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Discorso di Ruth Bader Ginsburg sulla Memoria

rotonda del Campidoglio, Washington DC, Days of Remembrance

RUVEN AFANADOR

Ruth Bader Ginsburg, Giustizia Associata, Corte Suprema degli Stati Uniti 22 aprile 2004 - la rotonda del Campidoglio, Washington DC
Proponiamo di seguito la traduzione del discorso in occasione dei Days of Remembrance 2004 apparso sul sito dello United States Holocaust Memorial Museum.  

Sono lieta di unirmi a tutti i presenti in questa cerimonia di commemorazione. Vorrei innanzitutto esprimere il mio costante apprezzamento al Museo della Memoria dell’Olocausto degli Stati Uniti per l’impegno costante nell’assicurare che non si dimentichino mai le vittime della follia nazista, i sei milioni di ebrei uccisi semplicemente perché ebrei e i milioni di persone di altre fedi e di diverse affiliazioni travolti da un vortice innaturale.

Ho avuto la fortuna di essere un’ebrea nata e cresciuta negli Stati Uniti. Mio padre lasciò Odessa per il Nuovo Mondo nel 1909, all’età di 13 anni; mia madre fu la prima della sua numerosa famiglia a nascere qui, nel 1903, pochi mesi dopo che i suoi genitori e i fratelli maggiori erano sbarcati a New York. Che differenza c'è tra un contabile del Garment District (Quartiere della moda) di New York e un Giudice della Corte Suprema? Solo una generazione, ne sono testimoni la vita di mia madre e la mia. Dove sarebbe potuto accadere se non in America?

La mia eredità in quanto ebrea e la mia occupazione di giudice si integrano in modo simmetrico. La richiesta di giustizia attraversa tutta la storia e la tradizione ebraiche. Sono orgogliosa e traggo forza dalla mia eredità, come testimoniano i segni presenti nelle mie stanze: una grande mezuzah d’argento sullo stipite della porta, dono della Shulamith School for Girls di Brooklyn; su tre pareti, nelle rappresentazioni artistiche delle lettere ebraiche, il comando del Deuteronomio: “Zedek, zedek, tirdof” – “Giustizia, la giustizia perseguirete”. Queste parole sono un costante promemoria di ciò che devono fare i giudici affinché “possano prosperare”.

Ma oggi, qui in Campidoglio, cuore legislativo della nostra nazione, in prossimità della Corte Suprema, ricordiamo con dolore che l’Europa di Hitler, il suo Regno dell’Olocausto, non era certo privo di legge. Anzi, era un regno pieno di leggi, leggi applicate da persone altamente istruite - insegnanti, avvocati e giudici - per agevolare l’oppressione, la schiavitù e gli omicidi di massa. Ci riuniamo per dire “Mai più”, non solo al regime più ingiusto della storia dell’Occidente, ma anche a un mondo in cui uomini e donne di buona volontà, all’estero e persino negli Stati Uniti, hanno assistito o conosciuto i crimini del Regno dell’Olocausto contro l'umanità e hanno permesso che accadessero.

Il fallimento del mondo nel fermare le atrocità del Terzo Reich è stato forse più evidente che altrove in Ungheria, dove l’Olocausto giunse tardi durante la guerra. Ma quando cominciò, la sua avanzata assunse un ritmo brutale. L’Ungheria fu il primo Paese in Europa ad adottare una legge anti-ebraica dopo la Prima guerra mondiale, provvedimento di breve durata che limitò l’ammissione degli ebrei negli istituti d’istruzione superiore. Tuttavia, a conti fatti, gli 800.000 ebrei di quella nazione vissero liberi dal terrore fino al 1944. Sebbene 63.000 ebrei ungheresi abbiano perso la vita prima dell’occupazione tedesca - la maggior parte dei quali durante il servizio forzato, in condizioni terribili, nei battaglioni di lavoro - i leader dell’Ungheria respinsero le richieste tedesche di giungere alla Soluzione Finale fino al 19 marzo 1944, quando le truppe di Hitler occuparono il Paese.

Poi, da un giorno all'altro, cambiò tutto. Nel giro di tre mesi e mezzo dall’occupazione, 437.000 ebrei ungheresi furono deportati. Quattro treni al giorno, ognuno dei quali trasportava fino a 3.000 persone assiepate come merci, lasciavano l’Ungheria alla volta di Auschwitz, dove la maggior parte dei passeggeri veniva metodicamente uccisa. Questo terribile periodo viene raccontato in modo indimenticabile dai sopravvissuti dell’Olocausto ungherese e dai premi Nobel Elie Wiesel, relatore principale di oggi, e Imre Kertész, nelle loro coinvolgenti opere, Night e Fateless.

Ciò che accadde agli ebrei ungheresi è una tragedia senza precedenti. Infatti, a differenza delle deportazioni precedenti, le deportazioni in Ungheria iniziarono e proseguirono senza sosta dopo che la corrente si mosse contro l’Asse e dopo che vennero smascherati i crimini nazisti contro l’umanità. Meno di una settimana dopo l’occupazione tedesca dell’Ungheria, il Presidente Roosevelt tenne un discorso in cui disse “l’uccisione sistematica su larga scala degli ebrei d’Europa continua senza sosta ogni ora” e che gli ebrei ungheresi figuravano tra coloro che erano “minacciati di essere annientati”. Eppure, il mondo, nella maggior parte dei casi, non fece nulla per fermare l’eccidio.

Dico nella maggior parte dei casi perché, con la stessa rapidità con cui emerse l’Olocausto ungherese, nacquero degli eroi. Raoul Wallenberg, membro della più importante famiglia bancaria svedese, arrivò a Budapest nel luglio 1944 e collaborò con il War Refugee Board - istituito dal Presidente Roosevelt appena sei mesi prima - per proteggere decine di migliaia di ebrei dalla deportazione. Wallenberg distribuì passaporti svedesi protetti; acquistò e affittò diversi edifici, decorandoli con bandiere svedesi a significare che erano territorio immune dal punto di vista diplomatico, e li utilizzò come rifugi sicuri per gli ebrei. In questo modo, riuscì in prima persona a salvare 20.000 persone. Wallenberg portava cibo e forniture mediche agli ebrei durante le marce forzate da Budapest all’Austria; a volte riusciva a togliere gli ebrei dalle marce insistendo sul fatto che erano cittadini svedesi protetti. Gli è stato attribuito il merito di aver salvato circa 100.000 ebrei nel ghetto di Budapest, prevenendo gli attacchi a quella popolazione da parte del partito antisemita ungherese delle Croci Frecciate. Nel gennaio 1945, Wallenberg incontrò i funzionari sovietici per ottenere aiuto per gli ebrei di Budapest. Non rientrò mai da quel viaggio.

Wallenberg e il War Refugee Board sono forse i più noti salvatori di ebrei intrappolati nell’Olocausto ungherese. In realtà anche molti altri, ebrei e gentili, si sono dimostrati all’altezza della situazione. Alcuni sono tuttora sconosciuti per le loro azioni individuali di eroismo; altri, fra cui lo svizzero Carl Lutz, hanno salvato gli ebrei su più vasta scala. Tutti coloro che hanno salvato vite umane sono stati grandi esseri umani. Ma la maggior parte del mondo è rimasta in silenzio. Sapendo ciò che poche anime coraggiose hanno compiuto in Ungheria in breve tempo, ci si può solo chiedere: quanti avrebbero potuto essere salvati in tutta Europa se legioni di altri, sia individui sia nazioni, fra cui gli Stati Uniti, fossero intervenuti prima?

Ho avuto la fortuna di essere una bambina, una bambina ebrea al sicuro in America durante l’Olocausto. La nostra nazione ha imparato dal razzismo di Hitler e, con il tempo, ha iniziato una missione per porre fine alla discriminazione sancita dalla legge nel nostro Paese. All’indomani della Seconda guerra mondiale, nel Movimento per i Diritti Civili degli Anni Cinquanta e Sessanta, nel fiorente movimento per i Diritti delle Donne degli Anni Settanta, “We the People” si è esteso a tutta l’umanità, per abbracciare tutti i popoli di questa grande nazione. Il nostro motto, E Pluribus Unum, fra i molti, indica il nostro apprezzamento per il fatto che siamo i più ricchi per la diversità religiosa, etnica e razziale dei nostri cittadini.

Sono orgogliosa di vivere in un Paese dove gli ebrei non hanno paura di dire chi siamo, il secondo Paese dopo Israele ad aver deciso di dedicare un giorno l’anno, questo giorno, alla commemorazione dell’Olocausto, per apprendere circa e da quell’epoca di disumanità, per rinnovare il nostro impegno per porre rimedio alle lacrime del mondo. Ne sono ancora più certa se penso che questa Capitale ospita anche un museo dedicato all’educazione del mondo, perché tutti sappiano, attraverso prove al di là di ogni dubbio, che è accaduto l’inimmaginabile.

È opportuno, spero concordiate con me, nel concludere questo mio intervento, recitare un altro verso del Deuteronomio: U'vacharta b'chaim. Significa: Scegliete la vita. Come i sopravvissuti che in qualche modo sono riusciti a rimanere in vita, ad andare avanti e a raccontare la loro storia; come gli ebrei e i cristiani, nei ghetti e nei campi, che hanno dato la loro vita cercando di salvare la vita degli altri; come la stessa Budapest, che apre tuttora le porte della Grande Sinagoga della città, la seconda sinagoga più grande al mondo, la shul in cui Theodore Herzl è stato bar mitzvahed, una struttura così maestosa che i visitatori del mio Stato potrebbero riconoscerla come il modello per la Sinagoga Centrale di New York City.

Siamo riuniti qui oggi, poco più di una settimana dopo la Pasqua ebraica, festività in cui gli ebrei raccontano il loro viaggio dalla schiavitù alla libertà. Raccontiamo nuovamente la Pasqua ebraica, così come commemoriamo l’Olocausto, per educare i nostri figli, per ricordare coloro che sono morti lottando per un mondo migliore, e per gioire della resistenza del popolo ebraico alla malasorte, armato del coraggio e della fede che gli hanno consentito di sopravvivere attraverso secoli di esilio, saccheggi e persecuzioni.

La storia della Pasqua ebraica che raccontiamo nuovamente è piena di miracoli. Tuttavia, a differenza dei nostri antenati nel loro Esodo dall'Egitto, è improbabile che il nostro cammino proceda grazie a eventi miracolosi. Nel tentativo di prosciugare le acque del pregiudizio e dell’oppressione, dobbiamo fare affidamento su provvedimenti di nostra stessa creazione - sulla saggezza delle nostre leggi e sul decoro delle nostre istituzioni, sulle nostre menti razionali e sui nostri cuori. E come scintilla costante da portare avanti, sui nostri vividi ricordi dei mali che vogliamo estirpare dal nostro mondo. Nella nostra lunga lotta per un mondo più giusto, i nostri ricordi sono tra le risorse più poderose di cui disponiamo.

Possa la memoria di coloro che hanno perso la vita rimanere viva in tutti coloro che abitano questa terra giusta, persone di ogni colore e di ogni credo. Possa quella memoria rafforzare la nostra determinazione ad aiutare coloro che in patria e all’estero soffrono di ingiustizie nate dall’ignoranza e dall’intolleranza, a combattere i crimini che derivano dal razzismo e dai pregiudizi e a portare avanti il nostro impegno nella ricerca della democrazia e del rispetto della dignità umana di tutti i popoli del mondo.

Traduzione di Valentina Gianoli 

Ruth Bader Ginsburg, fu giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti

28 settembre 2020

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ricordare il passato per costruire il futuro

Il Comitato internazionale I Giusti per gli armeni. La Memoria è il futuro fondato da Piero Kuciukian per commemorare chi si è impegnato contro il genocidio del 1915, focalizza sin dal titolo la funzione del ricordo, che non è un nostalgico voltarsi indietro nella Storia, ma un ben più corposo dare un senso al passato per costruire un futuro che non ne ripeta gli errori. 
La memoria ha tanti risolti e presenta esiti contrastanti, in positivo o in negativo a seconda di come viene trattata. Riflettere sugli avvenimenti che ci hanno preceduto per capire il presente significa ricercare le coordinate che ci permettano di interpretare le nuove situazioni con la consapevolezza dei pericoli o delle opportunità che certi meccanismi culturali, sociali e individuali innescano. L'esperienza dei genocidi del Novecento, il fenomeno dei totalitarismi, sfociati in una devastante guerra mondiale, gli equilibri della guerra fredda, ci forniscono indizi molto precisi sulle pretese di egemonia geopolitica e sulle derive umanitarie da evitare; mentre l'esempio dei Giusti, il loro variegato impegno a favore dei perseguitati, la richiesta di libertà, l'autonomia di pensiero e l'istanza di difesa della dignità umana, sono altrettanti referenti da assumere per evitare le trappole dell'arroganza, della negazione della verità, del rifiuto della diversità, della chiusura all'altro, della decisione unilaterale.

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