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The Eichmann Trial

Deborah Lipstadt
Random House, New York, 20011

Scrivere del processo Eichmann significa mettere sotto esame la sua famosa cronista, Hannah Arendt. Nei 50 anni trascorsi la sua cronaca del processo, ‘Eichmann a Gerusalemme’, è diventata preponderante rispetto all’evento.
È un libro che s’impone all’attenzione.
È uno stupefacente miscuglio di generi – storia, filosofia, giornalismo - pieno di forti giudizi morali, spesso anticonvenzionali, come il suo disprezzo per i leader ebrei che collaborarono con gli assassini.
Mira a trarre grandi conclusioni sulla storia, ma rimane involontariamente e ineluttabilmente legato a valutazioni personali.
Il libro di Deborah Lipstadt non ignora la Arendt, ma riesce a mantenerla fuori campo fino alle ultime pagine.
Lipstadt ha reso un gran servizio nel liberare il processo dal vincolo della presenza dominante della Arendt, e nel presentare l’evento come un avvincente dramma giudiziario, oltre che un momento cardine per la storia d’Israele e per la tardiva coscienza che dell’Olocausto si fece il mondo intero.
Oltre al processo Eichmann del 1961, l’Olocausto fu oggetto di altre due memorabili battaglie giudiziarie: la prima fu ovviamente il processo di Norimberga, che ebbe luogo fra le rovine di guerra e si concentrò sui crimini dei nazisti, senza quasi dar voce ai pochi e stupefatti sopravvissuti.
La seconda riguardò la stessa Lipstadt.
Nel 2000 si trovò trascinata in una causa per diffamazione in Inghilterra da David Irving, che si sentiva offeso dalla sua descrizione di lui come di un negazionista dell’Olocausto. Questa esperienza la rese particolarmente conscia della difficoltà di restringere i crimini dell’Olocausto entro ristretti confini giuridici.
Il libro della Lipstadt inizia con la figlia di un cittadino argentino che esce con il figlio di un rifugiato tedesco. Il cittadino argentino è anche lui di origini tedesche, ed è ebreo per metà, e vede con sospetto l’uomo che la figlia gli porta in casa, ma in questo caso i sospetti del padre sono stimolati dall’ovvio antisemitismo del ragazzo e dalle risposte evasive date a banali domande di carattere biografico.
Il padre inizia a temere il peggio e comunica i suoi timori a un magistrato tedesco, ebreo anche lui. Il magistrato imposta un’indagine occulta tramite l’uomo e la figlia, durante la quale quest'ultima arriva a pensare di essere sulle tracce di Adolf Eichmann.
Il padre informa il magistrato, che a sua volta informa il Mossad, l’agenzia di intelligence israeliana.
All’inizio il Mossad non la prende sul serio. Ma quando capisce l’importanza dell’obiettivo lancia una rischiosa operazione di rapimento, che Lipstdt descrive come il prototipo delle operazioni ardite e difficili che costruirono la mitica fama del Mossad.
Gli Israliani drogarono Eichmann e lo vestirono da steward dell’El Al per fargli passare i controlli all’uscita dall’Argentina. L’opinione pubblica occidentale, ci ricorda la Lipstadt, si espresse con ostilità sull’iniziativa. L’Argentina chiese la restituzione di Eichman, e gli USA furono d’accordo.
Un editoriale del Washington Post condannò la ‘legge della giungla’ di Israele. Il Christian Science Monitor paragonò le pretese di Israele a quelle dei nazisti! William F. Buckley Jr. disse che il rapimento mostrava il ‘rifiuto ebraico del perdono’. Persino l’American Jewish Committee chiese al primo ministro d’Israele, David Ben Gurion, di lasciare il processo alla Germania o a un tribunale internazionale.

Ma queste opposizioni resero Ben Gurion più deciso nel suo sostegno al processo. Il primo ‘cattivo’ nel libro della Arendt è Gideon Hausner, appena nominato procuratore capo, che assunse in proprio la gestione dell’accusa. Una strana scelta: nulla nella storia di questo avvocato civilista lasciava pensare che avesse la capacità di tener testa all’astuto difensore di se stesso che Eichmann rivelò di essere.
La Arendt accusò Hausner di essere più un demagogo politico che un avvocato rispettoso dei codici. Criticò i suoi appelli emotivi e i suoi tentativi evidenti di addossare ogni responsabilità dei crimini del nazismo ad Eichmann.
In una delle sue meno piacevoli corrispondenze dal tribunale la Arendt accusò Hausner di avere ‘la mentalità del ghetto’ e di essere un ‘tipico Ebreo di Galizia…. che non conosce nessuna lingua straniera’.
La Lipstadt non mette in discussione il ritratto che di Hausner fa la Arendt. Riconosce le sue scorrettezze e la tendenza all’iperbole.
Eppure ne fa quasi l’eroe del libro. Nella sua strategia i sopravvissuti furono al centro del procedimento, ed era la prima volta che il mondo li ascoltava a lungo. Secondo Lipstadt fu allora che i sopravvissuti acquistarono statura morale.
E fu la loro testimonianza a far sì che il processo Eichmann scuotesse il mondo.
La Lipstadt sostiene che la loro testimonianza distrusse anche l’immagine di sé del Sionismo. Gli Israeliani credevano che gli Ebrei d’Europa fosse stati troppo timidi nel tentare di difendersi, contrariamente al carattere macho dei sabra. Soltanto durante il processo Eichmann gli Israeliani si resero conto che era stato impossibile resistere al nazisti, e che loro stessi non erano moralmente superiori ai fratelli della diaspora.
‘Alcuni Israeliani incominciarono a capire di non essere un tipo diverso di Ebrei, ma una generazione geograficamente e storicamente più fortunata’, scrive la Lipstadt.
La popolazione improvvisamente si rese conto della centralità dell’Olocausto nella propria storia di nazione. Dopo aver narrato vivacemente il processo, Lipstadt ne racconta le conseguenze: e la discussione si incentra inevitabilmente sulla Arendt.
Lipstadt presenta le sue opinioni su ‘Eichmann a Gerusalemme’ con molta calma, con una equanimità disarmante. È il tono giusto per accusare la Arendt di aver scritto con ira distorta e con inescusabile imprecisione.
La Lipstadt non contesta la geniale intuizione della Arendt sulla banalità del male che - in termini un po’ più elaborati - è divenuta l’interpretazione comunemente propugnata dalla storiografia.
Ma accusa la Arendt di aver ignorato l’anti-semitisimo e di aver trascurato le prove di quanto fosse importante il ruolo di Eichmann nella pianificazione del genocidio, per poterlo meglio rappresentare come un patetico burocrate.
È sempre utile rievocare il mondo in cui il processo ebbe luogo: un mondo che non riconosceva lo sterminio e spesso addirittura lo ignorava.
Per questo Ben Gurion e Hausner furono straordinariamente bravi a usare il processo Eichmann a scopo pedagogico.
Portarono il genocidio nazista sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. A quasi venti anni di distanza l’Olocausto assunse nella coscienza popolare un ruolo proporzionato alle sue spaventose dimensioni (fu proprio il processo a diffondere l’uso del termine Olocausto per il genocidio).
I critici insinuarono che gli Israeliani violavano i limiti dell’equo giudizio nel perseguire questo scopo più ampio. Ma Ben Gurion e Hausner intendevano proprio perseguire questi scopi più ampi con il processo Eichmann.

Franklin Foer sul NY Times Book Review

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