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A Gerusalemme per il World Holocaust Forum

un'occasione sprecata?

POOL/ REUTERS

Chi avrebbe mai immaginato che, solo 75 anni dopo lOlocausto, gli ebrei avrebbero di nuovo avuto paura di camminare per le strade dEuropa? L80% degli ebrei europei dichiara di non sentirsi al sicuro, così ha esordito a Gerusalemme Moshe Kantor, presidente dell’European Jewish Congress e della World Holocaust Forum Foundation, che ha promosso, in collaborazione con lo Yad Vashem che lo ha ospitato e sotto gli auspici del presidente dello Stato di Israele Reuven Rivlin, il quinto Forum mondiale sullOlocausto dal titolo Ricordare l'Olocausto: combattere lantisemitismo. L’incontro, a cui hanno partecipato politici e capi di Stato da tutto il mondo (tra cui Emmanuel Macron, Carlo d’Inghilterra, Vladimir Putin, Mike Pence, Frank-Walter Steinmeier), nasce in occasione del 75esimo anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, avvenuta il 27 gennaio 1945.

Il crescente e terribilmente preoccupante clima d’intolleranza e antisemitismo in Europa non poteva non essere il fulcro dell’incontro – pensato per promuovere politiche concrete di gestione di questa emergenza e per commemorare le vittime dello sterminio nazista -, ma non solo l’attenzione alla memoria ha delineato il Forum, che è stato a tratti anche un’occasione di strategia politica.

Innanzitutto, qualche polemica si è accesa già giorni prima del Forum, quando il presidente polacco Andrzej Duda ha deciso di non partecipare dopo aver saputo che non sarebbe stato previsto un suo discorso, e, soprattutto, che ci sarebbe stato invece quello del presidente della Federazione Russa Putin. “Come è possibile che siano chiamati a parlare i leader di Germania, Russia e Francia, i cui governi mandarono gli ebrei nei campi, mentre al presidente della Polonia non è permesso, Polonia che non ha mai collaborato con i tedeschi, il cui Stato sotterraneo combatteva contro i nazisti e ha cercato di sostenere gli ebrei nel modo più risoluto possibile?”, ha dichiarato con fermezza.

Putin ha poi usato il suo spazio d’intervento per celebrare il ruolo dell’Unione Sovietica come liberatrice di Auschwitz e dell'Europa dal nazismo - nascondendo sotto al tappeto l’URSS del Patto Molotov-Ribbentrop insieme ai due anni di collaborazione sovietica con Hitler - e ricordare le vittime sovietiche della Shoah (il 40%), definendo l’Olocausto "una ferita profonda che la Russia non potrà mai dimenticare". Ha poi riportato gli Stati alla responsabilità di lavorare per la pace e perché tragedie simili non si ripetano mai più, aggiungendo che "sfortunatamente, oggi il ricordo della guerra, le sue lezioni e il suo retaggio spesso vengono usati a seconda della situazione politica immediata". Un'affermazione sempre coraggiosa considerando i tentativi della Russia di cancellare la storia della sua alleanza con Hitler e dei crimini perpetrati nella Polonia divisa con la Germania. Si ricordi ad esempio il massacro di Katyn', con migliaia di soldati e civili polacchi fucilati dai sovietici nel 1940.  

Insomma nessuna riflessione sulle proprie responsabilità da parte russa né polacca, ma più un tentativo di riscrittura della Storia eliminando ogni tipo di colpa. Forse avrebbe potuto esprimersi al Forum anche il Paese sul cui territorio invaso si sono compiuti i crimini indicibili e nel quale è sorto il campo della morte di cui ricordiamo la liberazione, e che ha pagato un prezzo elevato per l’occupazione nazista. Dall’altro lato però, non è storicamente né eticamente accettabile che la Polonia ignori la zona grigia e il collaborazionismo e sostenga che i polacchi siano stati solo vittime e non abbiano avuto alcun ruolo nella persecuzione ebraica, se non in casi definiti “marginali”. Non si può negare che in Polonia l’antisemitismo fosse una realtà anche prima e dopo la guerra, e lo dimostrò ampiamente, per esempio, il pogrom di Kielce, il brutale assassinio di 42 ebrei avvenuto nel luglio del 1946, quando il conflitto distava già più di un anno.

Un mese fa il primo ministo polacco Morawiecki aveva già ribadito, durante il suo discorso in occasione della visita di Angela Merkel ad Auschwitz, la sua volontà di descrivere la Polonia solo come il luogo dell’eroismo dei Giusti tra le Nazioni che hanno rischiato la vita per salvare gli ebrei nel Paese e come vittima impotente della Germania nazista. Lo ha fatto anche elencando in modo generale le vittime di Auschiwitz, “polacchi, ebrei, zingari, prigionieri di guerra sovietici”: anche ebrei, ma non prima di tutto. Ignorando sia la componente prioritaria nel nazismo dell’assassinio degli ebrei, che andavano completamente annientati, sia la percentuale degli ebrei uccisi ad Auschiwitz, il 90% delle vittime.

Per quanto riguarda Israele, da un lato c’è lo Yad Vashem, simbolo universale della preservazione della memoria della Shoah, che a giugno 2018 si era espresso gravemente contro la dichiarazione congiunta di Morawiecki e Nethanyahu sulle responsabilità della Polonia nella Seconda guerra Mondiale che rigettava "le azioni dirette a incolpare la Polonia o la nazione polacca nel suo complesso per le atrocità commesse dai nazisti" ("il fatto triste è che alcune persone - indipendentemente dalle loro origini, religione o visione del mondo - in quell'epoca hanno rivelato il proprio lato oscuro", recitava la dichiarazione); dall’altro il primo ministro Netanyahu, che appare più concentrato sul richiamare il mondo contro quello che ha definito ieri il regime più antisemita del pianeta, l’Iran, e sul mantenersi in equilibrio tra le divergenze di Russia e Polonia, favorendo chiaramente la prima senza troppo offendere la seconda, che sul reale significato del World Holocaust Forum.

Sembra che anche questa volta non sia stata colta a pieno l’occasione di soffermarsi sul valore della memoria e sul significato che essa assume nel presente, un monito non solo per dire “mai più”, ma anche per impegnarsi responsabilmente nel contrastare i germogli del male che inquinano le società e che innescano il meccanismo di ogni tragedia umana. Come ha affermato il presidente Rivlin nel discorso di apertura del Forum, “Non dobbiamo mai dare per scontata la democrazia. Dobbiamo unire le forze per contrastare razzismo e antisemitismo, e ogni estremismo che diffonde odio”.

Proponiamo anche la traduzione della riflessione di Anshel Pfeffer su Haaretz sul contesto in cui si è svolto il quinto Forum mondiale sull’Olocausto. 

Helena Savoldelli, Redazione Gariwo

24 gennaio 2020

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La memoria ha tanti risolti e presenta esiti contrastanti, in positivo o in negativo a seconda di come viene trattata. Riflettere sugli avvenimenti che ci hanno preceduto per capire il presente significa ricercare le coordinate che ci permettano di interpretare le nuove situazioni con la consapevolezza dei pericoli o delle opportunità che certi meccanismi culturali, sociali e individuali innescano. L'esperienza dei genocidi del Novecento, il fenomeno dei totalitarismi, sfociati in una devastante guerra mondiale, gli equilibri della guerra fredda, ci forniscono indizi molto precisi sulle pretese di egemonia geopolitica e sulle derive umanitarie da evitare; mentre l'esempio dei Giusti, il loro variegato impegno a favore dei perseguitati, la richiesta di libertà, l'autonomia di pensiero e l'istanza di difesa della dignità umana, sono altrettanti referenti da assumere per evitare le trappole dell'arroganza, della negazione della verità, del rifiuto della diversità, della chiusura all'altro, della decisione unilaterale.

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