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Suite francese

Irène Némirovsky
Adelphi, Milano, 2005

"Nata nel 1903 a Kiev, Irène si rifugiò negli studi e arrivò a dominare sette lingue, soprattutto il francese, che più tardi scelse per scrivere i suoi libri. La famiglia, nonostante le sue fortune, era ebrea e si era vista perseguitata già nella Russia degli zar, dove l' antisemitismo imperversava. In seguito, dopo il trionfo della rivoluzione bolscevica, fu espropriata dei suoi beni e costretta a fuggire, prima in Finlandia e in Svezia e infine in Francia, dove si stabilì nel 1920. Anche qui l' antisemitismo dettava legge e, nonostante i loro sforzi, né Irène né suo marito, Michel Epstein, banchiere come il suocero, riuscirono a ottenere la nazionalità francese. La loro condizione di paria avrebbe segnato la loro rovina durante l' occupazione tedesca. Negli anni Venti, i romanzi di Irène Némirovsky conobbero il successo [...].
Irène e Michel Epstein provarono sulla loro pelle che non era facile per una famiglia ebrea 'integrarsi' in una società corrotta dal virus razzista. La loro conversione al cattolicesimo, nel 1939, religione in cui furono battezzate le due figlie della coppia, Denise e Elizabeth, fu del tutto inutile quando arrivarono i nazisti a dettare le prime misure di 'arianizzazione' in Francia [...]. Irène e Michel furono espropriati dei loro beni e estromessi dalle loro attività.
Il 13 luglio 1942 Irène fu arrestata dai gendarmi francesi e mandata prima in un campo di concentramento a Pithiviers, poi a Auschwitz, dove fu trucidata in una camera a gas.

Qualche mese dopo, il marito avrebbe seguito lo stesso destino. Le due piccole, Denise e Elizabeth, sfuggirono alla morte per miracolo. Sopravvissero grazie a una vecchia balia, che nascondendole in stalle, conventi, rifugi di pastori e case di amici, riuscì a eludere la gendarmeria, che per anni aveva continuato a perseguitarle in tutta la Francia [...]. Nel loro peregrinare, le bambine trascinavano con sé una valigia con i ricordi e gli oggetti personali della madre. Tra questi, alcuni quaderni scarabocchiati con una scrittura fitta e minuscola, come una tela di ragno. Né Denise né Elizabeth trovarono il coraggio di leggerli, temendo che quel diario, le ultime memorie della madre, potessero essere troppo strazianti per loro. Quando si sentirono infine pronte a farlo, sessant' anni dopo, scoprirono che si trattava di un romanzo: Suite francese. Non un romanzo qualsiasi: un'opera maestra, una delle testimonianze più straordinarie che la letteratura del XX secolo abbia mai prodotto sulla brutalità e la barbarie dell'essere umano, sulle tragedie della guerra e le meschinità, le infamie, le tenerezze e le grandezze che quell' esperienza catastrofica ha generato in coloro che l' hanno sofferta e hanno vissuto l' obbrobrio quotidiano della schiavitù e della paura. Ho appena finito di leggerlo e mentre scrivo queste righe sono ancora atterrito da quell'immersione nell' orrore che è al tempo stesso - sortilegio della letteratura - una prodezza artistica di prim' ordine, un libro di mirabile architettura e superba eleganza, senza sentimentalismi né truculenze, sereno, freddo, intelligente, che strega e smuove le viscere, delizia, fa paura e costringe a pensare. Irène Némirovsky doveva essere una donna fuori del comune. È difficile immaginare come una persona, in fuga continua, cosciente del rischio di finire da un momento all' altro in prigione, con la famiglia dispersa e le figlie lasciate al totale abbandono, potesse essere capace di intraprendere un progetto tanto ambizioso come quello di Suite francese, e portarlo a termine con tanta felicità, lavorando in condizioni così precarie. Le sue lettere indicano che la mattina si recava molto presto in campagna, dove tutto il giorno scriveva, rannicchiata sotto un albero, in lettere minute per la penuria di carta. Il manoscritto è privo di ritocchi o correzioni, un aspetto degno di nota, visto che la struttura del romanzo è limpida, senza falle, così come la sua coerenza e la sincronia delle azioni tra le decine di personaggi le cui storie si intrecciano e si separano tra le sue pagine, fino a tracciare l'affresco di un'intera società sottoposta, dall'invasione e dall'occupazione, a una specie di scarica elettrica che la spoglia di tutti i suoi segreti. Aveva concepito una storia in cinque parti, ma ne terminò solo due. Entrambe però sono autosufficienti. La prima racconta la fuga all'interno della Francia dei parigini, impazziti alla notizia che le truppe tedesche avessero oltrepassato la linea Maginot, sconfitto l'esercito francese e potessero occupare la capitale in qualunque momento. La seconda descrive la vita nella Francia rurale e contadina occupata dalle truppe tedesche. La descrizione di quello che avviene in entrambe le circostanze è minuziosa e serena, il generale e il particolare si alternano in modo tale che il lettore non perde mai di vista la prospettiva dell'insieme, mentre le storie delle famiglie e degli individui concreti gli permettono di prendere coscienza delle minute tragedie, incidenti, situazioni grottesche, comiche, le vigliaccherie e le meschinità che si mescolano alle generosità e agli eroismi, alla confusione e al disordine in cui, in poche ore, sembrano naufragare una civiltà secolare, i suoi valori, la sua morale, le sue maniere e le sue istituzioni, lacerate dalla tempesta di carri armati, bombardamenti e uccisoni".

Mario Vargas Llosa

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