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La sola colpa di essere nati

Gherardo Colombo e Liliana Segre
Garzanti, 2021

Gherardo Colombo e Liliana Segre hanno in comune l’incontro con migliaia di studenti e l’amore profondo per la Costituzione: entrambi si impegnano da anni a promuovere un’alternativa alla cultura della discriminazione che per millenni ha organizzato gerarchicamente la società, perché non è un assioma né una legge di natura che ci sia separazione tra esseri umani.

Gherardo Colombo e Liliana Segre si sono parlati per la prima volta proprio nell’ottobre 2019, all’inaugurazione del nuovo Giardino dei Giusti di tutto il mondo a Milano. Hanno deciso di scrivere questo libro per continuare a dialogare con gli studenti, ricordando con le parole della testimone e l’attenzione del magistrato, quanto è successo in Italia dopo la promulgazione delle leggi razziali del 1938. Gherardo Colombo ripropone il testo delle norme approvate sotto il fascismo e, dialogando con Liliana Segre, non solo ne sottolinea i passaggi fondamentali ma ne esplicita il senso e le conseguenze nel racconto familiare e personale di chi le ha subite.

Come mai il pregiudizio è accolto? Questa è la domanda da farsi. Educati per millenni all’idea che il principio regolatore di una società sia la discriminazione (per etnia, religione, lingua, genere, opinioni politiche), ancor prima che sia imposto per legge, il pregiudizio, da sempre sotterraneo e praticato nel vivere quotidiano, spiana la strada all’esclusione normativa di alcune categorie di persone attraverso le campagne propagandistiche. Le leggi razziali furono osservate, negli anni Trenta, in quasi tutti i paesi d’Europa e in Russia: la stessa Chiesa ne superò i retaggi solo a partire dal Concilio Vaticano II ( 1962-65).

Liliana Segre racconta come la sua vita sia stata stravolta dal settembre del 1938 quando è stata espulsa da scuola, la sua famiglia ha perso progressivamente il diritto di proprietà e, ormai in pericolo, il suo papà ha tentato, inutilmente,la fuga in Svizzera con lei e altri due cugini. La firma di Mussolini per cavalcare la “questione razziale” “ha condotto alla deportazione e a quello che ci aspettava all’arrivo: un non -mondo… Quel non-mondo è stato il risultato delle leggi razziali ed è indispensabile conservare la memoria” (p. 42).

Primo Levi, l’unico che secondo l’autrice è stato in grado di testimoniare e scrivere di quel non-mondo, nel 1987 si è tolto la vita. Nel suo ultimo libro, “I sommersi e i salvati” aveva scritto: “hai vergogna perché sei vivo al posto di un altro?... E’ solo una supposizione, anzi l’ombra di un sospetto: che ognuno sia il Caino di suo fratello". Liliana Segre confessa che la lettura del libro la turbò molto e scrisse a Levi: “Basta, se da Auschwitz non si esce mai, come lei sostiene, e se anche i salvati sono sommersi, allora non c’è speranza”.

Gherardo Colombo e Liliana Segre offrono in queste pagine una lettura consapevole dei fatti senza rinunciare alla speranza di un cambiamento profondo dell’uomo e della società che trova proprio nei principi cardine della nostra Costituzione il suo cantiere aperto. Non c’è nessuna condanna ad essere il Caino del proprio fratello perché la discriminazione non è una caratteristica fisiologica della società ma un fattore culturale.

Colpiscono, nel racconto di Segre, i tanti episodi del campo, del ritorno alla vita al termine della guerra, degli anni di studio per non pensare più all’orrore, dell’amore e della famiglia, della depressione negli anni della maturità, della scelta, a sessant’anni, di testimoniare. Molte vite in una e Liliana che da ragazzina oppressa dalla paura è diventata la meravigliosa novantenne che esclama: “A me dispiace da matti avere 90 anni e sapere che ho pochi anni davanti… perchè la mia vita mi piace moltissimo”. Questo libro è da leggere e far leggere ai ragazzi perché abbiamo bisogno di questo scambio generazionale, di questo passaggio di testimone che dica ai giovani che la vita è bellissima quando la scegli con libertà e responsabilità, quando sai cosa la tiene in piedi, quando sai per cosa lotti e in cosa credi. Segre, a differenza del nonno che nel testamento evocava “il grande nulla”, si appassiona quando parla ai giovani: chiama le cose con il loro nome, indica, insieme a Colombo, un’alternativa a quella società dell’odio che ha insanguinato il Novecento e che ancora oggi semina morti.

“Certo che nel campo c’erano regole. E la principale era che l’individuo andava distrutto, doveva essere ridotto al nulla… ti portavano via tutto, lasciandoti completamente nudo”, il tuo nome e la tua storia sostituiti da un numero tatuato sul braccio. E poi: quantità di cibo orribile e irrisorio, lavoro- schiavo, proibizione di parlare con gli altri, la violenza quotidiana. E il “caso ", l’arbitrarietà, il non senso degli ordini che determinavano per alcuni la vita, per altri la morte. Secondo Colombo il tratto comune di queste “regole” è che “toglievano la possibilità di fare affidamento su qualcuno o su qualcosa e senza fiducia non si possono costituire comunità”, ognuno era solo con se stesso( p. 53).

Ma Liliana Segre invita i giovani ad avere fiducia perché “in preda a un terrore così potente, ti viene fuori una forza che nemmeno immaginavi di avere…ho sempre cercato di infondere la fiducia in questa grande, grandissima forza che ognuno ha dentro di sé e che bisogna tirar fuori. Perché è una forza che ti permette di fare cose che altrimenti sarebbero addirittura impensabili” ( p. 65).

L’esperienza della “diversità” ha accompagnato questa straordinaria testimone per tutta la vita: Auschwitz “mi ha segnato dentro, e ancora oggi a novant’anni sono diversa dalle mie amiche coetanee” ( p. 75). Da donna adulta ha vissuto gli anni di piombo in Italia con il dolore di vedere ancora dominare la violenza, quella violenza che lei aveva deciso di condannare senza appello per non diventare mai come i suoi aguzzini. Poi la decisione a sessant’anni di testimoniare, uscendo da un’indifferenza che pensava la proteggesse e invece le impediva di vivere: un’esperienza difficile ma di straordinaria “cura” consegnata nelle mani di giovani che hanno rappresentato per lei quella nuova società da costruire ogni giorno sui grandi valori della Costituzione.

Gherardo Colombo ricorda che meno di otto anni dopo le leggi razziali del 1938 si è cominciato a scrivere la Costituzione con l’apporto, per la prima volta, delle donne ammesse al voto nel 1946 e presenti nell’Assemblea Costituente. Anche se c’è ancora tanta strada da fare per superare le disparità di genere, l’articolo 3, forse il più bello di tutti, tratteggia quell’alternativa possibile di una società fondata sulle pari opportunità che riconosce, oltre ai diritti per tutti, anche il compito per lo Stato di rimuovere gli ostacoli alla “pari dignità “che unisce tutti noi, diversi nelle caratteristiche personali, uguali di fronte alla legge. Questo articolo è proprio l’antitesi dell’indifferenza che chiama ognuno alla sua responsabilità, al dovere di solidarietà: “L’etica della responsabilità è quella che ci obbliga a non restare indifferenti. Non abbiamo bisogno di eroi, serve però tenere sempre viva la capacità di vergognarsi per il “male altrui”, di non voltarsi dall’altra parte, di non accettare le ingiustizie…di non dire “non mi riguarda” ( p. 115).



Professoressa Arianna Tegani

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