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"Ci trasciniamo dietro la storia"

il Giorno della Memoria in Repubblica ceca

Karol Sidon

Karol Sidon

A cura di Andreas Pieralli, giornalista e traduttore, collaboratore di Gariwo per la Repubblica ceca

Karol Sidon, il rabbino capo di Praga, non è solo la figura religiosa ebraica più rilevante del Paese, ma è anche scrittore, drammaturgo, firmatario di Charta '77 e dissidente. Nel 1983 fu spinto dall’StB, la polizia politica del regime cecoslovacco, ad emigrare in Germania dove visse fino alla Rivoluzione di Velluto. Tornato in patria nel 1992 divenne rabbino capo della numerosa e attiva Kehila praghese. L’ho incontrato in occasione del Giorno della Memoria per conoscere le attività della comunità ebraica locale e discutere insieme sul senso che ha oggi questa ricorrenza.


Rabbino Sidon, in che modo la comunità ebraica di Praga partecipa alla celebrazione del Giorno della Memoria dell'Olocausto?

Prima di rispondere è necessario dire che la comunità ebraica celebra diversi giorni commemorativi di questo tragico evento. Si tratta soprattutto dell'ultima domenica prima di Rosh haShana, l'anno nuovo ebraico, quando gli ebrei di tutta la Repubblica Ceca si incontrano a Terezin presso il cimitero ebraico. Questa tradizione si rifà all’uso di incontrarsi prima di Rosh haShana per onorare la memoria delle persone che non sono più con noi. L'altro giorno importante è Yom haSohah, il Giorno della Memoria, che si celebra in tutto il mondo. In Repubblica Ceca abbiamo cominciato a rispettare la memoria di questo giorno soltanto dopo la Rivoluzione di Velluto, prima ciò non era possibile. Qui a Praga, ad esempio, ci incontriamo nella sinagoga Pinkas. Un’altra abitudine è quella di incontrarsi nel Senato nel palazzo Wallenstein alla presenza dei membri del Parlamento e dei rappresentanti della comunità Rom. Ritengo che sia una cosa giusta che il Parlamento metta a disposizione i propri spazi. Per molti è una sensazione di soddisfazione importante dopo quello che hanno sofferto loro e soprattutto i loro parenti.


Che importanza ha il Giorno della Memoria in Europa dove, almeno sembra, un genocidio simile non potrebbe più avere luogo?

Per un certo periodo ho vissuto in Germania. La prima cosa che mi colpì fu quanto i tedeschi fossero persone civili, per molti versi molto più civili dei cechi, affidabili, corretti, insomma, in poche parole disciplinati. Ma mi resi conto anche che probabilmente erano così anche prima e durante la guerra e che, quindi, in qualche modo ci doveva essere un nesso con il male commesso dal popolo tedesco. In Germania vidi come, al contrario della Cecoslovacchia dove vigeva c'era il caos e il disordine del sistema comunista, funzionava tutto. E mi accorsi in che modo funzionava: la burocrazia è costruita come una piramide dove ogni funzionario tedesco ha il suo campo limitato di competenza. Secondo me questo era il vero pericolo perché durante la guerra questo loro sistema burocratico relativamente perfetto, ereditato dalla Repubblica di Weimar, era (ed è) impostato in modo tale per cui ogni funzionario è competente solo di qualcosa e non si preoccupa di quello che compete il suo superiore - che a sua volta non si preoccupa di quello che compete il suo superiore e così via. La struttura decisionale era concentrata al vertice e sbarazzava i livelli inferiori della responsabilità dalle decisioni di carattere morale. Questa deresponsabilizzazione dei livelli burocratici inferiori è molto pericolosa perché, di conseguenza, è sufficiente cambiare la cima della piramide e per stravolgere tutto: le persone ai livelli inferiori sono le stesse, educate, gentili e corrette, ma diventano capaci di organizzare le deportazioni ad Auschwitz. In questo senso c'è motivo di temere anche per il futuro ogni volta che il sistema burocratico presenta queste caratteristiche. Non siamo arrivati così lontano ma questo è un pericolo reale per la democrazia, quindi il problema c'è e rimane irrisolto.


Quali sono le attività principali della Kehila di Praga?

L’attività più importante è l’assistenza alle persone anziane e bisognose. La seconda, collegata, è l’educazione dei giovani. Se la Kehila si occupa soprattutto di questo, quella di Praga è particolarmente importante perché dispone di più persone e mezzi. Durante questi ultimi 20 anni molto è stato fatto, si sono poste le basi per il futuro della nostra comunità. L’assistenza alle persone anziane, che sono sopravvissute ai campi di concentramento, la cura dei monumenti, del cimitero, questo era chiaro a tutti sin dall’inizio. Meno chiaro era il fatto che qui sarebbe nata una comunità nuova e che quella attuale avrebbe dovuto creare un ambiente dove potessero nascere bambini da educare secondo la tradizione ebraica, ma anche uno spazio dove gli adulti potessero rinascere spiritualmente dopo gli anni del regime. Questo era il compito per il rabbino e ci siamo riusciti: non solo abbiamo la casa di riposo per gli anziani, ma abbiamo anche una scuola, un asilo, organizziamo molti seminari.

Come ha percepito il fatto che, dopo settant'anni, in Repubblica Ceca il tema dei Decreti di Beneš - per mezzo dei quali 3 milioni di cittadini di etnia tedesca sono stati cacciati dai Sudeti - sia ancora oggetto di dibattiti vivaci tra chi condanna i Decreti e chi li difende?

Penso che queste tematiche, seppure ormai settant'anni ci separino da quegli anni, siano ancora molto vive. Ci trasciniamo dietro tutta la storia, meno la dimentichiamo e meglio è. In buona misura ce la trasciniamo dietro come un peso anche perché non l'abbiamo ancora risolta, non abbiamo fatto i conti con lei. Questo vale sia per gli individui che per la psiche collettiva di ogni singolo popolo. Nella nostra comunità, per esempio, vedo opinioni molto differenti: alcuni, avendo vissuto cose ben peggiori, considerano l'evacuazione dei tedeschi come una punizione giusta, dall'altra parte la generazione più giovane ha un'opinione diversa e si rende conto che è stata commessa violenza su molte persone innocenti. Quindi, nonostante per alcuni le sofferenze della guerra giustificavano i cechi, rimane il fatto che dal punto di vista odierno si offre un nuovo modo di leggere la storia che io ritengo giusto. È necessario allora riflettere ancora su questo evento per poter andare avanti.


Sebbene ciò non avvenga con la stessa intensità come nella vicina Ungheria, anche in Repubblica Ceca possiamo registrare la crescita di movimenti estremisti della società. Come valuta questa situazione?

Già subito dopo la Rivoluzione di Velluto ci siamo resi conto di questo pericolo, perché eravamo più sensibili degli altri a questo tema. Ricordo che allora lo Stato e la polizia sottovalutavano il fenomeno neonazista, ma il tempo ha dimostrato invece la legittimità dei nostri timori - basati su manifestazioni del tutto evidenti di questo nuovo tipo di nazismo, fino a comprendere il razzismo, che sopravvive nella società soprattutto contro la popolazione Rom. Si tratta di una questione ancora aperta. È evidente che oggi, in tempi di crisi, gli estremisti hanno sempre maggiori possibilità di esprimersi e di agire. Noi ne parlavamo quando l'economia stava relativamente migliorando e le cose cambiavano in meglio, oggi i fatti dimostrano che questo pericolo è ancora più serio. Il pericolo maggiore è però, a mio avviso, la penetrazione del fenomeno nei partiti politici.


Tradizionalmente Praga è una città dalle tre anime: quella ceca, quella tedesca e quella ebraica. Nella Praga di oggi, diventata ormai una metropoli moderna simile a tante altre, come si manifesta questa anima ebraica?

Quando ero un emigrato all’estero pensavo spesso a Praga. So che stiamo parlando di qualcosa fatto di pietre, sassi e mattoni, ma avendo vissuto in Germania mi sono reso conto dell’assoluta diversità di Praga da qualsiasi altra città tedesca senza memoria perché la maggior parte delle città tedesche sono state distrutte durante la guerra. Certo, poi sono state ricostruite, ma manca loro quell’anima che avevano un tempo. Praga invece è impregnata della sua anima. Un tempo era una città scura, buia, oggi tutto è stato verniciato, l’aspetto è molto più allegro, ma comunque non ha perso il suo genius loci. La città si compone di tanti elementi di epoche differenti, collegati tra loro, ed è qui che nasce una bellezza che non può essere descritta, ma solo vissuta. La memoria che qui è scolpita nella pietra lo è anche nelle persone, nella letteratura, nell’arte.


La versione integrale dell'intervista è stata pubblicata sul server culturale italo-ceco Cafè Boheme

27 gennaio 2014

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