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Caso Eichmann: banalità del male?

Luigi Campagner
Odon, 2011

« Eichmann non è un mostro. Eichmann è un uomo normale ». Questa è la tesi sostenuta da Hannah Arendt durante il processo ad Adolf Eichmann, mente organizzatrice dello sterminio della Shoah e impiccato in Israele con l’accusa di crimini contro l’umanità. Tuttavia, l’opinione personale della Arendt è ben diversa fuori dalle porte del tribunale, e a processo concluso dichiara «Eichmann era un insaziabile maniaco omicida».

La verità è che Eichmann era e rappresenta tuttora entrambe le cose: da una parte la normalità di un uomo qualunque che con totale consapevolezza sterminò un popolo giustificando le sue azioni con la morale kantiana, dall’altra la mostruosità di una follia disumana in grado di agire con un cronometrico zelo.
È comprensibile che la Arendt tenda a crocifiggere un tale personaggio sotto lo stigma della follia, ma debba assicurarsi che Eichmann sia reputato « normale » in modo da poterlo processare e non rinchiuderlo vita natural durante in un manicomio o in un istituto psichiatrico. Israele esigeva giustamente un processo, e l’ha avuto. Tant’è che Eichmann non presentava davvero alcun sintomo di patologia mentale: dei molti medici e psichiatri che l’avevano visitato molti si consideravano meno normali di quanto non fosse Eichmann.
Tuttavia, è davvero possibile che un individuo del suo calibro non avesse in sé nessuna traccia di disturbi di tipo psichico o psicologico? 

Luigi Campagner risponde negativamente: Eichmann, e così moltissimi altri nazisti, erano sì afflitti da una patologia, che potrebbe essere ricondotta al termine nevrosi, o psicopatologia comune, ma che rende il suo significato effettivo nella parola « perversione ». Eppure l’autore non riesce, e meglio non può, dare una spiegazione esaustiva di quella che Giacomo B. Coltri chiama « intelligenza dell’idiota » di Eichmann: prima di tutto perché Eichmann non c’è più, e in secondo luogo perché in un contesto come l’Olocausto la realtà è talmente ribaltata e snaturata, e gli esseri umani talmente disturbati e disumanizzati da non potere realmente distinguere la normalità dalla follia, la banalità del reale da quella del male. 

Dunque è possibile arrivare ad una conclusione ?
Probabilmente no. La stessa Arendt nei suoi numerosi scritti trova alcuni pareri contrari, come si legge dalla lettera di Gershon Scholem che l’autore riporta, pur senza commentare, e nelle esternazioni di Moshe Landau, che lasciano poco spazio alle interpretazioni.

Il merito di questo libro è senz’altro quello di dare, in solo un centinaio di pagine, un ritratto affascinante e completo - nella sua contraddittorietà - della figura di Eichmann, della sua storia, della sua perversione così banale. Sono molti gli spunti che fanno riflettere, anzi alle volte il lettore potrebbe trovarsi quasi deluso dalla brevità delle analisi dell’autore e desideroso di approfondire l’argomento.
Campagner sembra darci una risposta, per poi togliercela nella pagina seguente, di modo che alla fine del libro si ha l’impressione di sapere qualcosa, ma senza sapere bene cosa. Forse è proprio nelle ultime pagine, in una riflessione di Vasilij Grossmann che si capisce che non c’è soluzione al dubbio: ciò che vi è di più ripugnante nei cattivi, non è il male, ma il bene che c’è in loro.

Andre Zhulpa

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