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Salvarsi. Gli ebrei d'Italia sfuggiti alla Shoah

Liliana Picciotto
Einaudi, 2017

Una nuova ricerca del CDEC sugli ebrei che sfuggirono alla Shoah

Durante la Shoah, alcune famiglie ebraiche risultarono completamente estinte, altre ebbero parte della famiglia arrestata e parte della famiglia salva, altre ancora uscirono completamente indenni dal terribile periodo 1943-1945. Il desiderio di capire questo crogiolo di destini e di dargli una spiegazione è all’origine della ricerca da me guidata per conto del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) a partire dal 2007. Il progetto, condotto con i ricercatori Chiara Ferrarotti (purtroppo mancata nel 2016), Luciana Laudi e Gloria Pescarolo è oggi sfociato nell’opera Salvarsi. Gli ebrei d’Italia sfuggiti alla Shoah 1943-1945, uscito per Einaudi nel settembre del 2017 che sarà oggetto di diversi incontri in tutte le città d’Italia e che sarà presentato anche al Presidente della Repubblica nel prossimo novembre.

Nessuno prima di ora si era posto in maniera sistematica e scientifica la domanda su chi fossero i salvi e come mai si fossero salvati. Le domande cui il lavoro voleva dare risposta sono: quali circostanze esterne obiettive hanno giocato in favore della salvezza, il caso, il periodo temporale, la geografia, il contesto sociale, la cerchia amicale, trovarsi in città o in campagna, avere certi legami professionali, avere conoscenze nel mondo ecclesiastico, disporre di denaro?

Nel 2007, all’inizio del progetto, avevamo a disposizione solo alcune pagine dedicate all’interno dei numerosi libri di memoria pubblicati a partire dal periodo postbellico fino ai giorni nostri e qualche sporadico studio generico sull’argomento. Esisteva poi l’archivio di Yad Vashem, Istituto Storico e Memoriale insieme, costituito nel 1953 a Gerusalemme sul Monte delle Rimembranze (Har HaZikaron). A partire degli inizi degli Anni Sessanta, in ottemperanza ad una legge dello Stato d’Israele, Yad Vashem costituì una commissione pubblica indipendente di 35 membri per designare i Giusti fra le Nazioni, persone che si erano distinte per la loro generosità nei confronti degli ebrei durante la guerra. La commissione è formata da personalità pubbliche, giudici, professionisti e storici, presieduta da un ex giudice della Corte Suprema. Alla fine di una lunga istruttoria, alla persona segnalata come autrice di un episodio di generosità viene riconosciuto il titolo d’onore di Giusto fra le Nazioni e piantato un albero in suo nome (dato che il monte è ormai coperto da migliaia di alberi, il nome del Giusto è oggi solo scolpito su un Muro d’onore eretto a tale scopo nel perimetro del Memoriale). Le biografie dei Giusti sono intese come esempi di corretto vivere e l’Istituto ne fa volumi enciclopedici nominativi per ciascun Paese che fu sotto il dominio nazista. Procedendo però per medaglioni biografici, il riferimento al quadro storico generale ne esce sfuocato e le differenze di situazioni risultano compromesse: non è certo la stessa cosa praticare generosità e solidarietà in un luogo piuttosto che in un altro, in una regione piuttosto che in un’altra, in un certo tempo della Shoah piuttosto che in un altro.

Oggi i Giusti italiani riconosciuti da Yad Vashem hanno raggiunto il numero di 671. Numero che non può spiegare da solo la sopravvivenza di 32.122ebrei.

Per questo progetto, era dunque evidente che occorreva scendere in campo con una ricerca storico-sociale di grande respiro, dove gli elementi da considerare sono molteplici e in continuo stato di mutevolezza e di reciproca influenza fra loro (basti pensare che essere rifugiato ad Assisi comportava molto minor rischio che essere rifugiato solo a pochi chilometri di distanza perché Assisi fu, a un certo punto, una città-ospedale per le truppe germaniche, dove la polizia tedesca non mise quasi piede). Abbiamo così deciso di intervistare quanti più possibili ex bambini di allora e incontrato centinaia di persone per sentire dalla loro viva voce la loro esperienza di ormai 74 anni fa.

Nel volume Salvarsi viene presentata la metodologia della ricerca ed è esposto ciò che rende questo lavoro una novità storiografica: l’immensa quantità di notizie raccolte su ogni persona e il criterio adottato per tenere sotto controllo la mole di dati. La creazione cioè di un grande data base su cui sono stati caricate decine di migliaia di dati.

Vi è poi una parte prettamente storica dedicata alla ricostruzione del contesto e alle questioni storiografiche che emergono dal tema: c’era differenza tra il soccorso agli ebrei e il soccorso ad altre parti sociali, ugualmente bisognose di passare nella clandestinità o di varcare il confine italo-svizzero (renitenti alla leva, soldati dell’esercito alleato evasi, antifascisti)? Che cosa sapevano gli ebrei in Italia della Shoah che infuriava già, in tutta l’Europa sotto influenza nazista, tanto che il 30 giugno 1943, il Reich (Germania, Austria e Protettorato di Boemia e Moravia) era già stato proclamato Judenrein, privo di ebrei? E che cosa ne sapeva la gente comune? Qual era il rischio reale per un normale cittadino che desse soccorso agli ebrei?

Vi è poi una parte dedicata alla rappresentazione grafica e numerica della popolazione ebraica in Italia prima e durante la Shoah, ai fenomeni che si sono avuti relativamente alla salvezza, ai numerosi esempi che si possono fare per i differenti casi.

Un’ultima parte è dedicata a testimoni diretti che raccontano in prima persona le loro vicende. Sono stati scelti 23 episodi significativi di soccorso ricevuto e 25 episodi di auto-salvezza, cioè di circostanze dove, autonomamente, cittadini ebrei trovarono il modo per salvare sé e la propria famiglia.

I casi di soccorso da parte della società civile o ecclesiastica di allora o di auto-soccorso ebraico da noi esaminati sono migliaia. Nel volume Salvarsi, che conta 563 pagine, abbiamo dovuto scegliere di esporre casi paradigmatici delle varie situazioni: storie di ebrei italiani, di ebrei stranieri profughi in Italia, di bambini e di adulti, di anziani e di giovanotti, di donne e uomini, di abitanti nelle grandi città e di residenti in piccoli centri, di gente ricca e di proletari, di persone con umili occupazioni, ex professori universitari o intellettuali, di ebrei che avevano aderito al fascismo come di militanti antifascisti. Nessuno di loro è potuto rimanere, come nella vita normale, nella propria casa e nessuno ha potuto chiamarsi più con il proprio nome. Fu uno shock collettivo provato dalla società ebraica di allora che si esplicò nella mancanza di sogni e di speranze dopo il settembre del 1938 al momento dell’emanazione della legislazione antiebraica, e in vero e proprio terrore dopo il settembre del 1943, al momento dell’occupazione tedesca e dell’istituzione della Repubblica Sociale Italiana.

Liliana Picciotto, Direttrice delle ricerche storiche del CDEC

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