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Storia popolare del calcio

Valerio Moggia
Ultra Sport, 2020

Quando nel 1857 Nathaniel Creswick fondò lo Sheffield Football Club, la prima società di calcio al mondo, non avrebbe potuto immaginare che di lì a poco questo bizzarro passatempo in cui le mani sono proibite avrebbe cambiato la società. Del resto non richiedeva un equipaggiamento costoso, le regole erano relativamente semplici e si poteva praticare quasi ovunque.

Era l’inizio di percorso incredibile, che nel bene e nel male ha accompagnato la storia dei popoli, ha fatto da eco al razzismo e ai peggiori crimini internazionali ma ha anche aiutato i lavoratori ad acquisire consapevolezza dei propri diritti di classe e a fare da collante contro i totalitarismi.

Gia contributor dell’ebook di Gariwo I Giusti dello sport, in Storia popolare del calcio Valerio Moggia analizza i grandi momenti che hanno contraddistinto l’evoluzione culturale e sociale del futbol, come del resto già fa in Pallonate in faccia, un blog in cui storie di calcio da tutto il mondo vengono raccontate con precisione e dedizione, con “romanticismo ma senza nostalgia”.

Sfogliando il volume scopriamo che ai mondiali del ’38 giocati nell’Italia fascista, il commissario tecnico del Brasile convoca due giocatori neri, De Guia e Da Silva del Flamengo, che possono viaggiare in Europa ma solo separatamente rispetto al resto della squadra. O ancora, che nel 1962 l’Italia del calcio chiude le porte agli stranieri, esattamente quarant’anni dopo la pubblicazione della Carta di Viareggio e ventuno dopo la caduta definitiva del regime di Mussolini. “La paranoia xenofoba aveva avuto la meglio sulla razionalità di un paese che si riteneva moderno e democratico”, spiega Valerio Moggia.

Sono storie pressoché dimenticate che testimoniano quanto faticoso e duro sia il percorso per la parità e la giustizia sociale e che, piaccia o no, questo percorso è intrinseco al mondo del calcio.

Alla base c’è la confutazione storica di un grande assioma stabilito dalle istituzioni calcistiche, ultimamente ribadito anche da Zlatan Ibrahimovic a proposito dell’impegno antirazzista del cestista Lebron James: sport e calcio devono restare separati. Tradotto, l’impegno sociale - ovvero dissenso, coraggio civile e responsabilità individuale - sono cose che non riguardano gli attori coinvolti nello sport.

Il libro di Moggia non si limita a ribadire che il calcio ha da sempre subito i cambiamenti sociali e in talune occasioni li ha persino veicolati. Va oltre. Ispirato da “Storia del popolo americano” di Howard Zinn, Moggia cerca di raccontare il calcio dal punto di vista dei “popoli”. Non come masse indistinte di persone che tifano o che giocano, ma come comunità che attraverso il calcio hanno manifestato una costante necessità di ribellione alle ingiustizie. E in alcuni casi questa ribellione ha portato cambiamento.

Del resto se esiste il professionismo è proprio perché nella seconda metà dell’Ottocento i lavoratori britannici si sono impegnati per ottenere diritti e perché i calciatori dei primi anni del Novecento si sono battuti affinché non rimanesse uno svago privilegiato per le élite bianche.

D’altro canto, la natura popolare di questo sport ha fatto sì che ben presto ne venisse compreso anche il potenziale coercitivo. Scorrendo le pagine di questo libro fitto di storie, infatti, scopriamo come i regimi abbiano sempre tentato di utilizzare il calcio come mezzo di controllo sociale e di propaganda e come, di contro, gli oppositori si siano spesso affidati al pallone per sostenere le proprie cause. Un caso evidente è quello della Spagna durante il franchismo. A Madrid per esempio, scrive Moggia, Atlético e Real risultavano saldamente legati al potere politico mentre “il simbolo degli oppositori divenne sempre più il piccolo club del Rayo Vallecano, fondato nel 1914 da militanti socialisti del sobborgo operaio di Vallecas”. Un altro mito antifranchista è l'Athletic Bilbao, simbolo dell’identità popolare di Euskal Herria: durante un incontro con l’altra grande squadra basca del Real Sociedad, i rispettivi capitani “entrarono in campo stringendo la ikurriña, la bandiera basca illegale che era stata il simbolo della selezione di Euskadi e della lotta repubblicana. Quel gesto segnò di fatto la fine della dittatura franchista, che tramite il calcio si era resa bella agli occhi del mondo6 e ora attraverso il calcio crollava”.

Decisamente consigliato anche ai non appassionati di sport, il libro racchiude così tante storie - ben scritte - che leggendolo sembra di ondeggiare su una barca che, da un porto all’altro del globo, ci fa conoscere personaggi epici, quegli immigrati, marinai e avventurieri che hanno reso così grande questo sport. Anche inconsapevolmente, come quel muratore berbero sbarcato a Marsiglia che mai avrebbe immaginato di diventare il padre di uno dei trequartisti più grandi di sempre, Zinedine Zidane.

Ma, più prosaicamente, il libro ci ricorda anche che dobbiamo vegliare su quello che succede nel calcio, perché è specchio delle minacce che possono affondare la società. Non è un caso che si chiude con un’analisi del rapporto tra l’AKP di Erdogan e il calcio, evidente attraverso gli endorsement di tanti calciatori di primo piano alla politica internazionale turca, da Under a Ozil.

Nel frattempo in Norvegia, Olanda e Germania si è aperto un dibattito a proposito del boicottare i mondiali in Qatar per il dubbio rispetto dei diritti umani in tutta la filiera dell’organizzazione della manifestazione. Di questo nel libro non si parla (è uscito nelle librerie qualche mese prima), a dimostrazione che la storia popolare del calcio continua ed è imprescindibile per chi tiene ai diritti umani e civili.

Joshua Evangelista

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Come la storia ha insegnato, qualche volta lo sport può salvare il mondo, perché i comportamenti degli atleti, dei tifosi e anche dei giornalisti sportivi possono influenzare positivamente la vita democratica nelle nostre società. Esercitare lo sport con uno spirito olimpico aiuta la pace, la convivenza e semina il bene tra gli esseri umani.