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Culture antisemite. Italia ed Europa dalle leggi antiebraiche ai razzismi di oggi

Annalisa Cegna e Filippo Focardi
Viella, 2021

Razzismi dopo il razzismo 

Un curioso modo di esprimersi, nel comune discorso pubblico e quotidiano, è quello che anticipa la possibile obiezione dell’interlocutore, con la negazione preliminare del senso proprio delle parole che stiamo per dire: «non sono razzista, ma …», a cui segue una espressione che stigmatizza come incivili o barbari certi comportamenti delle persone di etnia, cultura, religione diverse dalla nostra. L’intolleranza per i diversi viene facilmente mascherata dal discorso identitario, in cui ci riconosciamo e ci sentiamo reciprocamente rassicurati: «noi certe cose non le faremmo mai». Su queste facili retoriche del discorso politico si sofferma – con un’approfondita disamina storica e sociologica – un recente volume a cura di Annalisa Cegna e Filippo Focardi, che raccoglie gli Atti del convegno tenutosi a Macerata nell’ottobre 2018, nell’occorrenza dell’80° anniversario delle leggi razziali del 1938 (Culture antisemite. Italia ed Europa dalle leggi antiebraiche ai razzismi di oggi, Viella libreria editrice, Roma 2021). 

Il volume alterna indagini storiche specialistiche a interventi di attualità, per cercare di rispondere a una domanda cruciale: come riconoscere le forme odierne di razzismo, in una fase storica in cui il razzismo come ideologia e come dottrina biologica non esiste più? L’epiteto di «razzista» viene per lo più usato come insulto o come arma polemica contro l’avversario politico, risultando spesso strumentale. Nessuno (tanto meno i razzisti) lo applicherebbe a se stesso. È anzi frequente l’accusa rivolta ai sostenitori del linguaggio «politicamente corretto» – che intende epurare la lingua da ogni espressione che possa anche lontanamente richiamare modi di dire arcaici o scorretti, che portano in sé le tracce di atteggiamenti colonialistici, imperialistici o razzistici del passato – come arma di colpevolizzazione dell’interlocutore: come un randello per mettere a tacere l’avversario o il diversamente pensante, nell’arena pubblica (Fabio Dei, Razzismo, neorazzismo, antirazzismo: retoriche e politiche della diversità nell’Italia di oggi, op. cit., pp. 115-128). Un errore in cui cadono facilmente coloro i quali non si capacitano del fatto che sentimenti di ostilità o diffidenza verso i diversi (stranieri, immigrati, membri di etnie lontane e di appartenenza linguistica esotica) possano risorgere, alimentando antichi pregiudizi e stereotipi razziali, pur in assenza di giustificazioni teoriche plausibili, in opposizione, anzi con le ormai radicate credenze scientifiche, sta appunto nel ritenere che il razzismo poggi su una credenza, sia «un’opinione modificabile sulla base di dati scientifici», com’era in effetti nei secoli scorsi. Sappiamo tutti (ce lo insegnano a scuola), che «l’omogeneità biologica è un fatto», che «tutti gli individui umani condividono il 99% del materiale genetico, e l’1% restante non si dispone in alcuna coerente classificazione che consenta di parlare di razze». 

E tuttavia ci chiediamo: a che cosa serve saperlo? Se una popolazione è in condizioni di stress, dovuto a crisi economica, impoverimento, disastro ambientale, conflitto sociale, necessità di migrare, ecc., non si aggrapperà facilmente alla convinzione che ci sia un responsabile di questa situazione, qualcuno su cui scaricare il senso di colpa, e questo qualcuno non sarà facilmente il diverso, lo straniero, l’altro che minaccia la nostra fragile identità?

Ci sarà anche una sola, fra le persone spinte all’intolleranza da ragioni strutturali come queste, che diviene invece tollerante perché sa di condividere il 99% del materiale genetico con i nuovi arrivati che chiedono di partecipare del suo spazio e delle sue risorse? (op. cit., p. 122).

Noi ce lo auguriamo, ma non ne siamo affatto sicuri! Come ha scritto Luigi Manconi, affinché si ricrei una situazione favorevole al razzismo sono necessarie due condizioni: 1. Che vi siano agenzie interessate a elaborare, sistematizzare ed emettere messaggi razzisti; 2. Che questi ultimi circolino presso strati di popolazione già sottoposti a stress. Ora, entrambe queste condizioni si danno oggi in molti paesi civili e progrediti (come l’Europa o le nazioni più ricche del mondo), e dunque non è dal razzismo in sé, ma dai razzismi possibili che dobbiamo guardarci. E qui la lezione della storia ci può essere di aiuto. Prendiamo l’Italia: gli antropologi ci assicurano che gli italiani non sono affatto autoctoni, ma hanno «profonde origini africane». Eppure questa certezza non ha impedito che da parecchi anni il Mediterraneo sia diventato la tomba per decine di migliaia di naufraghi, provenienti dall’altra riva del mare nostrum. Quando si è formata questa deformazione psicologica, prima che ideologica? Non è forse vero che gli Italiani, assai popolari nel mondo, sono per definizione «brava gente»? Che persino durante l’epoca coloniale (con la conquista della Libia, dell’Etiopia, dell’Albania) gli italiani hanno contribuito al progresso materiale e spirituale di quelle nazioni, comportandosi in modo assai diverso dagli altri colonialisti europei (inglesi, francesi, tedeschi)? In questo ambito, non si è andata diffondendo nella stampa persino l’idea che «Mussolini ha fatto anche cose buone», e non solo per gli italiani? 

Questi stereotipi autoconsolatori vengono però smentiti dalla ricerca storica più recente (Michele Sarfatti, Il fascismo alla costruzione di uno Stato nazional-razziale: cittadinanza, unioni bianchi-neri, leggi antiebraiche del 1938, op. cit., pp: 87-105; Antonella Salomoni, Il ruolo dell’antisemitismo nelle relazioni italo-tedesche, ivi, pp. 69-85). La vecchia opinione (trasformata in ideologia di legittimazione della Repubblica sorta nel secondo dopoguerra), secondo cui la politica razziale dello Stato italiano nasca solo con le Leggi sulla razza fasciste del 1938, e sia più il frutto dell’infausta scelta strategica di Mussolini di entrare in guerra a fianco dell’Asse nippo-tedesco, che non di una consistente ideologia razzistica, è stata ormai del tutto abbandonata, perché falsificata dalla ricerca storica. L’attenta lettura degli atti legislativi e amministrativi che normano la cittadinanza italiana, a partire dal 1918 fino a giungere al 1944, dimostrano un processo continuo di trasformazione e aggiornamento delle norme alla cangiante situazione politica, che smentisce lo stereotipo di una «cedevolezza» compiacente del regime fascista agli imperativi dell’hitlerismo. All’epoca dei trattati di pace post-bellici era ancora in vigore la legge sulla cittadinanza del 1912. In essa era prevista la possibilità teorica di perderla («nei casi di acquisto di una cittadinanza straniera o impiego, specie se militare, al servizio di uno altro Stato, nonché – per le donne – nel caso di matrimonio con un cittadino straniero»), ma si trattava di casi specifici, che non smentivano i principi di territorialità e di nascita. Ma già coi provvedimenti del 1926 Per la Difesa dello Stato (che revocavano la cittadinanza al cittadino allogeno, che dopo averla acquisita in base ai trattati internazionali di pace, se ne fosse poi dimostrato indegno per la sua condotta politica) la cittadinanza «iniziò a configurarsi come un riconoscimento di appartenenza politica o morale a una nazione e non più come un’attestazione automatica di appartenenza a una patria territoriale» (op. cit., p. 89). La politica sanitaria ed educativa del Regime si propose, fin dal 1927, il compito di «curare la razza italiana», ossia l’italianità nella sua espressione fisica. I Decreti del ministro di Grazia e giustizia Alfredo Rocco emanati nel 1930 punivano l’aborto e regolavano le pratiche procreative in vista della integrità e sanità della stirpe. Non è poi casuale che la preoccupazione «eugenetica» si accompagnasse, nello stesso anno, a una politica antiebraica, con i decreti dei Ministeri degli Affari esteri e dell’Interno, che stabilivano di «respingere le richieste di cittadinanza italiana fatte da ebrei originari dell’Europa centrale e orientale e residenti nelle nuove provincie nord-occidentali», a meno che non avessero frequentato le scuole italiane (op. cit., p. 91). La legislazione razziale fece decisivi passi avanti nel 1935, con l’invasione dell’Etiopia. In quella occasione, Mussolini si espresse in termini inequivocabili: «noi fascisti riconosciamo l’esistenza delle razze, le loro differenze e la loro gerarchia». Vero è che il meticciato era da sempre così diffuso nella popolazione italica, che fu necessario il ricorso alla diagnosi antropologica fisiognomica, per un accertamento sicuro della razza, onde «evitare di confondere un meticcio con un bianco scuro o un nero chiaro» (op. cit., p. 92). Per maggior sicurezza, verrà esclusa qualsiasi possibilità di concedere la cittadinanza italiana a meticci «il cui genitore bianco era rimasto ignoto» e nei Provvedimenti per i rapporti fra nazionali e indigeni delle colonie del 1937 verranno severamente vietate le «relazioni d’indole coniugale» tra un «cittadino italiano e un suddito dell’Aoi» o persona assimilabile. In ottemperanza allo spirito informatore dei Patti Lateranensi, non verranno al momento espressamente vietati i matrimoni misti, ma di lì ad appena un anno, con la pubblicazione del Manifesto fascista della razza, verrà stabilito che, ai fini della salvaguardia della razza italiana, «l’unione è ammissibile solo nell’ambito delle razze europee» (op. cit., p.95). La legislazione antiebraica del 1938 non costituisce dunque una «svolta» nella politica del fascismo, ma solo una sua intensificazione, al fine di cementare l’equazione razza-nazione-Stato, su cui si era andata costituendo l’identità italiana affermata dal Fascismo. Con la Dichiarazione sulla razza, approvata dal Gran Consiglio il 6 ottobre 1938 venivano stabiliti i principi per la salvaguardia del «prestigio della razza italiana nei territori dell’Impero», che comprendevano la esclusione della cittadinanza dei figli di tutti i matrimoni «razzialmente misti» e prefiguravano le imminenti leggi antiebraiche. Era necessario stabilire anzitutto con quali razze un italiano «di razza ariana» poteva unirsi in matrimonio. Un censimento stabilì le proporzioni quantitative dei residenti italiani e di quelli «non ariani» né «ebrei» (che risultarono essere 2416). Questi erano ripartiti in africani e asiatici, con una attenzione particolare per armeni e mongoli. Venne decretata la non arianità di arabi, cinesi e turchi (con l’aggiunta dei libanesi), mentre erano considerati di razza ariana indiani, iraniani, armeni, albanesi (cristiani o musulmani, ebrei esclusi). Gli egiziani andavano decisi «caso per caso», mentre i meticci erano non ariani, ma potevano – se cittadini italiani – coniugarsi con italiani di razza ariana. Queste classificazioni possono apparirci oggi bizzarre o arbitrarie, ma non dobbiamo dimenticare che un elenco definitivo, dettagliato e generale delle razze umane costituiva un traguardo ineludibile per uno Stato ormai divenuto Stato razziale (op. cit., p. 99).

L’antisemitismo italiano non fu dunque qualcosa di improvvisato, ma un ingrediente necessario per il rafforzamento del progetto totalitario fascista. Come ha scritto uno storico: «l’antisemitismo di stato fu pensato come un mezzo per rilanciare la macchina totalitaria, per mobilitare le élite e le organizzazioni fasciste in una nuova battaglia» (op. cit., p. 71). L’adozione della politica antisemita «rispondeva a una logica autoctona, essa fu consapevolmente adottata e sviluppata in un quadro di riferimento europeo caratterizzato da elementi comuni ma anche da notevoli differenze rispetto al contesto italiano» (op. cit., p. 73). Nel caso della Francia, si trattava dell’eredità della Terza Repubblica, della «continuità fra Dreyfus e Vichy, incarnata dalla figura di Maurras» (Valeria Galimi, L’antisemitismo in Francia e la lezione di Vichy: interpretazioni e dibattiti recenti, op. cit., pp.29-46). L’antisemitismo, migrato da sinistra (gli ambienti del sindacalismo) a destra (fascisti e cattolici intransigenti) fornì l’amalgama ideologico in cui confluirono «l’ostilità nei confronti degli immigrati stranieri, provenienti in gran parte dalla Polonia e dall’Italia», il timore per la diffusione internazionale del «bolscevismo», di cui gli ebrei rivoluzionari erano ritenuti i maggiori responsabili, le difficoltà economiche seguite alla crisi del 1929 e alle sue ripercussioni internazionali, di cui (ancora una volta) l’oscuro potere «pluto-giudaico-massico» era considerato il vero colpevole. Questo clima contribuì alla «banalizzazione del linguaggio antiebraico nello spazio pubblico, che si mescolò sempre più alla xenofobia, tanto che l’equivalenza tra ebrei e stranieri divenne uno dei tòpoi più comuni e diffusi» (op. cit., p.37). Nel caso dell’Europa centro orientale e balcanica, l’introduzione di una legislazione razziale fu diretta conseguenza delle Leggi di Norimberga adottate dal Nazismo nel 1935, sulla base della presunta «affinità di sangue» tra ariani tedeschi e le popolazioni che avevano fatto parte dell’Impero asburgico (Slovacchia, Croazia, Ungheria, Romania, Bulgaria). Si trattò di un vero e proprio esperimento di biopolitica, mirante alla sostituzione del criterio del «sangue» a quello della «cittadinanza» (Antonella Salomoni, Varianti nazionali della legislazione razziale nell’Europa centro-orientale e balcanica (1938-1941), op. cit., pp.47-68). Nel caso dell’Italia, si trattò dell’elaborazione originale del mito neopagano e cattolico della «romanità», elaborato dalla cultura fascista in concorrenza con la mitologia nordica e wagneriana del Nazionalsocialismo tedesco. 

Sono rivelatrici, al riguardo, le reazioni dei responsabili del Reich di fronte alla politica antisemita fascista (Francesca Cavarocchi, Il ruolo dell’antisemitismo nelle relazioni italo-tedesche (1936-1943), op. cit., pp.69-85). Se da un lato Alfred Rosenberg e altri esponenti dell’ala nazionalista «manifestarono sempre una sostanziale diffidenza verso l’Italia fascista, considerata Judenfreund», ossia troppo compiacente nei riguardi degli ebrei, l’atteggiamento mutò con l’approssimarsi della guerra. A partire dal 1935, anche per effetto della politica sanzionatoria adottata dalle potenze atlantiche contro l’Italia, in seguito alla conquista dell’Etiopia, si diffuse negli ambienti diplomatici tedeschi la convinzione che questi avvenimenti di geopolitica avrebbero contribuito a orientare il fascismo verso una maggiore presa di coscienza del «pericolo» rappresentato dal giudaismo internazionale. Si sviluppò allora una «diplomazia parallela» italo-tedesca, per studiare i rispettivi fondamenti della politica razziale. Gli italiani espressero riserve nei riguardi degli «eccessi» dell’eugenetica tedesca, applicata come rigido criterio della demografia, a confronto di quella fascista, più moderata e umanistica, attribuendo le ragioni di tale intransigenza a una necessità di ordine pubblico e nazionale, a causa della partecipazione di molti ebrei all’attività agitatoria dei comunisti nella Germania di Weimar. I tedeschi dal canto loro, specialmente dopo la promulgazione delle leggi razziali del 1938, furono sorpresi e ammirati dalla risolutezza dell’iniziativa mussoliniana; sviluppando quasi un sospetto di pretese culturali egemoniche da parte dei fascisti italiani, nella «rivendicazione della originalità, della ascendenza romana e latina» del razzismo italico, più sensibile alle componenti culturali e spirituali, in confronto con il rozzo biologismo di quello germanico. La guerra avrebbe travolto queste raffinate argomentazioni, presentando l’antisemitismo europeo in tutta la sua tragica e criminale realtà.

Affinché la lezione della storia e il nostro debito di memoria nei confronti delle vittime non suoni rituale e retorico, è dunque indispensabile studiare in profondità il passato, ben consci della possibilità di una ripetizione (in forme sempre diverse) del male. Forme inedite di razzismo si ripresentano oggi in Europa e in Italia. La classica dottrina delle razze viene sostituita da un culturalismo identitario che accentua la separazione, e fa appello a valori xenofobi in nome della protezione di un’autenticità culturale concepita in modo astorico (op. cit., p. 118). La legittima polemica contro un certo umanitarismo astratto, un cosmopolitismo delle élites sordo alle esigenze e indifferente alle paure di ampie masse di ceto medio impoverite non giustificano certo razzismo e xenofobia. Ma se non vogliamo che si approfondisca in modo irreparabile la frattura tra intellettuali e popolo, che tanto ha condizionato la storia politica dell’Italia negli ultimi due secoli, dobbiamo contribuire allo sviluppo di una diversa pedagogia sociale: aperta al nuovo e all’universalismo dei valori, ma concreta nei riferimenti e nei radicamenti nazionali, locali e regionali delle persone. Come giustamente ammonisce uno degli autori del libro che abbiamo analizzato, non è il razzismo a generare il fascismo, ma viceversa (op. cit., p. 122). 

Amedeo Vigorelli, docente di Filosofia morale all'Università degli Studi di Milano

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