadi italiani all’inferno di Mauthausen. Qui viene persino scelto dai kapò per gareggiare con guardie e prigionieri su un improbabile campo di calcio. Una farsa prima della fine della tragedia.

Francesco Veltri, giornalista calabrese, è l’autore de “Il mediano di Mauthausen” (2019, Diarkos editore), un’attenta cronaca della vita di Staccione che interseca sapientemente le cronache sportive e i racconti dei famigliari al dramma di un’Italia sull’orlo del baratro fascista.

Non una semplice storia di sport e nemmeno un saggio storico sul fascismo: in ogni pagina del libro la vita di Staccione ci lancia sempre la stessa domanda: come ci saremmo comportati noi?

Come ci comporteremmo se difendere le nostre idee ci costerebbe la carriera? Cosa farebbero i calciatori di oggi se i giornali oscurassero i loro nomi a causa delle loro idee politiche, al costo di alterare i tabellini delle partite? E, per finire, sarebbero disposti a conservare le loro frequentazioni se queste comportassero prima le costole rotte da parte dell’Ovra, la polizia segreta del regime fascista, e poi l’internamento a Mauthausen?

Come scrive nella postfazione del volume Domenico Beccaria, presidente della Fondazione Grande Torino: “Forse, più che ai tifosi, la lettura di questo libro dovrebbe essere consigliata ai calciatori stessi, sperando che sia per locomotiva di riflessione e invito a uscire dal loro guscio dorato, calandosi con maggiore responsabilità in questo ruolo di icone per la gioventù”.

Joshua Evangelista

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