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Noi Ebrei Polacchi. Prosa e poesia

Julian Tuwim
Livello 4, Roma, 2009

La casa editrice “Livello 4” ha dedicato particolare attenzione al poeta ebreo polacco Julian Tuwim (1894-1953), prima con la pubblicazione del poema Il ballo all’opera (trad. di M.. Vanchetti, 2007) e più recentemente con Noi ebrei polacchi, antologia di testi sull’ebraismo e la Shoah (a cura di G. Tomassucci, tr. di L. Rescio e G. Tomassucci, 2009).
Si tratta di una scelta importante, la prima di questo genere al di fuori della Polonia, che propone finalmente uno dei più straordinari talenti dell’Avanguardia e di tutto il ‘900 polacco, dalla vena poetica che - come ha scritto Gombrowicz - “vibrava, zampillava, abbagliava” e che in Francia già nel 1922 fu presentata nella prestigiosa antologia di poesia mondiale Les cinq continents curata da da Yvan Goll).
In una lingua meno duttile del polacco Tuwim è un poeta difficilissimo a rendere: in Italia, dove sue poesie sono apparse in riviste e antologie sin dagli anni ‘20, i suoi due bei poemi e le sue otto raccolte di versi, quasi tutti composti nel ventennio tra le due guerre, sono rimasti fino a ora sconosciuti.

Lettore dei romantici e dei simbolisti, ma anche di Whitman, dei futuristi italiani e russi (che tradusse) e di Apollinaire, creò una poesia piena di verve, dall’amplissima gamma, che sfruttava ritmi e onomatopee, inventava etimologie e arcaismi, poteva essere sia innovativa sia tradizionale, ricercata o triviale, melodica o transmentale, giocosa o disperata. Cantore della metropoli e della strada, fortunatissimo autore di canzoni e testi per cabaret, esponente molto acclamato dell’establishment culturale progressista, fu molto amato, invidiato e anche ferocemente odiato. Per suoi testi pacifisti (come A un uomo semplice qualche anno fa recuperato da un gruppo rock in un videoclip contro la guerra in Iraq, o il ditirambo Primavera) venne ripetutamente accusato di depravazione e attaccato con furore dalla stampa antisemita. Se i nazionalisti polacchi lo incitavano a “tornare nel ghetto” minacciandolo perfino di morte, gli ebrei militanti contrari all’assimilazione - come testimonierà dopo un cinquantennio Isaac B. Singer - non gli perdonavano di non aver scelto l’ebraico o l’yiddish (che Tuwim, originario di una famiglia assimilata, non conosceva). Anche per questo motivo il suo nome viene scomodamente citato fino a oggi come una sorta di “pietra di paragone” da chiunque, da Singer a Sandauer, da Reich Ranicki a Bauman, si occupi dell’intelligencja polacca di origine ebraica tra le due guerre.
Si può capire quindi perché i testi dedicati all’ebraismo da questo poeta, considerato una sorta di Heine polacco, ma che soffriva di attacchi di panico e agorafobia, sono pochi: la richiesta di una dichiarazione di appartenenza a una nazionalità equivaleva per lui a riaprire una ferita; inoltre negli ultimi anni di vita, in pieno stalinismo, sarebbe stato impossibile affrontare il tema scottante della Shoah. Di questo tormentato rapporto con le sue radici testimoniano due poesie, entrambe pubblicate in Noi ebrei polacchi: la giovanile Gli Ebrei(1918), che fu tacciata di antisemitismo da molti settori radicali ebraici, e Il piccolo ebreo (1925), testo di grande successo, che verrà subito tradotto in ebraico e diverrà popolarissimo anche nel ghetto di Varsavia.
Per Tuwim, nato e cresciuto nella città di Lodz, in cui si parlavano polacco, tedesco, yiddish e russo, attratto fin dall’infanzia dai gerghi e dalle lingue più varie, l’unico elemento di stabilità in un mondo caotico e angoscioso, il rifugio “dall’innocente unità istintiva” non poteva che essere la casa comune dell’ojczyzna-polszczyzna(binomio intraducibile, equivalente a una sorta di «patria-parola polacca»), in cui si assemblavano le componenti culturali più diverse.
Questo percorso individuale, ma anche emblematico di altri intellettuali polacchi di origine ebraica, viene ricostruito appunto dalla nuova pubblicazione di “Livello 4” che, accanto alle due poesie citate, presenta la prima traduzione italiana di due manifesti di Tuwim, Noi ebrei polacchi (1944), composto a New York, dove il poeta si era rifugiato grazie a Artur Rubinstein, tredici mesi dopo lo scoppio della rivolta nel ghetto di Varsavia, e Monumento e tumulo (1948),
discorso per l’inaugurazione del monumento agli Eroi del Ghetto, che gli fu proibito di pronunciare a causa del suo non volersi riconoscere in una specifica identità nazionale. Sono testi significativi che racchiudono tutto il dramma di un intellettuale, che per la prima volta si affratella con il popolo ebraico, ormai massacrato, e che si illude che con l’avvento della nuova società socialista i legami e gli odi legati alle razze siano destinati a sparire... Un tema tanto più per noi attuale...



Zygmunt Bauman, Assimilation into exile The Jew as a Polish Writer, “Poetics Today” 17:4, winter 1996, pp. 585-586.
Witold Gombrowicz, Diario, v. I (1953-1958), Feltrinelli, Milano, 2004, pp. 140-141
Czeslaw Milosz, Storia della Letteratura polacca, Cseo, Milano
Antony Polonsky, “Why did they hate Tuwim and Boy so much?": Jews and "artificial Jews" in the literary polemics in the Second Polish Republic, in Antisemitism and its opponents in modern Poland, Robert Blobaum Ithaca, Cornell University Press, New York, 2005
Marcel Reich Reinicki, La mia vita, Sellerio, Palermo, 2003
Joseph Roth, "Conversazione a New York con Isaac Bashevis Singer su Bruno Schulz", in Chiacchiere di bottega – Uno scrittore, i suoi colleghi e il loro lavoro, Einaudi, Torino, 2004
Giovanna Tomassucci, Le traduzioni italiane delle poesie di Julian Tuwim. Alcune riflessioni, in "Cultura e tradizione. Atti del convegno dei Polonisti italiani svoltosi all'Accademia Polacca di Roma,! 9 dicembre 1994, a cura di K. Zaboklicki e M. Piacentini, Varsavia - Roma. 1995, pp. 93-107

Sitografia
Fondazione Julian e Irena Tuwim

di Giovanna Tomassucci

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