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La ragazza di Chagall

Antonella Sbuelz
Forum Editore, 2018

Pubblichiamo di seguito uno stralcio della postfazione al libro, scritta dal presidente di Gariwo Gabriele Nissim. Il testo integrale della postfazione è disponibile nel box approfondimenti

Ho letto due volte La ragazza di Chagall. La prima volta ero semplicemente curioso di capire l’intreccio, cercando di comprendere il legame tra i personaggi. Nella seconda lettura mi sono spogliato dell’ansia del lettore che cerca il lieto fine nei drammi e negli amori e mi sono accostato al testo come se si trattasse di un saggio sulla condizione umana durante gli anni del fascismo.

Ho così apprezzato la costruzione plurale di un mondo che l’autrice ha voluto trasmettere senza per questo fornire una chiave di lettura, lasciando al lettore la possibilità di pensare in libertà. Nel testo non ci sono eroi perfetti e ognuno deve esercitarsi tra mille difficoltà per cercare una soluzione.

Il punto di contatto di tante storie particolari è dato dal tempo scardinato in cui i personaggi sono stati gettati, come direbbero William Shakespeare e Martin Heiddeger. È quel tempo particolare che scompiglia le loro vite come se fosse un terribile evento naturale, anche se causato da scelte umane.
Allora i regimi totalitari avevano fatto dell’esclusione degli ebrei e della purezza etnica, ma anche della purificazione di classe nei sistemi comunisti, la loro ragione d’essere. In nome di quella missione il nazismo e il fascismo avevano scatenato il più grande conflitto della storia. Ma la cosa stupefacente era che quei regimi si erano imposti con il consenso della gente che aveva accettato la fine della democrazia e il sorgere della barbarie pensando di ottenere la chiave magica per la felicità e un futuro radioso.

L’autrice ci ricorda il coro delle maggioranze che applaudivano con entusiasmo alle leggi razziali, come all’avanzata di Hitler in Francia e salutavano l’entrata in guerra dell’Italia.La gente seguiva perché era attratta dalla semplificazione del mondo, dalla divisione tra i buoni e i cattivi. Combattendo contro un nemico della nazione, nascevano paradossalmente nuove solidarietà. Tutti erano uniti contro la minaccia che incombeva. Non c’erano solo l’odio e la violenza contro il pericolo del diverso, ma il gusto di ritrovarsi assieme in quella nuova missione propria dei regimi totalitari.

È possibile farsi trascinare dai peggiori istinti nei confronti dell’altro diventato improvvisamente il nemico quando ci si sente parte di una missione comune, vivendo così una strana solidarietà che mette a tacere l’umanità del singolo. Quando ci si sente uniti contro il nemico, diventa così legittimo il peggiore comportamento. “Lo fanno tutti e quindi posso farlo anch’io.” Così nasce la peggiore emulazione collettiva. È la nuova causa che unisce. Per alcuni si può amare meglio e sentirsi più vicini gli uni con gli altri, quando si creano i muri contro i nemici. È questo il grande paradosso di ogni movimento nazionalista che chiama a raccolta i popoli.

Se l’autrice non ricordasse il clima dell’epoca con alcuni brevi ma efficaci richiami sulla piazza di Trieste, come sulla nave Saturnia e persino nell’isola di confino, non capiremmo nulla delle storie dei protagonisti che cercano di resistere in quel mondo scardinato. La nonna Lia, di fronte alle leggi razziali, riscopre con orgoglio la sua identità ebraica e riprende a frequentare il tempio e a leggere i testi religiosi, come se fuori non fosse accaduto nulla; il figlio ufficiale Alfio, invece, avverte il pericolo e cerca in tutti i modi di nascondere la sua origine, mostrandosi nella Marina come il più solerte aderente al regime, al punto di denunciare un suo subalterno per non avere fatto il saluto fascista; il giovane Folco si imbarca su una nave per l’Argentina, con la sorellina “Gilde”, dopo la cacciata del padre ebreo dall’insegnamento e lui stesso escluso dalla squadra di atletica. Inspiegabilmente ritorna poi in Italia e viene deportato in un campo di concentramento.

Efficace è il modo di raccontare storie ebraiche senza cadere nella retorica. Spesso, attraverso una mitizzazione, si è voluto chiedere troppo agli ebrei per poi rimanere scandalizzati se inizialmente alcuni di loro aderirono al fascismo o non si comportarono come eroi tutti di un pezzo, come accadde in alcuni consigli ebraici durante l’occupazione dei Paesi dell’Europa orientale. È quanto, ad esempio, non ha capito Hannah Arendt che nella Banalità del male accusò gli ebrei di passività di fronte al nazismo, attirandosi così pesanti critiche dopo il processo Eichmann.

Così, dimenticando che gli ebrei sono uomini come gli altri, si è arrivati oggi ad una demonizzazione dello Stato ebraico perché si vorrebbe da loro una santità che non è mai stata richiesta ad altri popoli…

Gabriele Nissim, presidente di Gariwo

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