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Essere ebrei in Iraq

tra antichi libri e orribili pogrom

Quanti sono gli ebrei fra il Tigri e l'Eufrate? 50.000? 500? 50? Sbagliato. Sono rimasti in 5. L'Iraq ha ospitato gli ebrei per 2.500 anni. Prima della Shoah gli ebrei iracheni erano 120.000. In queste terre è stato composto il Talmud babilonese, un preziosissimo commento ai Testi Sacri dell'ebraismo. Gli ebrei eccellevano nelle libere professioni, nelle arti e nell'ingegneria. Nonostante alcuni casi di violenza settaria, la convivenza con gli arabi è proseguita abbastanza pacificamente fino al 20esimo secolo, quando, anche in Iraq, si è registrata l'escalation di antisemitismo che sfociò nel consenso a Hitler. 
Il pogrom di Farhud

Il 1°giugno 1941 i nazisti iracheni commisero il cosiddetto "pogrom dimenticato della Seconda Guerra Mondiale", una strage di 130 ebrei liquidati mentre viaggiavano sui mezzi pubblici, portavano a scuola i figli o i nipoti, nello svolgimento della loro vita quotidiana. Molte donne furono stuprate e uccise, tanti furono gli orfani e i morti vennero sepolti in fosse comuni. 

Espulsi dall'Iraq e privati dei beni

Un anno e mezzo dopo la nascita dello Stato di Israele, il governo iracheno dichiarò che gli ebrei avrebbero raggiunto la Terra Promessa, non senza lasciare dietro di sé tutti i loro averi. Non si poteva ritornare al Paese natale, perché chi vi rientrava con un timbro israeliano sul passaporto veniva giustiziato come spia. Ciononostante entro il 1952 oltre 120.000 ebrei erano espatriati in Israele. 

L'infanzia nell'Iraq post-1948

Cynthia Kaplan Shamash, che ha raccontato questa situazione al New York Times, fa parte di una famiglia che è rimasta. È nata nel 1963 e da molto piccola ha vissuto una situazione in cui i beni dei genitori e dei parenti venivano congelati, essi perdevano il lavoro e tutta la famiglia compresa lei stessa da piccola subirono gli interrogatori della polizia irachena. Un agente la accusò di essere una "jasoosa", una spia, e smembrò la sua bambola, che lei conserva ancora. 

L'emigrazione

Dopo una prigionia di cinque settimane, la famiglia Shamash ebbe i beni confiscati. Suo padre chiese i passaporti per un soggiorno turistico in Turchia, e da qui, sapendo che non sarebbero più tornati, questi ebrei fuggirono a Tel Aviv e in seguito Amsterdam. Qui il padre di Cynthia morì di crepacuore. La vedova e i figli emigrarono in America

I documenti degli ebrei: alla famiglia o allo Stato?

Ora Cynthia rivive i ricordi attraverso un'esposizione, Discovery and Recovery: Preserving Iraqi-Jewish Heritage", in cui sono mostrati 2.700 libri e manufatti preziosissimi appartenuti alla comunità ebraica irachena. I soldati americani li avevano trasportati negli USA nel 2003, con la promessa ufficiale di Bush di restituirli al Paese quando fossero terminati i gravi sconvolgimenti. In realtà l'autrice dell'articolo del Times si oppone a questa restituzione, perché i beni non sono mai appartenuti allo Stato iracheno, bensì alle famiglie ebree. Diverso il caso dei documenti sul partito Ba'ath, quello cui apparteneva Saddam Hussein. Studiare questi testi può servire a prevenire future catastrofi.  

In Israele fino a una pace duratura

Così Cynthia Kaplan-Shamash oggi si appella perché i documenti degli ebrei iracheni siano custoditi in Israele, anche se questo potrebbe causare accuse di "imperialismo" e di non mantenere le promesse fatte da Bush da parte di Baghdad. E si oppone al loro ritorno in un Paese dove, quando saranno morti quei cinque ebrei rimasti, non ne rimarranno altri per un lungo periodo - almeno fino a quando sarà stabilita una pace duratura in Iraq. 

8 novembre 2013

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