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Cent'anni dal genocidio dei Greci del Ponto

il dovere di mantenere viva la memoria

Il 19 maggio 2019 la Grecia commemora i 100 anni dal genocidio della popolazione greca del Ponto. Convegni e manifestazioni hanno preso il via all’inizio dell’anno e per tutto il 2019 si continuerà a fare memoria su questa tragica pagina di Storia, spesso ancora poco nota a chi non ha una famiglia di origini anatoliche. 

All’estero, dei greci del Ponto si sa ancora meno che in Grecia. Come gli armeni e gli assiri ­– vittime dello stesso piano di sterminio – erano una minoranza cristiana, quantificabile in circa 700 mila individui all’inizio del Novecento. Le terre in cui vivevano erano la loro patria da oltre 2500 anni. Per la precisione, da quel lontano 785 a.C. quando alcuni abitanti di Mileto, partiti dalla Ionia, fondarono la prima colonia greca sulle coste del Mar Nero. I turchi giunsero in Anatolia ben più tardi, intorno all’anno Mille dopo Cristo, conquistando gradualmente il territorio che nel frattempo era divenuto bizantino. L’ultimo baluardo della resistenza greca fu Trebisonda, capitale dell’Impero dei Comneni che si estendeva nella regione del Ponto. La città cadde in mano turca nel 1461, cioè otto anni dopo Costantinopoli.

Per secoli, i greci del Ponto hanno piegato la testa, cercando un modus vivendi pacifico con i musulmani. I cristiani non godettero mai delle stesse prerogative riservate ai musulmani, ma riuscirono a sopravvivere e ad avere una discreta prosperità. Questo equilibrio iniziò a incrinarsi a partire dalla fine del XIX secolo, quando l’emergere dei nazionalismi, la progressiva disgregazione dell’Impero Ottomano e poi lo scoppio della Prima guerra mondiale portarono i turchi a percepire i loro connazionali di origine ellenica come dei potenziali nemici in casa. «Sbarazziamoci dei cristiani per essere padroni a casa nostra», tuonava il deputato Feyzi Pirinççizade in un discorso tenuto a Mardin il 15 maggio 1915. E così avvenne: dapprima furono eliminati gli armeni, poi i greci del Ponto, gli assiri e infine tutti i greci anatolici. Dei discendenti dei milesi lungo le sponde del Mar Nero rimasero in vita meno della metà: 353 mila persone furono trucidate o morirono durante gli anni della persecuzione, tra il 1915 e il 1923. 

Fu una sorta di fulmine a ciel sereno: mia nonna Eratò, originaria di Ordu (Kotyora in greco) e sopravvissuta al genocidio, raccontava di buoni rapporti con i vicini turchi. I greci del Ponto capirono di essere in pericolo quando nel 1915 iniziò la persecuzione degli armeni. I loro timori si rivelarono, purtroppo, giusti. Mentre gli uomini dai 15 ai 65 anni venivano deportati nei battaglioni di lavoro, donne, bambini e anziani rimasti nei villaggi furono rinchiusi in chiese e abitazioni alle quali veniva appiccato il fuoco. In altri casi, furono condotti sui monti del Ponto in lunghe marce della morte. Il piano venne avviato dapprima dai vertici dell’Impero Ottomano, poi fu lo stesso Mustafà Kemal a farlo entrare in una fase decisiva dopo il 19 maggio 1919. A questa data è legata la commemorazione dei cent’anni dal genocidio. I sopravvissuti al massacro rientrarono nel programma di scambio di popolazioni sancito dal Trattato di Losanna (1923), costretti ad andarsene privi di tutto, eccetto la vita. Come è avvenuto in altri genocidi, i greci del Ponto furono di fatto sterminati anche per motivi economici: i turchi si appropriarono delle case, dei terreni, delle imprese e del denaro.

Dal 2007, il massacro dei greci del Ponto, come quello degli altri cristiani dell’Anatolia, è stato riconosciuto come genocidio dall’International Association of Genocide Scholars (Iags). Tutti i governi turchi, dal 1923 a oggi, hanno invece respinto l’accusa di genocidio, negando i fatti e le gravi responsabilità di coloro che li commisero. Al massacro delle persone, è seguito un genocidio culturale: ogni traccia della presenza greca nel Ponto è stata cancellata, le chiese sono state per lo più distrutte o trasformate in moschee, i cimiteri sono stati devastati. Della millenaria presenza dei greci dei Ponto sulle coste del Mar Nero sopravvivono la lingua, la cultura, i ricordi - tramandati di generazione in generazione -, e il dovere morale, per noi discendenti dei sopravvissuti, di mantenere viva la memoria delle 353 mila vittime, che non hanno avuto neppure il diritto a una tomba.

Maria Tatsos, giornalista e scrittrice, autrice del romanzo storico “La ragazza del Mar Nero”, di origine greca del Ponto

14 maggio 2019

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Memoria

ricordare il passato per costruire il futuro

Il Comitato internazionale I Giusti per gli armeni. La Memoria è il futuro fondato da Piero Kuciukian per commemorare chi si è impegnato contro il genocidio del 1915, focalizza sin dal titolo la funzione del ricordo, che non è un nostalgico voltarsi indietro nella Storia, ma un ben più corposo dare un senso al passato per costruire un futuro che non ne ripeta gli errori. 
La memoria ha tanti risolti e presenta esiti contrastanti, in positivo o in negativo a seconda di come viene trattata. Riflettere sugli avvenimenti che ci hanno preceduto per capire il presente significa ricercare le coordinate che ci permettano di interpretare le nuove situazioni con la consapevolezza dei pericoli o delle opportunità che certi meccanismi culturali, sociali e individuali innescano. L'esperienza dei genocidi del Novecento, il fenomeno dei totalitarismi, sfociati in una devastante guerra mondiale, gli equilibri della guerra fredda, ci forniscono indizi molto precisi sulle pretese di egemonia geopolitica e sulle derive umanitarie da evitare; mentre l'esempio dei Giusti, il loro variegato impegno a favore dei perseguitati, la richiesta di libertà, l'autonomia di pensiero e l'istanza di difesa della dignità umana, sono altrettanti referenti da assumere per evitare le trappole dell'arroganza, della negazione della verità, del rifiuto della diversità, della chiusura all'altro, della decisione unilaterale.

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